Il progetto ‘Bisbetica’ di Dino Artone

Riscrivire nei principali dialetti d'Italia il capolavoro di Shakespeare

La pubblicazione de La Bisbetica napoletana di Dino Artone (pp. 144, Ed. Cofine, Roma, 2008) è parte di un ampio progetto dell’autore per volgere La bisbetica domata, il capolavoro comico-popolaresco di William-Guglielmo Shakespeare nelle rinnovellate favelle dialettali di tutto il nostro amato paese/stivale: con tappe anzitutto a Napoli, poi Roma, in futuro a Venezia, Milano, Bari, Palermo, Genova, Torino, Cagliari, Pescara…

Riscrivendo di volta in volta in tutti i principali dialetti d’Italia La bisbetica domata, capolavoro dello Shakespeare comico più gustosamente popolaresco, e dunque sperimentalissimo di verve, umori, frizzi e lazzi linguistici, languori o risentimenti epocali, Dino Artone compie soprattutto un gesto artistico, oltreché perseguire un paziente e perché no? folleggiante progetto intellettuale: far reagire la lingua e l’anima come un composto chimico, disciogliere in soluzione acida o basica (cioè alcalina, o forse storpiando e trastullandosi con una strofe alcàica…) tutti i grumi e i vizi o i vezzi che presiedono ai triti e maldestri riti del consorzio umano – anche nelle sue accezioni e aspirazioni, diciamo così, più “romantiche”…
Narratore/poeta rigoroso, entomologo di un presente in perenne rotta emotiva, e insieme psicoterapeuta di un futuro che si alleva anche di arcani ancestrali, guizzi sognanti, inesorabili e inestinguibili polemiche dialettiche su quella che già Nietzsche definiva, rubricava “La malattia chiamata uomo” – Artone sa fin troppo bene che La Bisbetica può essere molto ma molto di più del consueto personaggio colorito e bizzoso, fiero e inesauribile che il William universale, a partire dal 1594 ha consegnato coi suoi canonici 5 atti alle platee ghignanti e allietate di tutto il mondo. Artone è così abile e adepto che può tranquillamente entrare, sovvertire e rapinare con scasso e destrezza perfino la trama… Sly, il povero calderaio burlato dal Lord, e appunto Caterina la bisbetica figlia di Battista, il signore padovano che vuole maritarla prima dell’altra sorella Bianca, peraltro corteggiatissima; e Petruccio, il giovane gentiluomo veronese che vuole aiutare l’amico Ortensio ad ottenere la mano di Bianca, ma certo è anche allettato dalla ricca dote di Caterina e ne chiede e ottiene la mano; e tutto il concerto di equivoci e situazioni e sfinimenti teatral-sentimentali che ne derivano (con la provvidenziale effrazione e sottrazione di qualche personaggio minore, di qualche preciso accadimento, nome, soggetto od oggetto d’emozione!) – sono dunque per il Nostro puro e magico pre-testo per testare e tastare la lingua comica di ogni tempo, e far reagire, ripetiamo, i gangli o le mirabilia del linguaggio dentro e contro il maiuscolo marasma della Storia, gli equivoci di ogni tempo, il labilissimo e traballante confine tra spirito comico e destino tragico
 
Don Ferdinando – Figlia bella… T’ó pperdòno tutt’chéll’ ca me stàje ricènno… ‘O ssàccio chéll’ ca tiéne ‘ncuórpo e ‘int’o còre! … 
 
Don Ferdinando – Figliola cara…ti perdòno le parole dure che hai espresso contro di me. Comprendo la tua rabbia e il tuo dispiacere. … 
 
C’è un saggio molto bello di Domenico (Mimì) Rea su Le due Napoli che in qualche modo si guatano, si sopportano eppure coesistono, si sovrappongono ma mai si elidono: “Ciononostante, noi abbiamo il dubbio che tra la Napoli cantata, narrata, rappresentata e voluta dai suoi medesimi abitanti e la vera, vi corra una notevole differenza. Noi ritroviamo solo qualche gesto e qualche colore della Napoli vera in quella letteraria. La Napoli vera è, sì, più violenta, ma più storica e meritevole di comprensione. Tra le due Napoli c’è la medesima differenza che corre tra un oggetto fotografato e l’oggetto in sé.”…
Ecco perché Artone è molto bravo, con questa sua Bisbetica napoletana, proprio a coniugare e teatralizzare, certo inconsciamente, l’assunto sottile e spietato di Domenico Rea sulla vera donna partenopea, tutt’altro che dolce, melodica, sentimentale e… timorata di Dio – ma viceversa salvata e intrisa di una implosa (e non di rado esplosiva!) fierezza umorale, spudoratamente bisbetica, giustamente sensuale per non dire vogliosa, e devotamente o contritamente pagana: 
… se, insomma, dovessimo credere che le donne di Di Giacomo sono le vere popolane napoletane, ricadremmo nell’errore di scambiare la finzione letteraria per la realtà stessa. Le creature femminili di Di Giacomo sono sempre timorate di Dio, ingenue, appassionate, vittime della società e del maschio, traditrici e sospettose come buona parte delle creature della letteratura romantica meridionale. Invano vi cercheremo la femmina violenta, acida e triste, che non tira dalla gola un solo rigo di canzone per un anno intero. Invano vi troveremo, non so, una Madame Marneff balzachiana. E di queste femmine è piena Napoli, non la letteratura.
Stendhal, a questo proposito annota: “Le napoletane sono le prime sposatrici del mondo. Parlo delle donne oneste. Esse fanno tutto, eccetto il…”. E in altro luogo: “La moglie dell’operaio non è altro, a dirla francamente, che la femmina del marito, che fa all’amore”. A nostra volta annotiamo che se Stendhal seppe vedere subito nella napoletana una “sposatrice di professione”, non andò al fondo del problema, si lasciò sfuggire un grave particolare: che se la donna napoletana fa tutto eccetto il… è per le maglie della potentissima quanto ipocrita legge dell’onore che la tiene stretta. Dovendosi muovere entro i limiti di essa e non potendo frenare la sua carnalità (morbosità per il peccato aiutando, ambiente corrompendo), la donna rende al prossimo quanto il prossimo la costringe a fare. Raro e difficile che una donna napoletana e meridionale si lasci ingannare, per dir così, definitivamente da un uomo. Essa ha una folle paura di restare zitella, condizione sociale che la butterebbe allo sbaraglio se non di altri e sempre nuovi uomini, del fratello sposato o della sorella maritata, del cognato e della cognata, una condizione che la costringerebbe a seccare come una pianta malata. E però, combattuta dalla sua ardente carne, si concede quel tanto che basta a lasciarle intatto il cosiddetto onore. Napoli è una drammatica, tragica terra di vergini cinquantenni. …
 
Ma Artone non si ferma a Napoli e al pittoresco, bizzarro, “alluccante” dialetto napoletano – sempiterno eppur modernissimo – in cui inizia a volgere l’antico, consumato intreccio scenico shakespeariano; perché sùbito lo raddoppia con una egualmente fascinosa, staremmo per dire filosofica traduzione “romanesca”, vien proprio voglia di dire: plautina-neopasoliniana, belliana-postmoderna (ed anche qui, ci torna bene in mente l’importante intuizione di Giacinto Spagnoletti su “La doppia verità del Belli”, papalino e sarcastico, bigottissimo censore ma insieme umorista libertario e fustigante quanti altri mai…). Solo la logica dei contrari e dei contrasti, la vecchia, bruniana coincidentia oppositorum, è dunque reale garanzia di affrancamento e libertà: culturale, sociale, mentale, linguistica, in egual misura… Misura per misura – diciamolo, dear Dino/Guglielmo!
 
Don Ferdinando – Fija mia bella… T’assòrvo pe’ tutti ‘sti brutti penzaménti che me stàj a ddì… Ci’o so bbène quélo che te róde de drénto! …
 
T’assòrvo… Penzaménti… Drénto… / T’ò pperdòno… Ca me stàje ricènno… ’Int’o còre…
E il tono artoniano/artonesco è quello giusto, lo confermiamo, proprio perché sapientemente miscelato, iuxtaWilliam capostipite, fra serietà e dolcezza d’amore, la più speciosa, forbita nonché temprata severità comica e il più effusivo, balzano e arrapato furore del desiderio… Perfettamente lo colse, lo consigliò anche Croce:
 
Nella Bisbetica domata, Petruccio, il maschio, che sa quel che vuole e vuole il suo proprio utile e comodo, imbrocca subito il modo giusto, un modo del resto tutto spirituale perché formato di conoscenza psicologica e di risolutezza volitiva, per isposare la terribile Caterina, e ridurla docile come un agnello, timida del marito, non più capace, nonché di dire, di pensare altro da ciò che egli le impone di pensare, e forse, chi sa?, innamorata di colui che la maltratta e tiranneggia.
           
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Aguzza e scoppiettante, fervida e briosa, vitalissima e a tratti perfino sfrontata, melanconica e carnale, dolente e insieme carnascialesca, la pièce di Artone mima, ripercorre e “traduce” Shakespeare – il rito stesso dell’Amore – nel vernacolo di tutti gli umori e le sfumature possibili, con esiti peraltro di grande perspicacia psicologica e fantasia plurilinguistica: quella che tanto piaceva a Gadda, e, per intenderci, consentì al grande Gianfranco Contini di rubricare le migliori prove dell’autore di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana fra gli esiti più convincenti di una cosiddetta linea espressionista della letteratura europea:
 
La poesia dialettale non contribuisce all’espressionismo qui definito, cioè a un’espressività di crisi, se non in forma polemica. Dante, che nel suo stile ‘comico’ come enciclopedia di stili definita dalla variante inferiore includeva, ma sottomettendole, le virtualità che un giorno si sarebbero dette espressionistiche (e che ai suoi tempi si liberano allo stato puro nel grottesco e nella tautologia di cui è principe Jacopone da Todi), teorizza una poesia dialettale come parodia o improperium coeva da sempre alla poesia aulica. Col cosiddetto Cielo d’Alcamo, con la canzone del Castra, ecc. egli costruisce una prima linea di controcanto espressivo, che sarebbe attraente prolungare per i secoli successivi…
 
Un controcanto espressivo, un’intera mappa di oasi plurilinguistiche che davvero hanno accompagnato, intrecciato e corroborato alla massima potenza tutto il corso della nostra storia. Roberto De Monticelli, finissimo studioso di teatro, lo concentra a perfezione in un suo articolo del 1979 dal titolo birichino e affabulante, “Quando il dialetto fa la regia”:
 
Se uno pensa, ecco, al plurilinguismo che s’è andato accumulando lungo i secoli nel teatro italiano, alle colate di dialetto che vi sono confluite dalle regioni più distanti, dalla Sicilia al Veneto, dalla Campania al Piemonte, ha l’immagine d’un crogiuolo di suoni variamente colorati, d’una “polta” (che vuol dire polenta, ma una polenta antica, la polenta dei poveri e degli schiavi) ribollente.
E sullo sfondo di questo impasto policromo ecco guizzare le ombre delle maschere e dei grandi inventori e combinatori di linguaggi, il Folengo, il Ruzante, il Calmo, l’Anonimo della Venexiana, e perché non metterci l’astigiano Alione, giù giù fino a Goldoni; e poi ai “dialettali” più autentici che abbiamo avuto fra Ottocento e Novecento, Bertolazzi, Viviani e ai pastiches linguistici testoriani; ai grammelot di Dario Fo. I dialetti, ultima frontiera (Pasolini). Il dialetto nativo, rifugio nell’inconscio, bastione contro la lingua egemone.
I dialetti che nel Rinascimento salgono sulla scena, in contrasto e chiaroscuro con la lingua e contro l’urbanitas della commedia cittadina e già borghese, contro il monolinguismo della commedia erudita e di Corte scatenano l’offensiva della loro rusticitas, dispiegano il mantello rappezzato e multicolore di un parlato vivo, di piazza e di campo. La città e la Storia, la campagna è la protesta contro la Storia.”
Lo sapeva bene Pier Paolo Pasolini, a parte l’immenso poeta civile, e il geniale cineasta cattolico-oltranzista, forse il nostro moderno studioso più attento e fervoroso della realtà e dell’humus dialettali, da lui trasfigurati con perizia di filologo – addentro al suo presto mitico saggio del ’55 sulla “Poesia popolare” – quasi in epifania lirica, apparizione o avvento gnomici, ma che dire?, gnostici:  
  
… Si è avuto a Napoli, con la riduzione al lirico, un estremo addolcimento. Raramente, nella lettura di testi popolari, ci siamo imbattuti in versi così alti: la cui dolcezza fosse così dolente, il cui calore fosse così puro. Si guardi come lo slancio, l’allure di questi frammenti, sia sempre a un grado di tensione estrema, sulle più frequenti vibrazioni del diapason sentimentale: oltre le quali il sentimento soffoca, si estenua: ma come non ecceda mai, come torni sempre sui particolari prosaici e concreti o quasi convenzionali (la sorella che annuncia la morte, “’o tavuto tutto centrelle d’oro martellato”, le serpi, gli uccelletti…). E si noti come nel dolore si inveni sempre quel “barlume di allegrezza”, di cui dice il Leopardi, e che qui ha concrezioni in stupendi traslati dal tono vagamente seicentesco; come nel sentimento funebre ci sia sempre qualcosa di favolosamente macabro e grottesco, e nella tragedia qualcosa di truculento che le dà colore e quasi festosità. Si noti ancora come i personaggi siano psicologicamente definiti, e proprio in virtù delle più indefinibili combinazioni stilistiche e musicali: quel ragazzo angosciato, che non distingue il sentimento dell’amore carnale da quello del peccato come imminenza di morte; e nel tempo stesso è felice, espansivo e affettuoso (con nel fondo la sua crudeltà di narciso, di malandrino meridionale), non chiedendo ipocritamente che una “strentulella a pietto” e un supremo “vaso ‘mmocca de malincunia” (mentre, sottinteso e ammiccato, c’è, dietro, il ricatto dell’eccesso di sensualità, del capriccio che non sente ragioni: per cui: “Si t’arricuse me vire murire”). Ma soprattutto lei, Rusella, che tra innocenza quasi infantile e impudicizia, tra soggezione alle regole dell’onore e colpa, è una figura artisticamente intera: nei suoi atteggiamenti verginali, di una verginità che eccita al sadismo – così come compare, scannata dal ferro paterno, bruciata dalle fiamme infernali – la si direbbe una figura femminile tassesca. …
   
Ebbene: polemico e autoironico controcanto espressivo, dolore redento, vanigliato da uno scoppiettante e ininterrotto “barlume di allegrezza”, trasudano, sorridono molci anche nella pièce de La bisbetica napoletana di Artone. Sarebbe poi più gustoso d’uno strùffolo, il parallelo possibile tra codesta fugace, intravista Rusella e la nostra Catarina!… 
 
Ed altre caparbie, non meno spassose versioni Artone ha ora in mente di redigere ed elucubrare (magari aiutato da fini e provvidi poeti di consulenza e competenza regionale, dialettale) nella lingua postgoldoniana della Venezia di oggi, o nel vernacolo florentino in cui baruffavano sotto i Medici Michelangelo e il Torregiani che gli spaccò il naso, o Leonardo e il Verrocchio che lo ebbe a bottega, ed oggi danteggia e arringa versi in piazza quel benignaccio del Benigni, ovvía!… Ma sarà anche la volta delle ventate di Trinàcria, del forte vino d’Apulia, dei gianduiotti torinesi, del mirto di Sardegna, del panettone meneghino e dei tortelli bononiensi, del magico e saporito pesto di Liguria, insomma di tutti i metaforici menu, dolci e salati, i dialetti e i contesti in cui l’immarcescibile Bisbetica potrà farci ridere e soprattutto pensare, ben continuando a guerreggiare contro il destino cinico e baro delle donne (ma forse oramai, e ahinoi, anche degli uomini!), perfettamente ed ugualmente di ogni tempo e paese…
  
Perché Bisbetica è l’Italia tutta, anzi l’Europa, Madame Modernità, che almeno possiamo, se non curare, meglio capire, carpire, travestendola di ricchi abiti d’epoca, mascherandola (cioè denudandola) nel puro, corrivo e qua e là sublime intreccio scenico… Bisbetica è la voglia di farcela, di cambiare e continuare, amarla ed esserne amati…
Ora poi che la ridda centrifuga-centripeta di autonomie ottenute o comunque invocate, e i fitti, bisbetici e indomati malumori localistici delle “leghe”, acuiscono l’inevitabile, fors’anche doveroso tasso polemico presente e pulsante in ogni democrazia – e pensiamo alla nostra, giunta forse al punto più basso della sua pur giovane, sofferta parabola – il progetto, anzi diciamo pure la “trovata” di questa Bisbetica rivisitata, rinfranca gli animi e allieta anche le vecchie, sospese querelles filologico-letterarie. Tutto il discorso insomma del dialetto come “quella lingua più pura e incorrotta, parlata spezialmente dal popolo, mantenutasi lungo tempo e formata non già dall’arte ma originata dalla natura”… che partendo dall’illuministico abate Parini or ora citato, ha infervorato negli anni a seguire, via via, il genio aspro, accanito, papalino-plebeo del Belli e la melodica, suadente vena partenopea di Di Giacomo, il mordace motteggio di costume di un Trilussa e lo struggente pathos lirico friulano del Pasolini adolescente a Casarsa…
Ora da tempo tutti i problemi e i nodi linguistico-psico-sociologici, erano, sono insomma venuti al pettine, e nella deriva dell’affranto, infranto, polverizzato e gelatinoso linguaggio unico (e maldestro), biascicato, più che parlato, dalla postmodernità, la diatriba del dialetto quale Pura Lingua Impura torna certo prepotentemente alla ribalta, come l’entrata clamorosa di un personaggio o beniamino shakespeariano: “Dal tempo del saggio crociano, la letteratura dialettale riflessa, come poi il filosofo napoletano la definì (cfr. Uomini e cose della vecchia Italia, serie I, Bari 1927), staccandola dalla poesia popolare,” – ricordano Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi nell’importante premessa alla loro fondamentale antologia sulla Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, uscita da Garzanti nel ’91 – “non è stata mai un problema, finché hanno tenuto, come fonte di ispirazione per i poeti medesimi (o anche per scrittori come Gadda), le varie parlate locali. Parlate in ogni senso, tanto da far pensare  un ‘parlar materno’: la lingua nazionale essendo la lingua del padre, dell’autorità, del potere. Ma poi, come s’è detto, quando i mezzi di comunicazione di massa sono prevalsi, le cose non sono rimaste le stesse. È sopraggiunto il distacco; e il dialetto è diventato per i suoi cultori una forma di sperimentalismo, di cui lo stesso Pasolini ha fornito con le sue raccolte esempi cospicui. Ogni poeta ha sentito l’esigenza, un po’ regolata sul piano intellettualistico, di gareggiare con i poeti in lingua oppure (caso frequente) con l’altra parte di se stesso che pensava in italiano. C’è stata, e di questo si parla dopotutto, una poesia dialettale d’avanguardia: il che, stando a un’ottica tradizionale, avrebbe tutta l’aria di un ossimoro. Il dialetto, per definizione, difende e trattiene la tradizione, anzi predilige la nostalgia del bel tempo passato: com’è stato ai tempi ormai lontani del Basile e del Cortese, del Maggi e del Meli.”…
È quest’ossimoro permanente e riaffiorante, che Dino Artone oggi doma e cavalca, trotterellando e perfino galoppando in una amena, collinosa prateria di buffi, sapienti, sfotticchianti, talvolta, saliscendi lessicali, e nella fattispecie comico-teatrali:
  
Catarina –(sèmp’alluccànn’) ‘Oiccànn’o bberìte? Vulìte bbène sùl’a essa! A mme nu’mme putìt’assuppurtà! Sul’éssa vulìte ‘nzurà… I’ agg’èssere ‘a scema zitèlla, ‘o supiérchio d’a casa! 
 
Caterina – (sèmpre strillànno) Ci’ò sapévo! Volete bbène sòl’a mi’ sorella! A mmé nu’mm’areggéte! Sol’a lèi ve sta a còre de maritàlla… Io ci’ò da èsse ‘a scema zitèlla, ‘o scartaréllo d’a casa!  
 
Caterina – (strillando) Ecco, vedete? Solo a lei volete bene! A me, non mi potete sopportare! Solo lei v’interessa di maritare. Io debbo restare la scema zitella, il rifiuto di questa casa!  
 
Così questa Bisbetica ci aspetta tutti: fidanzata, moglie, amante amica, cuginetta, sorella, ancella o megèra… Ciascuno si scelga il proprio atto e girone, protagonista o ben più pigro personaggio di contorno. E potremo infine, lo ripetiamo, per davvero credere, e soprattutto convincerci, che sopra le sue carni belle, sode, battagliere e oneste, veste e sveste tutte le giuste metafore del nostro tempo… La nostra amata Italia Bisbetica, con poca dote ormai, ma immutata bellezza, e inossidabile verve, di cui nessun pretendente politico è per fortuna e purtroppo realmente degno – né degni sono i gentiluomini delle (ex) belle lettere ed (ex) belle arti, sempre meno gentili, e stanchi infausti uomini sviriliti all’Amore…
Già, l’Amore… C’è forse condensazione lirico-prosaica, trattatello spicciolo, accusa/difesa/sentenza più bella e piena dello splendido monologo di Caterina (novellantiqua Molly Bloom pseudojoyciana, non più calata nel suo celebre stream ofconsciousness, “flusso di coscienza” tra le ombre di Dublino, ma abbronzata e brunita di pathos sulle sponde del Vesuvio, o se preferite sulle rive del Tevere, dell’Arno, del Po, dell’Adige, del Reno, del Tronto, dell’Ofanto, del Liri-Garigliano…), “’Int’a casa ‘e Don Ferdinando”, nel bilancio scenico, nel languido e quanto palpitante denudamento psicologicosentimentale della Scena Sesta dell’artoniano, riassuntivo Atto Terzo?!…
 
… Non ero felice, allora, e vivevo vegetando prima che apparissi tu, Pasquale… Mi sentivo sola, oppressa da tutto e da tutti, perfino da quella statuina quieta e perfetta che era la mia sorellina. Poi sei comparso tu… vento nuovo e ardente, ma gelido al tempo stesso. E da quel vento mi son fatta avvolgere e trasportare. Ma tu ti fai ora più freddo e vorticoso, e poi d’un tratto ritorni denso e ardente… E mi travolge quel turbine e mi tortura. E ora mi lusinga, e poi di nuovo mi ferisce… e ti fai preda dacché sei cacciatore.
Sono disorientata, non comprendo.
Mi ami? E cosa cerchi… cosa vuoi da me? O cosa, tu stesso, vuoi da te? Che fare… che fare!
O forse entrambi ci cerchiamo, e non riusciamo ad incontrarci perché non ci fermiamo mai e ci allontaniamo da quella pietra, sulla quale l’altro ci vedeva o ci voleva in attesa, dove viene a cercarci e non ci trova più.
Sì… forse è così, forse ho capito! Ora so cosa dovrò fare, Resterò seduta ad aspettarti, e non più mi muoverò. E sarò io a farlo perché tu non puoi, tu non sai farlo.
Ma mi ami, lo so, e questo mi basta. D’ora in poi sarò dove tu potrai sempre trovarmi, se vorrai, seduta sulla stessa pietra. E lo saprai, perché umilmente io te lo dirò, e lo urlerò, perché anche gli altri, tutti, possano sentire e sapere.
 
E allora: chi domerà Caterina, la Bisbetica, la Donna, l’Amore, dall’oggi al domani? Oh, come sarebbe bello: di dialetto in dialetto, mio caro William Artone… tu fa’ che forse ella ci resti esattamente così, meravigliosamente, provvidenzialmente indomata!
Plinio Perilli
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
 
Auerbach, Erich: Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, Torino, 1956;
Beccaria, Gian Luigi: Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura, Einaudi, Torino, 2007;
Bene, Carmelo: Opere. Con l’Autobiografia d’un ritratto, Classici Bompiani, Milano, 2002;
Contini, Gianfranco: Ultimi esercizî ed elzeviri, Einaudi, Torino, 1988;
Croce, Benedetto: Ariosto, Shakespeare e Corneille, Laterza, Bari, 1950 (quarta edizione riveduta);
De Monticelli, Roberto: L’attore, a cura di Odoardo Bertani, Garzanti, Milano, 1988;
Gec (Enrico Gianeri): D’Annunzio nella caricatura mondiale, Garzanti, Milano, 1941;
Marenco, Franco: “Gli inizi del teatro moderno”, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, diretta da Roberto Alonge e Guido Davico Bonino, vol. I, Einaudi, Torino, 2000;
Pasolini, Pier Paolo: Saggi sulla letteratura e sull’arte, vol. I, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude con un saggio di Cesare Segre, I Meridiani, Mondadori, Milano, 1999 (il saggio sulla “Poesia popolare” era peraltro compreso nella raccolta Passione e ideologia, uscita da Garzanti nel 1960);
Rea, Domenico: Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Francesco Durante e uno scritto di Ruggero Guarini, I Meridiani, Mondadori, Milano, 2005;
Rosignoli, Maria Pia (a cura di): Shakespeare, Mondadori, Milano, 1967;
Spagnoletti, Giacinto – Vivaldi, Cesare (a cura di): Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Garzanti, Milano, 1991.