Le belle ore del Duca di Roberto Pagan


La recensione di Nelvia Di Monte

 La plaquette Le belle ore del Duca, Edizioni Cofine, 2012, di Roberto Pagan è una delizia per lo sguardo e per la mente: dodici poesie accompagnano la riproduzione delle splendide miniature dei mesi realizzate dai fratelli Limbourg nel XV sec. e contenute nell’opera le Très riches heures del duca di Berry. Ogni mese è illustrato da una scena che presenta personaggi immersi in un paesaggio che si amplia nella prospettiva, mentre le costellazioni contenute nelle lunette dilatano il momento in un ciclo cosmico. Le poesie trovano nelle immagini inizio e suggestioni, vi sostano davanti per cogliere – come in uno specchio – il riflesso di ciò che in fondo non muta nel trascorrere delle umane stagioni.

In tutti i testi c’è una compresenza di paesaggio e umanità, di elementi fisici e antropici che si intrecciano uno nell’altro, più spesso dolcemente, a volte emerge un elemento drammatico. D’altra parte l’incantevole raffinatezza delle pitture non è fine a se stessa ma la modalità per delineare con incisiva precisione un episodio emblematico della società quattrocentesca, con personaggi nobili e popolani, ricche vesti e strumenti da lavoro, castelli sontuosi sullo sfondo di campi coltivati e animali al pascolo. Scene di vita trascorsa che il poeta osserva con lo sguardo rivolto al passato ma la mente ancorata al presente, per dare voce a ciò che rimane nel tempo e suscita pensieri e nutre l’immaginazione. Come avviene – in Febbraio – scorgendo il connubio delle rame arboree con il corpo femminile, entrambi pronti allo sboccio, e quel“po’ di lussuria nei sogni” che scalda le ore intanto che un manto di neve raffredda ancora il paesaggio intorno.
Un’accattivante personificazione apre Marzo, il desiderio di potare “la vigna dei vecchi pensieri”.  Maggio è un inno alla gioia di vivere “amici senza stagioni / a dorso di nuvole”, nella luce di un mattino immutabile dove “libero è il vento del desiderio / e il vino / dei sogni non ha pentimenti”. In altri mesi prevale la riflessione, così Giugno inclina a domande sull’essere e sulla morte, alle quali è inutile rispondere perché si sa bene il senso della fine ma si è sempre impreparati. Luglio è adatto ad un’anima meditante e malinconica, che avverte la fatica di portare avanti “pietra tra pietre, senza ali / il nostro destino”.
Se Settembre fa percepire la precarietà della vita, più ottimista è Ottobre, dove si semina e nel tempo qualcosa germina, non solo nella terra: “pure un pensiero / chi sa in quale buio covato / nutrito dal fiume / dei sogni”. In Novembre la costellazione dello Scorpione e l’immagine del guardiano di animali conducono alla violenza insita nella sopravvivenza, all’ “inesorabile legge che oppone / la vita alla vita e fa / del sangue moneta”. In Dicembre la scena di caccia connota un inizio drammatico – “È rissa la vita canaglia / è rossa malpelo / e il grido attanaglia” – ma la chiusa è un augurio all’anno che viene: “domani / apriamo finestre d’azzurro”.
Nella nota conclusiva l’Autore parla del libro d’ore come di “un pretesto per alcune riflessioni o divagazioni sul tema del tempo, sulle stagioni della storia, e della nostra vita individuale, una ricerca di se stessi sul filo dei motivi immutabili della vita e della morte”. Il medesimo atteggiamento era sotteso alla silloge Àlighe (Edizioni Cofine, 2011) scritta in dialetto triestino, lingua della memoria capace di riportare le voci di quanto il vivere, con poco ordine e scarsa logica, accumula e dimentica: parole che sono “de l’ombra el riflesso / le scolta el susuro / che fa la mareta”(il riflesso dell’ombra / ascoltano il sussurro / della risacca).
Qui, ne Le belle ore del Duca, lo spazio e il tempo subiscono una lirica decantazione affidata ad una metafisica distanza: la realtà lascia il posto a immagini di rara bellezza immerse in un’epoca sospesa e lontana, oltre la memoria umana, eppure condivisibili nel proprio presente. Il poeta accoglie ciò che perdura e lo trasforma in parole per strapparlo all’oscurità della fine: “Il bosco / ha immobili aromi e il viaggio è perenne. / Andare via nella luce, lasciare / il paese dell’ombra”.
 
Roberto Pagan, Le belle ore del Duca, Edizioni Cofine, 2012. 
 
Da Il Segnale - percorsi di ricerca letteraria - n° 97 febbraio 2014
 
Nelvia Di Monte