In memoria di Vincenzo Anania


Un ricordo del poeta ad un anno dalla sua scomparsa

Un anno è trascorso dalla scomparsa di Vincenzo Ananìa, amico generoso. Ci manca la sua persona ricca di umanità, prodiga di consigli, il poeta che guardava al tempo e alla storia con eleganza stilistica, ricchezza lessicale scevra da ridondanza, moduli poetici concatenati e netti tramite cui poneva domande cruciali, interrogativi socratici nati da una autentica adesione alla vita e alla natura, cuore e ragione mai disgiunti, impegno altissimo nei confronti della poesia condotto in prima persona attraverso la rivista trimestrale di poesia internazionale pagine, che dirigeva, curatissime pagine che accoglievano poeti stranieri e italiani e anche versi di talentuosi, giovani poeti.

I suoi libri recano il segno appassionato di un uomo mosso dalla necessità di rintracciare e ricostruire il rapporto tra sé e l’altro tra somiglianze/dissimiglianze, timori e tremori, dai nostri progenitori all’uomo contemporaneo di fronte agli eterni interrogativi esistenziali, tra la visione di un plenilunio e la scoperta del fuoco, l’invenzione della ruota, il naturale istinto di sopravvivenza, la preservazione-evoluzione della specie, particelle di un tutto inscritto nel tempo rigoroso ordine del precario, come scrive ne Le ali di Darwin (Loggia de’ Lanzi, 1999).
Darwin, come spiegare/l’evoluzione dell’orologio/non più immagine del cosmo/finzione di un ordine stellare; e ancora: quale istanza della materia/(…)/ci hanno spinto all’avarizia del quarzo,/ squartatore dell’istante/per gli avidi di vita, i frammenti/scanditi in tetri echi/nelle gole e nelle teste,/spasmo al posto del cuore, se bisogna fare i conti con noi stessi, valutare il nostro cammino di ieri e di oggi, l’umanità tutta che ci ha preceduti che striscia e strepita/nei cunicoli del mio sottosuolo?

La vita è tempo, pesante carico di finzioni e illusioni, e il tempo è un silenzioso avanzare, e anche nei gesti abituali lascia traccia, in chi allo specchio si interroga guardandosi mentre attende al rituale quotidiano della rasatura: pratica usuale tra altre, in Ananìa questo gesto di per sé banale diventa atto sacro, cerimonia di misurata lentezza, riflessione profonda e altissima poesia: Le rasature scandiscono il mio tempo:/idi, equinozi, saturnali, calende/ceneri e fasti/ (…) / E mentre scorrono strumento e mano/schegge di storia rievoco sul mento/ (…) /Il mio viso il mondo: disboscato appassisce.

Intenso, il sentimento del tempo si accumula giorno per giorno in Noi (2003), pluralità bisognosa di cura, di attenzione reciproca per il destino comune di solitudine e precarietà. Dall’alba del mondo (le cui immagini cariche di verità affiorano con la notte) e nei Dialoghi tra la terra e il cielo, tra immanenza e trascendenza, sezione dell’inconscio collettivo e del sé, Ananìa guarda al tutto, al fiume latteo di cui egli stesso è goccia che interroga la morte; in questa raccolta è presente l’ acqua, liquido pre-natale e fiumi celesti che non vedo; il mare primordiale; al mare andranno le orecchie,/per grotte risonanti di luce; mare che mi fluttua dentro, timbro lirico sostenuto da tensione etica, versi che indicano il malessere che l’uomo infligge all’uomo, all’anima del mondo crivellata da guerre accese in ogni parte della Terra, e da conflitti individuali. Emblematica la poesia Fratelli, ricordo del gioco infantile tra consanguinei trasformato in aspra contesa: (tu il custode della chiave, /fratello sempre in dubbio se aprire)/(...)/ci chiniamo su di noi bambini/(...) con la stessa ira/che ancora ieri ci opponeva.

 Nel 2007 il poeta pubblica Biblioteca, crestomazia di poesie apparse nei precedenti volumi, e inediti scritti nel triennio 2003/2006, libro nel quale rivisita alcune poesie edite apportando variazioni ma mantenendo intatti i temi della precarietà, del nostro passaggio nel mondo. E ancora: sulla sosta interiore quale momento di intimità con se stessi, la maturata decisione di rallentare il passo e guardare intorno, e dentro di sé, con attenzione; per recuperare memoria, ricordo di sparizioni, assenze divenute definitive, per poi allargare il campo visivo interiore: gesti rinchiusi/nelle prigioni dei vocabolari,/ così in alto i discreti colloqui fra le stelle/i canti augurali degli antenati. L’ adesione totale all’universale intelletto è altra pausa, salutare e pensosa, nelle notti del dolore insonne/varia l’immagine del mio firmamento/(…)/ itinerari, l’anima si rallegra/stanca dell’angusto involucro.

La luce della conoscenza è portatrice di intatto stupore (fanciullesco e poetico insieme) per la bellezza della natura anche in un frammento, nella vita minima e brulicante che disattento, noncurante il piede umano calpesta; provare empatia con il piccolo mondo animale, vegetale, minerale, è esperienza di unione amorosa tra infinito e finito: flora e fauna, erba e bosco da attraversare lentamente, piante con cui avviare intimi colloqui, silenzi e quiete per meditativi (apparenti) soliloqui. Anche qui la memoria, il ricordo di perduti affetti è pensiero che li resuscita, li rende vivi e vicini, corpo e anima nel corpo della scrittura. Il mondo e l’esperienza che da questo si ricava costituisce un Libro, tanti libri, una biblioteca fitta di pagine e pagine, ogni pagina un volto, una vita, storie e Storia da rileggere, capire.
Nei versi di Ananìa, asciutti, di stampo socratico, in equilibrio tra intuizione e ragione si innesta una ironia talora dolente, talaltra sagace spesso rivolta a se stesso. In Cenni dal caos (Passigli, 2011), libro-testamento che avvince e suscita riflessioni c’è un discorso costante di fedeltà ai dettami etici della coscienza, della responsabilità che ciascuno è chiamato ad assumere. Il poeta procede da altre angolazioni, nuovi punti di vista che non spezzano, anzi rinsaldano il filo rosso, il legame tematico di tutta la sua produzione, della sua propria esistenza.

Quasi un atteggiamento ludico (ma il gioco, sappiamo, è sempre serio) nei confronti della morte (candida volpe, in altri versi) e una scrittura più che intellegibile in accezione di apologhi a sfondo morale, nata dall’osservazione profonda dei fatti di ogni giorno, da altri o in prima persona agiti, vissuti; azioni, comportamenti dell’umanità, cosiddetta evoluta, che non si accorge d’essere circondata dal caos di questo mondo, e sembra in passiva attesa dell’altro Caos, i cui cenni, segnali il poeta avverte e accoglie. Alla memoria risale il monito filosofico ‘conosci te stesso’, condizione senza la quale è impossibile praticare appieno l’esistenza, affrontare consapevolmente il rischio di vivere, fiutarne l’insito disordine ché Indifferente è il Tempo a ciò che misura,/sia occhio che si schiude/o lo sbocciare di un Buco Nero,/ (…) /Scorrere/è il suo solo sentimento.

E in altri versi nasce il muto colloquio con l’ombra che si profila e si insinua nel ricordo e nel risveglio / nostro e del mondo. E, tra scongiuro divertito e salvifica autoironia, versi sapidi sono dedicati al pre-sentimento della morte: (…) di tanto in tanto si fa viva: / (…) / con morsi erotici mi gusta qui e là, / che sia piede o un braccio (…) / pur soffrendone ne traggo godimento, / in eccitante complicità, le indico / a volte dove più mi va.(…) più il gioco dura / più gusto c’è. Anche perché giocando / so far ridere, e ridere si sa/ che fa buon sangue – lei ne ha bisogno / magrolina com’è.

Se il mondo così com’è, carico di miserie, orrori, speculazioni, zelante a cacciare i diversi, pronto a perseguitare (come insegna la Storia) il proprio simile, se il mondo è ciò che è, i versi di Ananìa sanno indicarci la strada per uscirne. Con leggerezza, ironia e impegno apprende, e fa apprendere, dal gioco serio della vita, che siamo un divenire -giorno per giorno, attimo per attimo- altro da ciò che ancora oggi siamo.

Maria Gabriella Canfarelli.