Carlo De Paolis sul Premio Scarpellino


Le considerazioni del vincitore della seconda edizione

E’ stato per me un grande onore accostare il mio nome a quello di Vincenzo Scarpellino, importante poeta ed operatore culturale romano scomparso alla vigilia del nuovo secolo e del nuovo millennio; ed è stata anche motivo di commozione la considerazione del comune incipit, il 1934, delle nostre vicende umane, di Scarpellino e mie. Tanto più gradito è questo Premio, perché esalta il mio impegno teso ad evitare l'appiattimento e la banalizzazione dello strumento linguistico popolare di Civitavecchia spesso relegato ad una generica ed irreale sottospecie del romanesco.

L’influenza della parlata di Roma nella mia città è fuori discussione. Ma il romanesco resta pur sempre una componente, sia pure preponderante, nella stratificazione del modo di parlare dei civitavecchiesi. Modo di parlare nel quale, come avviene in tutte le forme di comunicazione popolare, interagiscono coordinate geografiche, tradizioni storiche, influssi stranieri, contiguità regionali, occupazioni militari, tracce letterarie, mode culturali e rimescolamenti più o meno irrazionali della sapienza popolare.

E il territorio dell’odierna Civitavecchia, che eredita ed incorpora le vestigia del municipio di Aquae Tauri, posto tra le città-stato di Caere e di Tarquinia, fu luogo di frontiera già in epoca etrusco-romana. Poi, nel Medio Evo, la Centumcellae traianea divenne il punto di incontro della Tuscia bizantina con la Tuscia longobarda. In epoca moderna, infine, il porto fu il punto di incontro di forzati turchi e nord-africani; di pescatori di corallo della Linguadoca, di Genova e di Napoli; di mercanti e di pastori sardi.

Realtà urbana con una notevole componente demografica di origine gaetana e campana, è stato il settecentesco Borgo di S. Antonio (detto “Il Ghetto”), poi luogo di accasermamento dal 1849 al 1870 del presidio militare francese accorso per abbattere la Repubblica Romana di Garibaldi e di Mazzini.

Il dialetto del popolo minuto, sintetizzato e storicizzato in un semidialetto borghese generalizzato, proviene principalmente dal centro storico e dal “Ghetto” ma è influenzato anche da altre “isole” popolari ottocentesche, quali la Nona (rione con prevalente immigrazione abbruzzese) e la zona del Bagno penale / Gazometro / Mattatoio (con popolazione mista alimentata soprattutto dalle famiglie delle guardie carcerarie). Già ad una prima analisi vi si notano caratteristiche che lo fanno distinguere dal romanesco; ad esempio, la calata e numerose altre sfumature che si possono indicare a puro titolo esemplificativo. Romanesco: noantre, ‘mi moje, ‘mi fijo, guera, fero, bombaroli (pescatori di frodo con dinamite), tremolina (vermi da innesco per la pesca con canna). Civitavecchiese: nojartri, la mi’ moje, er mi fio, guerra, ferro, bombardieri, trombolina.

A rendere la parlata civitavecchiese un vero crogiuolo di lingue sono però i vocaboli e le espressioni peculiari, incomprensibili (e comunque disusati) nei territori circostanti compresa Roma: in gara morta, bordacchè, giubbicolòtto, saricòtto, prònchise (ghettarolo vronchise / fronchise), pacchétto, bricchétto (espressione omologata nella toponomastica comunale), gabbadonne, scazzafuì, scazzafrujà, scazzafrullà, caliemme. Gattello, arricettà, a ranfatèlla, o pilo tuo. Si potrebbe continuare.

Civitavecchia, città martire della seconda guerra mondiale, distrutta per oltre l’80% della sua consistenza prebellica, decorata con la Medaglia d’argento al Valore militare e con la Medaglia d’oro al Merito civile, ha trovato nel suo dialetto e della sua poesia popolare anche i punti di riferimento della lunga e complessa ricucitura del tessuto sociale dilaniato dalle bombe al pari delle emergenze architettoniche. Essa, infatti, ricostruita senza alcuna continuità col passato e con una consistente immigrazione postbellica di varia provenienza, vide modificarsi anche l’identità spirituale dei cittadini. E’ un concetto che ho già sottolineato nella nota introduttiva di Còre citavecchiese, raccolta di versi dialettali pubblicata nel 1996, epoca in cui la città cercava ancora con difficoltà di riacquisire un comune sentire.

Grazie dunque per questo prestigioso riconoscimento che dà credito, in un contesto regionale, a forme linguistiche e poetiche civitavecchiesi che porto dentro di me, che amo e considero elementi essenziali della cultura della mia città, soprattutto nel suo divenire dopo il drammatico strappo subito nel corso del cosiddetto “Secolo breve”. 

Carlo De Paolis

5 giugno 2012