Tit Canaveuj di Dario Pasero


La Prefazione di Manuel Cohen e tre testi tratti dal libro

Per l’editrice Puntacapo, nella Collana AltreScritture,  è in stampa il nuovo libro di Dario Pasero, Tèit Canaveuj. Riflessioni poetiche piemontesi (pp. 64, euro 9,00) con la prefazione di Manuel Cohen che per gentile concessione qui di seguito riportiamo insieme a tre testi poetici

Il qui e l’altrove della lingua. la scrittura della residenza e dell’erranza di Dario Pasero.
 
Certificato da buone uscite in riviste specializzate e in antologie di settore, fondatore a sua volta di periodici: «La Slòira», «L’Escalina», con in attivo studi di letteratura piemontese e prose dialettali, Dario Pasero, che ha licenziato pochissimi titoli di poesia, è tra gli autori di versi più interessanti della scena contemporanea. Riportiamo le argomentazioni con cui Giovanni Tesio, studioso tra i massimi esperti di scritture neo-dialettali in circolazione, congedava la prefazione a An sla crësta dl’ombra (Ivrea 2002), di Pasero: «È poesia mentale che dà voce a profonde passioni interiori. Per chiudere questi piccoli appunti che nemmeno sfiorano la ricchezza di un linguaggio a sua volta forte e prezioso, esatto e spigoloso, arcaicizzante e vibrante, vorrei dire che An sla crësta dl’ombra mi ha fatto venire in mente – insieme con la lezione magistrale di Pacòt – molto dell’Olivero più munito e qualcosa del Burat più fatato. Ma qua e là anche alcuni irresistibili echi lessicali di Antonio Bodrero e forse qualche erratica invenzione di Bianca Dorato. Dico questo solo per sottolineare che una poesia di tanta densità avrebbe bisogno di ben altra attenzione intertestuale. Se è vero che l’universo dei poeti è un tessuto di reminiscenze, l’universo di un poeta come Pasero non fa che confermare un fatto: la tradizione classica e la tradizione piemontese stanno sulla cresta di un’ombra (di un’onda) che continua a provocar sorprese».
 
Il nuovo libro che il lettore si accinge ad aprire, Tèit Canaveuj, Tetti Canavoglio, conferma, specifica ulteriormente, ed amplifica, quasi dirottamente, nel precipitato del verso, le matrici e le direttrici a suo tempo individuate da Tesio. È come se lo sguardo, rivolto al particolare, zoomato nella ricerca di una couche elettiva, di memoria del paesaggio e di memoria linguistica a cui allude il titolo, tra toponimo e invenzione, si produca in successioni di piani-sequenza che rivelano la natura altra, e tutt’intera l’alterità della voce dalle riberberazioni e dalle tonalità di ampio spettro.
 
Poeta di margini stanziali e di immaginifici scenari di erranza o sconfinamenti, potremmo dirlo, che tra le molteplici, sedimentate risonanze, sembra per un verso coniugare l’esperienza di due grandi figure della poesia del Novecento e del nuovo secolo: la prima, Bianca Dorato (Torino 1933-2007), a cui è accomunato dalla comune phoné di riferimento e dall’elemento naturalistico afferente al paesaggio del Piemonte meridionale e alpino, nella individuazione di una Piccola Patria elettiva, o locus amoenus creaturale ed ontologico, naturale ed esistenziale; mentre, per altri versi, sembra idealmente richiamare l’esperienza ondivaga ed erratica della poetica post-moderna, meta-poetica e citazionista della seconda figura qui avocata: Ida Vallerugo (Meduno -PN- 1946), poetessa del versante alpino occidentale e friulano: segnatamente per uno stigma di impermanenza e per il continuo inseguimento di un altrove, mitico e simbolico, orfico e speculativo, come per quella istanza di viaggio, ri-cognitiva e rammemorante, iper-letteraria e classica. Due voci che, certo quasi di riflesso, e sarebbe il caso di evocare pure i nomi delle rispettive antecedenti o apripista con il rischio di una digressione troppo ampia per una nota introduttiva: Eugénie Martinet (Aosta 1896-1983) e di Elsa Buiese (Martignacco -UD- 1926-1987), voci tutte che hanno fatto del rispettivo scenario o paesaggio alpino, un contesto, uno sfondo e una occasione continua di osservazione e riflessione da cui continuamente virare per sentieri incogniti e desueti, ondivaghi e meticci.
 
Incipit libellus
 
Dle vire
ij branch ëd la neuit
am soagno
con ij seugn.
 
Tavòta
am sopato
con ël carcavèje.
 
Talvolta / i rami della notte / mi carezzano / con i sogni. // Sempre / mi scuotono / con gli incubi
 
I testi brevi, spesso brevissimi, di Tèit Canaveuj si versano in strutture che a volte richiamano certo sillabato ungarettiano, come già ad altezza del primo testo del libro costituito di due strofe rispettivamente di 3 e di 4 versi ciascuna: Incipit libellus, e si segnalano per raffinatezza di sonorità affidata alla recursività della dittongazione: ij, oa, eu; e della trittongazione: eui, èje, con prevalenza di vocali aperte che danno ariosità al testo, armonizzato da alcune corrispondenze testuali, o simmetrie, intercorrenti tra prima e seconda strofe: Dle vire, Talvolta v.1; Tavòta, sempre v.5; am soagno, mi carezzano v.3, am sopato, mi scuotono v.6; con ij seugn, con i sogni v.4, con ël carcavèje, con gli incubi v.7. La riproposizione di una medesima struttura in cui a variare è la funzione dei rami (carezzano, scuotono) e dei sogni che si fanno incubi.
     Si tratta, va da sé, di un primo esempio testuale che chiarifica al lettore la coincidenza di due elementi non necessariamente opposti: la chiarezza della lingua, quasi una sua linearità basica, nell’inopia aggettivale e verbale, e, al contempo, una elegante formulazione linguistica che, attraverso l’asciuttezza del dettato, coniuga forma e contenuto, dando luogo a clausole fulminanti e a una scrittura nutrita di cultura classica e popolare, di visione e di pensiero. In questo senso, Tèit Canaveuj si configura nella sua più autentica e classica dimensione di libro organico e puntuale, in cui una memoria culturale e antropologica stratificata, attestata dalle puntuali note in margine poste dall’autore curioso che non può non sollecitare ulteriormente la curiosità di chi legge, e che attestano della dimensione enciclopedica, o semplicemente della cultura di Pasero, con i continui prelievi e le incursioni nel Greco antico e nel Latino, nel Francese e nel patois provenzale e nell’antico piemontese, nella filosofia e nella teosofia, nell’ebraismo (la splendida figura dell’errante affiora tra i versi, si fa ulteriore leit motiv, riemergendo come tra le lande e un fiume carsico, e si fa metafora stessa del viaggio di conoscenza, del nomadismo, del meticciato della phonè, una autentica miniera o lingua-spugna attingente al bagaglio di esperienze e culture, di idiomi o lalie autoctone e metamorfiche) o nella Cabala, nella numerologia o nella dimensione magica e mitica delle fiabe popolari come pure nell’etnografia.
     Di qui, una propensione immaginifica, un effluvio o ridondanza ben controllata di tropi e metafore tanto stringenti quanto congrue per potenza icastica di rappresentazione di pensiero: sarà sufficiente in queste righe ricordare il testo eponimo, tra i più potenti e riusciti, ossia tra i più belli del libro, in cui, nell’affastellarsi stratificato delle storie, delle epoche e delle lingue, si rincorre il filo conduttore di una sopravvivenza di memoria, e di esistenza: così nei luoghi leggendari del XIV° secolo, della Regina Giovanna D’Angiò, le sopravvissute baite sono ora stalle o risacche, o rifugi di pensieri trascinati dalla slitta della poesia: «Tèit Canaveuj 1. An costi bòsch / onda la Reino Jano / a l’ha lassà soe marche / galinòire // le dariere mèire / a son d’ëstabi /’d pensé e d’arcòrd / rabastà da mia lesa», « Tetti Canavoglio 1. In questi boschi/ dove la Regina Giovanna/ ha lasciato le sue impronte/ di gallina// le ultime baite/ sono stalle/ di pensieri e ricordi/ trascinati dalla mia slitta».
 
Una scrittura di grande fascino e di indiscutibile valore. Una conferma per l’autore e una riprova di quanto ampie siano le possibilità della scrittura neo-dialettale, di quanto duttile e congrua la sua intelligenza di natura e delle cose. Una voce e una parola poetica che dialogano ad ampio raggio con le lingue, le nature e le culture globali: memoria babelica e plurilingue, come «un canto che scorre senza confini»,  «Ël cant a cor sensa finage».
 
Manuel Cohen
 
 
1
 
An costi bòsch
onda la Reino Jano
a l’ha lassà soe marche
galinòire
 
le dariere mèire
a son d’ëstabi
’d pensé e d’arcòrd
rabastà da mia lesa
 
1. In questi boschi/ dove la Regina Giovanna/ ha lasciato le sue impronte/ di gallina// le ultime baite/ sono stalle/ di pensieri e ricordi/ trascinati dalla mia slitta
 
v. 2. La reino Jano (forma provenzale per Ren-a Gioana, cioè la Regina Giovanna d’Angiò) è una figura del folklore delle Alpi Cozie meridionali e delle Marittime. Secondo la leggenda essa, figura di donna con piedi di gallina, si sarebbe stabilita sulle Alpi cuneesi verso la metà del XIV secolo, portando con sé disgrazie e avvenimenti al limite della magia (cfr., tra i molti testi di etno-antropologia che parlano di questa leggenda, Delpiano-Giuliano, Masche Faie Servan; Cuneo 2011, pp. 138-141).
 
7
 
An sla brova ’d cost bòsch
a passo j’ani trambland
e as dëstaco da branch
rancin ëd memòrie
 
parèj dle feuje strompà
da tròpa lus ëd silensi
 
7. Sul limitare di questo bosco/ passano gli anni tremando/ e si staccano da rami/ avari di ricordi// come le foglie strappate/ da troppa luce di silenzio
 
17
 
Parèj ’d Gianpitadé
leugn da tò grign baricc,
andé a stim, an chitand ël passà
ch’an cor apress antërnà
con sòi gage sesì
mës-cià d’arzigh e ruso
 
Sël vieul tut monta-cala ’n cel ësclin,
falòspe, feuje, e grign
candi ’d mendìe.
 
17. Come dei pellegrini/ lontani dal tuo riso strabico,/ andare a tentoni, abbandonando il passato/ che ci rincorre testardo/ con i suoi pegni intorpiditi/ mescolati di rischi e ruggine// Sul sentiero tutto a saliscendi un cielo limpido,/ scintille, foglie e risate/ candide di ragazze
 
v. 1 Gianpitadé (termine di etimo incerto) nella tradizione popolare piemontese è il nome dell’“ebreo errante”, cioè il protagonista di una delle più diffuse leggende del Medioevo, che narra di un ebreo che schernì Gesù sulla via del Calvario e per castigo fu condannato ad errare senza tregua sino alla fine del mondo.