Il mio letto ha tre gambe di Dan Opus Lapidus


Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

La Casa Editrice Gattomerlino, diretta e curata dalla poeta, narratrice e critico letterario Piera Mattei nasce nel 2010 nell’ambito delle edizioni Superstripes Press dirette dallo scienziato Antonio Bianconi, con l’intento di mediare il rapporto tra cultura scientifica e intuizione e produzione poetica.

Dopo la Serie Blu, Amaranto, Verde, lo scorso settembre è stata inaugurata la collana Quaderni di pagine nuove, rivolta a poeti meno conosciuti, inediti e non, il cui primo titolo è Il mio letto ha tre gambe: autore Dan Opus Lapidus, pseudonimo di Danut Dogaru, nato in Romania nel 1966, emigrato alla fine degli anni ’90 a Roma, dove ha esercitato il mestiere di decoratore e pittore edile. La poesia di Dan, immediata e genuina, si presenta come riflessione, contemplazione, meditazione e orazione laica sul tema della purezza, incompatibile con la vita.  

Vita che per il poeta è indifferenza, inganno, falsità, ostacoli alla piena e vera relazione ovvero pietra su cui inciampo rovinosamente /e abbandono lo spirito comunicativo: questo è uno dei temi ricorrenti cui Dan attinge, con cui scrive della realtà, della quale enuncia le finzioni: infiniti modi per non svegliarsi alla verità e alla consapevolezza; così gli uomini si lasciano sedurre e talvolta sopraffare da parole illusive come gli angeli / ingannevoli e inafferrabili / composte da un mucchio di insidie / che se incomprese uccidono lento e pulito  / / bussano sempre alla porta, / così abbiamo un ospite in più.

Intorno alle parole, ai sentimenti l’autore esprime lapidari giudizi; la parola ‘speranza’ ha un significato negativo, non solo perché illude ma soprattutto perché rinvia sempre a un dopo, a un tempo successivo, con furbizia, quasi inavvertita invadenza. Perciò la speranza è parola odiata come… / la pioggia triste / nel giorno di compleanno; la ‘purezza’ non si può raggiungere, solo i non-nati sono santi, non contaminati dall’esistenza da che la materia somiglia / piuttosto alle fecce / e godiamo il rinfresco / lamentando la sporcizia / che ci circonda.
Osserva Piera Mattei nell’accurata introduzione: “Dan si aggira tra i suoi assoluti, le sue idee, il bene e il male ….Il mondo … è un blocco di ghiaccio che si scioglie senza lasciare traccia …. Altre volte il pessimismo, il senso di nausea diventa insostenibile”. Vuoto esistenziale, umana desolazione, senso di inadeguatezza sono le corde attraverso cui si dispiega il canto solitario di un uomo fuggitivo / senza identità, che cerca se stesso.

Anche l’amore è buio, la mia delusione preferita, sentimento corroso da incomprensioni e indifferenza coniugali, dalla diffusa noncuranza tra simili che Dan ironicamente definisce leggera, totale/ e uccide senza pensieri. Dal pessimismo di fondo degli assunti poetici, dal tono crudo di certe immagini (mattino viscido; ubriachezza funebre; meta inesistente; gioco perverso; anima avvelenata; ricompensa equivoca; normalità ambigua; abortire il pensiero) sembra levarsi, più che un’accusa, un’accorata richiesta di guarigione. Neppure l’esperienza da altri lasciata, chi non è più tra noi, salva i sopravvissuti dalla ripetizione dell’errore, non li protegge dai percorsi accidentati, dunque ideare per noi / un paradiso morto come il Verano / sarebbe una bella alternativa / per riconciliazione / ma i morti non emettono consigli / così restiamo senza riparo. Unica via d’uscita dall’inganno delle emozioni e dei sentimenti è l’inesistenza se anche i pensieri sani soccombono all’azione dettata dagli istinti che la ragione non riesce a governare. Nasce un pacato rammarico misto a compassione per il perpetuarsi triste del ciclo morte-rinascita del corpo quanto dell’anima che vi dimora. Per Dan il buddismo, cui per qualche tempo si è accostato, è il sentiero che conduce all’Illuminazione, alla realizzazione del Sé. Ma non è facile, anzi: trovare il sentiero sano / diventa impossibile / … / proteggere il seme / dell’anima immacolata / è un obbligo / prego / imparo / insegno / la purezza di un sorriso perduto. Il percorso di autoconoscenza è pieno di insidie, strettoie, trappole, ripensamenti: per realizzare il desiderio più cogente, il risveglio, bisogna dotarsi di strumenti, un vademecum per non restare intrappolati e inermi in un futuro rosso: / guerre carestie malattie dolore sofferenza: bisogna che l’anima contagiata dal contatto col mondo, gravemente malata, non trovi / la strada di ritorno.

La lirica sette autocomandamenti, disposta graficamente per distici, preceduti, in ordine, dai verbi pregare, chiedere, parlare, correre, porre, credere, promettere è l’impegno che Dan si è dato per inseguire la luce dell’estasi, per trovare la pace, cancellare il caos universale prodotto dall’eterno ritorno degli uomini nel mondo. Visionaria e naif, scritta in un italiano personalissimo, singolare, la poesia di Dan Opus Lapidus è nutrita -ancora Mattei- da un “vocabolario originale, che corrisponde a pensieri, sentimenti molto ben incisi e individuati, riconoscibili”.

Il timbro forte e delicato allo stesso tempo, di un uomo dal cuore trasparente che si concede la contraddizione di sperare di uscire dal cerchio del tempo.

Dan Opus Lapidus. Il mio letto ha tre gambe (Gattomerlino, Quaderni di pagine nuove, Roma, 2013)

Maria Gabriella Canfarelli