Ju core, Ju munne, le parole


Versi in dialetto abruzzese di Pietro Civitareale

[FEBBRAIO 2013] Ju core, ju munne, le parole (Versi in dialetto abruzzese) di Pietro Civitarele, pp. 72, euro 10,00

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Il libro raccoglie testi di poesia in dialetto abruzzese (di Vittorito, in provincia di L’Aquila) scritti nell’ultimo quindicennio, e cioè dal 1998 al 2012, più altri testi risalenti agli ultimi vent’anni del secolo scorso, i quali, per diverse ragioni, non hanno trovato ospitalità nelle raccolte pubblicate in quel periodo, e cioè “Come nu suonne” (1984), “Vecchie parole” (1990), “Le miele de ju mmierne” (1998). Recupera inoltre gran parte delle poesie apparse nella raccolta “Quele che remane”, stampata nel 2003 a Torino in soli trenta esemplari.

Il libro contiene pure alcune note della critica sull'opera poetica di Civitareale.

Recensioni al libro di P. Civitareale di:

Luciano Prandini

Nelvia Di Monte

Roberto Pagan

Carmine Chiodo

Cosma Siani

Emerico Giachery

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L’AUTORE                   

Pietro Civitareale è nato a Vittorito (L’Aquila) nel 1934. Nel 1960, per motivi di lavoro, si trasferì ad Alessandria e successivamente a Firenze, dove tuttora risiede.
Poeta, critico, narratore e traduttore ha all’attivo, come poeta, una decina di volumi di versi in lingua e in dialetto tra i quali: Un modo di essere (Riccia, 1983); Il fumo degli anni (Venezia 1989); Solitudine delle parole (Chieti, 1995); Le miele de ju mmierne (Faenza, 1998); Ombre disegnate (Cosenza, 2001); Quele che remane (Torino, 2003); Mitografie e altro (Rimini 2008).
Studioso della poesia in dialetto, ha pubblicato le raccolte di scritti critici: Poeti in romagnolo del secondo Novecento (Imola - Forlì, 2005) e La dialettalità negata (Roma, 2009), nonché l’antologia Poeti in romagnolo del Novecento (Roma, 2006) e lo studio critico-antologico Poeti delle altre lingue (Roma, 2011). Ha curato inoltre l’antologia di poeti italiani contemporanei La narración del desengaño (Zaragoza - Madrid, 1984) e l’antologia Cile, poesia della resistenza e dell’esilio, (Firenze, 1985).

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NEL LIBRO                  

PUTERCE SPREFUNNÀ

Quande te uarde, ju core
me zompe nganne come
nu ciejje pazziariejje.

Ti’ j’uocchie lucente i fennìute,
addò, meschiate, fanne feste
tutte i chelìure de j’arcobalene.

Puterce sprefunnà
pe’ nu mumiente i scurdarme
de i delìure de la véite.


POTERCI SPROFONDARE. Quando ti guardo il cuore mi salta in gola, come un uccello che vuole giocare. Hai occhi lucenti e profondi, dove, mischiati, fanno festa tutti i colori dell’arcobaleno. Poterci sprofondare per un attimo e dimenticare i dolori della vita.


JU TRENE DE LA VÉITE

Uogge ju deléure m’ha lassate.
Se n’è jéite pe’ la campagne,
lìbbere come ju viente.

Ha carecate ju ciele de nùvele,
s’è pusate sopre alle piante,
ha zuffucate fronne e fiore.

I la véite, lìuce che a uardarle
se refà sùbbete ombre, è come
nu trene che s’alluntane,
piéjene de gente che dorme.


IL TRENO DELLA VITA. Oggi il dolore mi ha lasciato. Se n’è andato per la campagna, libero come il vento. Ha caricato il cielo di nuvole, si è posato sugli alberi, ha soffocato foglie e fiori. E la vita, luce che a guardarla si rifà subito ombra, è come un treno che si allontana, pieno di gente che dorme.


I SE T’AZZÈRDE

Ne’ mme scrìvere chiù
de le chéuse belle de na vote.
De i suonne, de le speranze,
de j’améure de la giuventù.

Ècche è tutte na ruvéine.
I capijje se so’ fatte de stoppe,
le cosse de legname,
le vracce de préte.

I se t’azzèrde a parlà,
tire nu viénte che jéle le parole.


E SE TI AZZARDI. Non scrivermi più delle cose belle di un tempo: dei sogni, delle speranze, degli amori della giovinezza. Qui, è tutta una rovina. I capelli sono diventati di stoppa, le gambe di legno, le braccia di pietra. E se ti azzardi a parlare, tira un vento che gela le parole.


LA CHIOMA NÀIRE

All’ampruvvéise
èpre j’uocchie,
chéle da ju liétte
i jésce fore,
ajju giardéine.

I’ te vienghe appriesse
come nu nzunnéite.

Puorte na vestajje
bianche, longhe
fine ai péide,
i la chioma nàire taje
recrope la lìune.


LA TUA CHIOMA NERA. All’improvviso apri gli occhi, scendi dal letto ed esci in giardino. Io ti seguo come un sonnambulo. Indossi una vestaglia bianca, lunga fino ai piedi, e la tua chioma nera copre la luna.

 

 

NU MÌURE D’ARIE

è state nu tiémpe de sole,
nu tiémpe de feste i meravijje,
quande dentre ajj’uorte
ju cerasce mettàive i fiore
i le rìnnele nciele
parèvene tante crìuce nàire.

Ma nu juorne ce semme
lassate senza na parole,
nu cenne, nu salìute.
I mo’ ce separe nu mìure
d’arie, àute come na muntagne.


UN MURO D’ARIA. Fu un tempo di sole, un tempo di festa e di meraviglie, quando il ciliegio nell’orto fioriva e le rondini in cielo sembravano tante croci nere. Ma un giorno si siano lasciati senza un gesto, una parola, un saluto. Ed ora ci separa un muro d’aria, invalicabile come una montagna.