SojÔrs (Soglie) di Nelvia Di Monte, vent'anni di poesia in dialetto


Recensione di Ombretta Ciurnelli

La raccolta Sojârs (Soglie) di Nelvia Di Monte, edita dalla Biblioteca Civica di Pordenone nella collana «Piccola Biblioteca di Autori Friulani», contiene quattro sezioni composte in tempi diversi (In tun zûc vueit e Su lis spuindis circa vent’anni prima rispetto a Sojârs e Movisi incuintri e disposte in modo alternato in una struttura originale e intensa che attraverso echi, rimandi, nuove modulazioni o riscritture di un passato accolto nel presente, rende percepibile il continuo mutare dell’essere che ricorda Lucrezio: “nulla rimane uguale a se stesso, / tutto si trasforma, la natura costringe ogni cosa a modificarsi e a mutare / [...] e la terra passa da uno stato all’altro, impotente a produrre / ciò che prima poteva, ma capace di creare quel che prima non poteva”; e così è nella raccolta di Nelvia Di Monte: Nissune radîs o confin, parêt o / cjarte nus rint i stes par simpri (Nessuna radice o confine, parete o / carta ci rende gli stessi per sempre).

Il tempo, dapprima avâr, finirà per non esserlo più solo se o sarìn bons de meti dongje / i tocs (se sapremo rimettere insieme / i pezzi), accogliendo anche le sofferenze che hanno nutrito la nostra vita, che sono celulis / dal nestri lassâ un’olme te tiare (cellule / del nostro lasciare un’orma sulla terra). Ciò che scompostamente vibra, il flât malcujet di une ligrie (il fiato inquieto di un’allegria), e che si arrende nelle crepe del tempo, può divenire ascolto di un cielo che bat ancje cui voi siarâts (pulsa anche con gli occhi chiusi) e lo stordimento che provocano le ombre può stemperarsi e divenire nuovo fremito in una coralità che pone nella dimensione dell’ascolto, oltre il sé. E poter sciavezzâ il ganz (staccarsi dal gancio), nel superamento di uno jessi chi sterp e crevât (stare qui sterile e scheggiato), è segno manifesto dell’ampliarsi dell’essere, nell’attesa di altri approdi, di  prati di un vert plui fuart (un verde più intenso).

Certe asprezze, che caratterizzano la prima e la terza sezione, si stemperano nella seconda e nella quarta, in cui il racconto si fa a volte più diffuso, a volte colloquiale, come in Masse cambiâts (Troppo cambiati), lirica in cui si esprime il senso della ricerca nel tempo e sul tempo: Al passe il timp e al semene altri timp / lassant indaûr olmis par cjatâsi (Passa il tempo e semina altro tempo / lasciandosi dietro tracce per ritrovarci), e da una prospettiva lirica attenta al sé si giunge a un canto capace di comprendere il sé e l’altro, l’essere di un tempo e il presente, in una coralità che non nega il passato, ma lo accoglie in nuove aperture. Con il mutare dell’essere non sappiamo se è dato ricognossi tun mût sigûr (riconoscersi in modo sicuro) e nel divenire possiamo assomigliarci, la distanza tra il sé e l’altro può sfumare perché a nissun la Tiare e cusìs intorsi une / identitât (a nessuno la Terra cuce addosso una / identità).

Quella di Sojârs è anche poesia della memoria e del mistero che ci lega ai ricordi e a chi non c’è più. Il trascorrere del tempo lascia indietro piccole schegge, olmis par cjatâsi (tracce per ritrovarci), e sono soprattutto i ricordi dell’infanzia quelli su cui l’Autrice indugia. Più espliciti e diffusi nelle liriche più recenti, accennati e quasi gelosamente protetti in quelle della prima e della terza sezione, sono fruzzons di sunsûrs che a tornin a cori (briciole di sussurri che tornano a correre). Ne emerge anche la dolorosa esperienza della morte che è dapprima une cèule... spalancade tal timp (una voraginespalancata nel tempo) o soltanto un sorriso fisso e immutabile che guarda da una tomba (ridi di cjarte - simpri chel - : sorriso di carta - sempre uguale -). Ma il racconto nelle liriche più recenti si scioglie in fugaci analessi che sono lûs impiadis tai veris intant che / o spietìn l’albeâ dentri la gnot (luci accese alle finestre intanto che / aspettiamo l’alba dentro la notte).

L’anima di Nelvia Di Monte, come sottolinea Giuseppe Zoppelli nell’ampia Introduzione, è “un’anima lirica con venature filosofiche”, ma la sua ricerca non ha pretese metafisiche, non è ricerca di infinito. Spesso si esprime in domande senza risposte sui meccanismi insondabili del nostro andare, senza la pretesa o la necessità di formulare ipotesi e tanto meno di raggiungere acquisizioni definitive. È piuttosto una ricerca di epifanie del significato del nostro vivere. Il titolo stesso della raccolta,Sojârs, che allude a luoghi sospesi tra due realtà, come dentro e fuori, come buio e luce, come silenzio e rumore, rimanda a una condizione di attesa, a un affacciarsi “oltre”, nella dimensione del mutare del tempo, perché s’invecje svelt il prisint (invecchia rapido il presente), ma noi nutriamo fuarcis par un altri albeâ (forze per un’altra alba), ed essere sulla soglia non esclude l’illusione della “sponda” cui si può, tuttavia, giungere solo cuan che il flum tu lu âs dentri (quando il fiume tu lo hai dentro).

Pur nelle diverse modalità di introspezione e di racconto che si alternano nelle quattro sezioni, ciò che caratterizza tutta la raccolta è l’assenza di punti fermi che “si fa grammatica di una filosofia” (G. Zoppelli) e sottolinea il trascorrere del tempo oltre la dimensione del vivere. La ricerca non può avere fine e il poeta non può porre un punto fermo nel suo percorso in cui ogni orizzonte può sconfinare in altri orizzonti, in cui ad aprirsi sono squarci di luce e non chiassose  solarità, in cui è dato ascoltare, nei luoghi più diversi, voci che sanno farsi peraulis par impastâ / discors plui luncs di un ciul (parole per impastare / discorsi più lunghi di un grido).

Sojârs è scritto nella lingua friulana di Pampaluna, quella dell’infanzia dell’Autrice che a circa sei anni si è trasferita dal suo paese natale in Lombardia, quando il dialetto in famiglia era come una lingua proibita. Sui motivi profondi che hanno indotto la nostra poeta a scegliere “la lingua di un divieto, di una lontananza, di una perdita” si sofferma a lungo nell’Introduzione Giuseppe Zoppelli, sottolineando che la scelta di Nelvia Di Monte nasce dalla consapevolezza che il dialetto è “lingua parlata da una comunità, lingua della socialità e del vissuto condiviso”, prima ancora che lingua legata all’io lirico del poeta stesso.

Nelvia Di Monte, Sojârs, Biblioteca Civica di Pordenone, 2013
 

Ombretta Ciurnelli