Una nota di Rosangela Zoppi su Roberto Pagan


La Storia e le storie tra ironia e disincanto nell'ultima silloge in triestino di Roberto Pagan

In questo secondo libro di poesie in dialetto triestino, intitolato Robe de no creder, si avverte l’esigenza di Roberto Pagan di allontanarsi dai temi autobiografici già felicemente cantati in Alighe, per cercare altro. In realtà l’allontanamento avviene soltanto nella seconda parte del libro. Nella prima parte, infatti, i titoli delle prime sezioni parlano chiaro: No stame dir, No gavessi mai pensà, Robe de no creder: tutte espressioni idiomatiche assai usate dalle comari triestine e tante volte ascoltate dal nostro poeta in gioventù. Espressioni iperboliche, in cui il quotidiano si trasforma in straordinario per esigenza di protagonismo o per sconfiggere la monotonia di una vita da babe, da pettegole.
Lo strumento linguistico usato da Pagan è un triestino desueto, forse non più comprensibile, soprattutto da parte dei giovani, ma il poeta stavolta non se ne preoccupa, come aveva fatto in Alighe. Sente di non aver ancora vuotato tutto il sacco, vuole raccontare e noi vogliamo ascoltare. Il racconto si fa più lungo: quasi uno stream of consciousness che ci fa pensare a Joyce e al difficile e ambiguo rapporto che il “maestro d’inglese”, come lo chiamavano i triestini, ebbe con Trieste.
Anche in questo libro ritroviamo tutta l’ironia e il disincanto che caratterizzano la scrittura di Pagan, strumenti preziosi per alleggerire temi scottanti o troppo gravosi. Proprio in ultima di copertina il poeta ci offre un esempio della sua ironia: Go imparà sto qua, sì, de la Storia: che xe tragedia sempre, ma a ciaparla sul serio xe anca pezo. Ironia che ritroviamo anche nella bonaria protesta contro i ladri e putanieri che comanda, per i quali noi ‘ssai liberamente votemo (Quarantena) o contro il mercimonio del sacro, in cui ciò che interessa è solo il business (Padre Pio). In questo cammino a ritroso nel tempo è ancora d’obbligo un salto a casa, dove il poeta, sotto la pergola, ritrova, tarlati e marciti dalla pioggia, il tavolo e gli sgabelli che ha costruito con le sue mani quando era giovane (La pergola) e il vecchio servizio di bicchieri buoni della mamma, anche se il loro numero si è molto assottigliato nel tempo (I bicèri).
Il tema dell’amore viene affrontato nella poesia "La bronza", e quello della morte nella poesia "Butime una zima" (Gettami una cima), dove il poeta invita la vecia striga, una volta che egli sarà giunto in porto, a gettargli una cima per farlo scendere un’ultima volta a terra.
L’atmosfera che si respira nella terza sezione della prima parte del libro è decisamente diversa: più rarefatta, più meditativa, come nella poesia "Surogati". Di ogni cosa può esserci il surrogato, dice il poeta, anche dell’amore, tranne che della vita, poiché forse è proprio lei il surrogato di se stessa: in questo aspettare dal lunedì che arrivi presto sabato, aspettare Natale e Pasqua e Ferragosto, ferie, vacanze, persino la pensione, sperare che prima o poi arrivi la vita vera, piena, viva. E intanto che si aspetta si muore e te vedi ciaro e te capissi el truco.
Ma ancora più da sogno si fa l’atmosfera in "Controluse", in cui il poeta racconta una specie di favola dal sapore dantesco, che ci riporta alla mente il II canto del Purgatorio, che si svolge alle prime luci dell’alba sulla spiaggia ai piedi della grande montagna, dove giungono le anime che devono iniziare la loro espiazione. Anche Pagan si trova all’alba su una spiaggia, dove giunge come il fulmine non un “vasello snelletto e leggiero”, bensì un gran barcon / con tanta zente strenta ‘torno el bordo, vestita di bianco e con i visi / come de gesso. E poi, quell’anzelo slusente… perso in quel ciaror che lo scondeva, non ricorda forse l’angelo nocchiero del canto dantesco, che giunge e riparte con grande velocità traghettando in continuazione le anime che devono purificarsi?
Con la poesia "El pergolo" (Il balcone) ha inizio la sezione intitolata De un altro mondo, quella legata alla storia, che, proprio da quel balcone, il poeta fanciullo e giovinetto ha visto passare.
Sempre con ironia e disincanto Pagan vuole farci rivivere, in un flashback della memoria, alcuni momenti delle grandi vicende legate alla II Guerra Mondiale, attraverso i suoi occhi puri di ragazzo, che da quel balcone cercava il suo pezzetto di azzurro, il suo spicchio di mare. E così: l’ 8 settembre 1943, i Tedeschi con i loro sìdecar rabiosi. A fine aprile 1945, i partigiani di Tito (come non pensare al terribile colpo inferto a Trieste, all’Istria e alla Venezia Giulia con la tragedia delle foibe?) Poi l’arrivo dei carri armati neozelandesi, gli indiani con i loro turbanti, gli scozzesi con i gonnellini, e tamburi e trombe. E noi a rider, ricorda il poeta, alludendo all’innocente incoscienza dei fanciulli che riescono sempre a vedere il lato comico delle cose.
Trieste, come sappiamo, è stata il grande porto dell’impero austro-ungarico. Con gli Asburgo la città ebbe il massimo sviluppo e, dunque, irresistibile è per il poeta la tentazione di ripercorrere in versi la storia di questo impero, dagli splendori alla catastrofe, dalla Felix Austria alla Infelix Austria.
Personaggi folli e geniali popolano il percorso narrativo di Pagan nella Felix Austria, come Arcimboldo, alias Giuseppe Arcimboldi (1527-93), pittore milanese manierista del Cinquecento appassionato di botanica che lavorò a Vienna divenendo pittore di corte sotto Ferdinando I, Massimiliano II e infine a Praga sotto Rodolfo II, lo stravagante imperatore degli alchimisti. O come il musicista Franz Joseph Haydn (1732-1809), anch’egli artista di corte, compositore dell’inno austro-ungarico, divenuto, dopo la I Guerra Mondiale, inno nazionale tedesco e noto a Trieste come il Serbidiola, dalle prime parole in italiano che recitavano: Serbi Iddio l’Austriaco Regno e l’Austriaco Imperator.
Entrambe queste figure di artisti offrono un pretesto a Pagan per poter entrare nella struttura delle famiglie imperiali delle relative epoche, con tutti gli intrighi e le vicissitudini che hanno accompagnato i loro regni, ma anche un pretesto per poter rintracciare alcuni membri della propria famiglia, che ha origini austro-ungariche.
Prima di intraprendere un discorso sugli Asburgo, però, per dare omogeneità e per costruire un’impalcatura solida atta a reggere la sua narrazione, cosa a cui tiene molto, Pagan crea una sezione-filtro, un intermezzo, che intitola Quatro figurini, in antizipo de quel che vien dopo, una sorta di epitaffi che richiamano alla mente quelli raccolti nell’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, in cui quattro donne commentano in versi gli usi, i costumi e la mentalità dei quattro secoli cui sono appartenute: Seicento, Settecento, Ottocento e Novecento.
Ci sembra giusto spendere qualche parola sulla felice idea di articolare il discorso prendendo come base il concetto dei Lumi. L’ironia spinge il poeta a vedere il secolo dei Lumi attribuendo al termine Lumi il significato più letterale possibile: quello della luce. E allora: Prima dei Lumi; Tasi che ‘riva i Lumi, almeno de candela; Studandose i Lumi, pecà, perché propio adesso iera vignù luce letrica e infine A lumi spenti: pezo de cussì no se pol, e iera scuminzià anca oscuramento.
Si passa poi alla Infelix Austria, infelice per gli esiti della I Guerra Mondiale e per la dissoluzione dell’impero asburgico. Per evocare l’atmosfera di decadenza Pagan sceglie l’operetta, tipo di spettacolo minore in cui temi, personaggi e ambienti perdono di importanza e dignità. Mentre l’impero rovina, la gente o non capisce o cerca di dimenticare a ritmo di valzer. Proprio in questa atmosfera da “gaia apocalisse” si assiste alla fine degli Asburgo: dalla morte di Massimiliano in Messico, alla tragedia di Mayerling, dalla morte dell’imperatrice Sissi a Ginevra a quella di Francesco Ferdinando, ucciso a Sarajevo con la moglie, da quella del vecchio Francesco Giuseppe a quella del giovane Carlo d’Asburgo, soprannominato Carlo Piria, cioè “imbuto”, per la sua propensione al bere.
Con il "Poema autarchico", articolato in tre sezioni, si conclude questa seconda opera in dialetto di Roberto Pagan. Perché questo titolo? Certamente a ricordo del sistema adottato dall’Italia all’epoca delle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni a seguito della guerra condotta dal nostro Paese nell’Africa Orientale negli anni 1935-1936. I Lumi ormai sono definitivamente spenti, ma resta sempre acceso quello della memoria del poeta bambino che, affacciato al suo pergolo, vedeva passare la storia. Siamo tutti dentro la II Guerra Mondiale e Pagan gioca sul tema dell’oscuramento in senso materiale, poiché in guerra bisognava oscurare le finestre per via degli attacchi aerei. In questa sezione del libro ci viene offerta una sintesi di quello che lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, in un poderoso saggio, definisce secolo breve, la cui estensione temporale va dal 1914 al 1990, periodo denso di avvenimenti nefasti per l’Europa, che, dopo aver ricoperto per secoli un ruolo dominante, rischia di sparire e comunque vede di fatto ridimensionata la sua importanza a tutto vantaggio prima della Russia e degli Stati Uniti d’America, poi anche delle nuove potenze emergenti.

Roberto Pagan, Robe de no creder, Edizioni Cofine, Roma, 2012

Rosangela Zoppi