E la colpa rimane di Paolo Lisi


Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Un io che si interroga in diversificate soluzioni espressive, con un costante lavorìo, (…) da buon fabbro in grado di plasmare e dar forma al metallo incandescente del linguaggio (dalla prefazione di Francesco Napoli) e mostra, dapprima in filigrana, lo scarto tra verità e apparenza per poi procedere verso una dichiarata consapevolezza; coscienza che ha nome Paolo Lisi, poeta catanese tra gli esponenti più significativi della sua generazione. E la colpa rimane (Passigli, 2013), è l’ultima raccolta alla quale l’autore affida la dicibilità della speranza nel futuro; il volume si apre con una dedica alla poesia, orizzonte, vela e barca: sospesa// solca l’infinito, l’immenso che sovrasta l’umana finitezza. Già dal titolo emblematico la raccolta presenta compattezza tematica e, come avverte il prefatore, un lavoro incessante sulla parola, il risolversi di questa in sfaccettature stilistiche condotte con mano lieve, atteggiamento riflessivo e pacato. Partendo dall’assunto della finitezza e imperfezioni umane Lisi affronta un viaggio e sviluppa un dialogo, non più rinviabile, con se stesso; accompagnato dalla poesia, che non ci salva né può assolverci dagli errori, tanto meno dall’indifferenza, anzi tutt’altro, poiché essa stessa è scandaglio di abissi foss’anche, e non solo, l’abisso della pagina in Non sposare i poeti: esortazione rivolta a una figura irenistica, un tu-donna in cui riporre fiducia, figura-custode della salvezza a lungo cercata: Nella penombra/risalgo/il tempo// scavo un riparo.

Delicato e vigoroso insieme, il dettato di queste pagine è una riflessione sulla colpa (dei padri, ancestrale, metafisica e reale), e sulla necessità di rompere reticenze, silenzi. Lo stile controllato, la pacatezza di certi toni dolenti non recano la stessa crudezza espositiva della raccolta precedente, L’assedio (Quaderni del Battello Ebbro, 2008); qui, piuttosto, si dichiara un rammarico che dall’iniziale pudore, da minimi accenni, timide ammissioni, guardando a ritroso, nella memoria del passato e da diverse angolazioni, intende farsi atto riparatore, di riconciliazione con il futuro attraverso il presente, ponte tra opposte rive. Lo svelamento, la rivelazione avvengono dunque per gradi, sfumature, impercettibili slittamenti di pagina in pagina come un libro-vita, bilancio di perdite e acquisizioni personali. Il monologo interiore è rivolto alla cerchia familiare e neo-generazionale: si leggano i versi dedicati ai figli al largo dell’adolescenza, alla moglie, figura pacificatrice e amorevole, che con un gesto scosta la memoria perchéla colpa emerga per essere divisa tra un io e un tu, una coppia di dadi sul tavolo da gioco, e ne risulti più leggero, sopportabile il carico: Lei siede sul ciglio di un/discorso,/soppesa il destino/(…)/ e me tra le gambe incrociate. // Il remo si immerge nello/specchio liquido/(…) riemerge/intatto/(in forma di lettera).
Alla speranza e ai sogni della nuova generazione, ai desideri e mutamenti e scoperte esistenziali di questa Lisi dedica un poemetto morale che origina da una coscienza vigile, dalla quale lentamente risalgono ricordi personali e memoria del mondo, le vie battute dai padri da abbandonare, per interrompere il circuito della colpa e incendiare le paure/ le maschere dentro l’armadio/ quei segreti/che nessuno chiede di svelare (dalla sezione Il museo dei viaggiatori). E ancora: L’argilla, / se non si plasma per tempo,/è un’esistenza mancata; (…) sotterfugi, /parentesi. / Esplori il futuro, lo aggiri. / (…) / Declini l’assenza, / il dolore; La verità/ si allinea allo stormo. / Libera/dai gesti scanditi dalla / consuetudine, dalla pochezza dei giorni/(….).
Poco per volta, dunque, l’intreccio colpa-verità-salvezza si scioglie nella nuda esposizione esistenziale, dell’io umanamente reo di mancanze, rifiuti, assenze: fatti e atti da disciplinare, elencare, esporre e valutare, ragionevole atto di coraggio di ammissione di peccati veniali, che pure hanno peso, di sperpero e di avarizia: consapevole, semplice impossibilità/ di essere migliore.
Il volume si chiude con la poesia-confessione da cui prende titolo la raccolta, poesia come scavo interiore che inizia con versi spezzati (quasi la voce venisse a mancare, come afasìa) da punti fermi: Di aver speso parole. /Di aver taciuto./Di aver mentito. Di aver /dimenticato./ Di aver tradito. Pronunzia secca per un mea culpa che volge al dialogo con l’alterità sui nodi dell’esistenza: l’inganno/il sangue/la croce, il vuoto nascosto/ dentro un mucchio di parole/ mentre tutto inesorabilmente crolla.// Ma rimane l’amore /(…)/Sopra ogni cosa a depurare, smorzare l’angoscia di vivere altri giorni a venire. 
Paolo Lisi (1966),medico, vive e lavora a Catania. Ha pubblicato i libri di poesie Denti sul selciato (1990), L'arco(1993), Mediterranea (2004), L'assedio (2008- Premio Internazionale Città di Salò). Suoi versi sono presenti su varie antologie e riviste letterarie. Insieme a Giuseppe Condorelli ha costituito l'associazione "Interminati Spazi", ha ideato e organizzato la rassegna con l'autore "L'isola delle Scritture" (Taormina, 2007/2008), il Festival IsolaPoesia (VI edizione), la rassegna "L'autore per cena" (Sheraton Catania Hotel, IV edizione), nonché diversi incontri tra arte e poesia per la "Giornata del Contemporaneo" in collaborazione con l'AMACI.
 
Maria Gabriella Canfarelli