La poesia civile di Marcello Marciani


La recensione di Nelvia Di Monte

La ricerca formale, metrica e linguistica, da sempre caratterizza la poesia di Marcello Marciani lungo le diverse raccolte in italiano e, negli ultimi anni, in dialetto. Una cura dello stile per niente di maniera o falsamente sperimentale né di postmoderno citazionismo, ma connaturata alla convinzione che la lingua costituisca il mezzo e il modo più incisivi e complessi per rappresentare la realtà, per inseguirne i molteplici sensi, per comprendere le relazioni profonde che legano al mondo e che sempre più spesso l’attualità stravolge. Attraverso una scrittura poetica composita e innovativa, colta e arguta, Marciani ha cercato di stanare – a volte con malinconica ironia, a volte con salace sarcasmo –  i meccanismi espressivi di un’epoca frenetica, posta sulla ripida china della superficialità, della dimenticanza, dell’offesa all’umana dignità.

Questa cifra stilistica, pur modulandosi con profonde differenze nelle varie pubblicazioni (a partire dagli anni ’70), si è mantenuta costante linea d’orizzonte di una poesia che vuol essere uno sguardo critico sulla realtà, individuale e sociale. E poiché questa negli ultimi anni si è fatta più problematica, anche la poesia – che ne è testimone e voce – è diventata più aspra e più amare appaiono le sue immagini. La pubblicazione contemporanea di due raccolte, una in lingua (La corona dei mesi, LietoColle, 2012) e l’altra nel dialetto dell’area frentana di Lanciano (Rasulanne, Edizioni Cofine, 2012) consentono di porre vicino le due scritture, così che somiglianze e differenze appaiano più nitide e compongano una trama poetica fortemente unitaria.

La corona dei mesi riprende una struttura letteraria del Trecento, una serie di componimenti legati tra loro dall’argomento e di uguale struttura metrica. Sono riuniti qui dodici testi costituiti da diciotto versi, la maggior parte suddivisi in due strofe, a cui si aggiungono un testo introduttivo e uno conclusivo che formano due strofe di un’unica poesia dedicata a don Tempo, colui che mestica o sparpaglia storie e saghe e tiene in pugno un universo che s’appanna / in fiati di meteore, in clic di vite trascese. Ogni poesia è affiancata da una fotografia d’autore, dodici bellissime immagini in bianco e nero sul tempo che scorre insieme a persone, case, stazioni e stagioni mentre gli orologi sostano su una precisa ora. Non è un anno facile quello che si apre con la malattia di una persona cara e la sola possibilità di far fronte alla tragedia sta nei gesti, un po’ di voce nel condiviso bisogno / di cianciarsi. Marzo ricorda la violenza sulle donne e la rima mimosa-cosa crea un corto circuito drammatico tra l’immagine della festa e lo stupro: Stamattina avevo in sangue un frullato di mimosa / ridarelli avevo gli occhi che saltavano spiccaci / ma il mio tempo alleva branchi mi confisca mi fa cosa. Anche maggio è dedicato a figure femminili, in questo caso alle ragazze che perseguono i facili successi del momento, Maghette variopinte discinte all’arrembaggio (...) microletteronzine di una posta in ostaggio. I danni della politica sono stigmatizzati con dolente ironia nel mese di aprile, dedicato all’anniversario del terremoto dell’Aquila e alle sue case prefabbricate: Qua si dorme si staziona si insapona ansia e passato. / Qua ha tagliato nastri e futuri il demiurgo impomatato. A settembre non va meglio, è un araldo di rituali filmici / un giocoliere che spaccia aria per storia / un berluscante che acconcia visti falsi. In questa società dedita a un imperituro presente, che non sa pensare ad un altrove se non d’agenzia, che non conosce la libertà dal quotidiano livore dalla loro incancrenita armatura (in Agosto), si toglie qualsiasi speranza ai giovani che sciamano su tegole piazze e striscioni / senz’altra tinta e ragione di una gialla esasperazione (in Novembre). Con Dicembre, in cui si respinge Gesù che ha il volto di un bimbo africano emigrato, si chiude l’anno e questa “corona” di poesie scritte in una “lingua che mescola alto e basso, comico e sublime, registro colto e sintassi parlata, tradizione letteraria e dialetto, fatta di parole che pesano, che si fanno corpo e materia” (come scrive Francesco Paolo Memmo nell’introduzione). In questa lingua Marcello Marciani persegue il suo ideale di poesia “civile” che mostra il mondo com’è, una volta  tolto il velo di retorica e falsità che lo ricopre (e a cui il linguaggio corrente fornisce troppi alibi e sicurezze), così che appare in filigrana anche quell’insieme di valori etici condivisi che stanno sbiadendo ma a cui non si vuole rinunciare.

Le Rasulanne della raccolta dialettale (Premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2012), scrive l’autore in una nota, sono letteralmente le rasoiate ma, nella parlata lancianese, indicano vari livelli di sopraffazioni, oltraggi e lacerazioni. I testi sono prevalentemente monologhi destinati al teatro in cui la voce è determinante strumento di comunicazione e interpretazione. In essi l’io lirico lascia spazio a tanti personaggi, ciascuno con la propria storia, ma questa tendenza a ritrarsi dalla scena per porsi in ascolto di altre voci compare anche ne La corona dei mesi, se pure alternando momenti di distacco ad altri in cui la presenza diretta dell’autore riprende il sopravvento.

La lingua dialettale fa emergere da un oscuro fondale queste figure e guida i loro racconti, Chiacchiera murte o voce areddunate / da cchiù sunne (...) Chiacchiera sturte o nu parlà’ fatticce / di cristiëne di vizie e di gimusse? (Chiacchiere morte o voci radunate / da più sogni (...) Chiacchiere storte o un parlare corposo / di persone di vizi e di cadute sul muso?).

Sono personaggi fantasmatici in bilico tra realtà e sogno, tra attualità e passato. Un’umanità sofferente, ai margini della società o della vita, come i vecchi lasciati soli, la mitomane di paese che ricorda un improbabile passato di successi, il “mastrotegola” che si è arricchito con la speculazione edilizia, la ragazza anoressica che non sa se è viva o morta e si sente simile a un pezzo di legno abbandonato alle onde, lu ceppe che se trézzeche / nche lu vente a la marine / campe d’arie e de perfume (il ceppo che si dondola / con il vento alla marina / campa d’aria e di profumi). Una donna bulimica elenca una successione di cibi e usanze locali che si dilata a dismisura perché ha perso il fulcro della propria vita, ’n-se trove lu mìjcule / me s’ha perse lu centrone / de sta vite che se sfragne (non si trova l’ombelico / mi s’è perso il chiodo centrale / di questa vita che si spappola). 

In questo teatro della vita il dialetto è elemento che lega ad una precisa realtà ma insieme distanzia in un altrove di senso ormai smarrito, non tanto perché sia cambiata la società e certe esperienze possano apparire anacronistici residui, ma perché la loro caduta trascina a fondo il presente, incapace di sostenere socialmente vecchie esistenze e progetti futuri.

È un mondo in cui non si può più credere, da cui chi è “intossicato” (dalla realtà prima che dalla droga) cerca di volare via perché “è falso / è bocca storta e trappolerìe / codesto mondo strombazzato se mi getta / come un panno-lenci ribagnato dal mare / incrudito, uggioso, per gli errori suoi”. Un mondo dove scienza e progresso non aiutano a vivere meglio, tanto meno a morire con dignità. 
Nel dialetto, più ancora che nelle poesie in italiano, le parole di Marciani si fanno “corpo e materia”, diventano pietre su cui si incidono le sofferenze e le disillusioni di un’intera società a  cui restano pochi spiragli. Di un pozzo parla l’ultimo testo fortemente metapoetico, che si sofferma sul movimento altalenante della scrittura che scombussola luoghi e momenti, sull’incertezza del tempo narrato e della provenienza della voce ch’abberrùte cosse e core, / chi le sa se è lu vere o ’na fanfarre / che me se ’nchiove ’n cocce (che avvolge gambe e cuore, / chi lo sa se è vera o è una fanfara / che mi inchioda in testa).

Nello scorrere dei decenni la scrittura poetica di Marciani non ha rinunciato all’arte combinatoria che insegue il corpo vivo della lingua, ma si sono quasi dissolte le atmosfere più lievi e ilari. Né potrebbe essere diversamente, in questa contemporaneità così difficile ma in cui la poesia continua ad agire, traendo dal passato nuove forme. Come il campanaro che non si rassegna al falso rintocco delle campane elettriche, al loro frastuono monotono, e conserva dentro di sé l’antico strumento, stu pese che fa male / pe’ sunà ’na vite che ’n-s’ammócche (questo peso che fa male / per suonare una vita che non si doma).
 

Pubblicata su: Rivista italiana di letteratura dialettale (Palermo, Anno I n° 4, Ottobre-Dicembre 2013)