La poesia dialettale castellammarese di Rosa Maria Ancona


La recensione di Marco Scalabrino

“Questa fatica letteraria ha il solo scopo di divulgare alcune delle voci più autentiche del nostro sentire vernacolare, talune sconosciute. Ci rammarichiamo, consegnando il presente lavoro, di non essere stati più esaustivi. Ma il lungo discorso, sul filo duttile della poesia dialettale, si spezza e si riallaccia nell’impossibilità di trovare condizioni per un agevole lavoro”.

Con tale premessa, l’autrice di La poesia dialettale castellammarese Rosa Maria Ancona, sembra un po’ volere mettere le mani avanti, sembra volerci partecipare che, a dispetto del suo intento di procedere a una raccolta organica, tali e tanti sono stati gli ostacoli e le difficoltà che vi si sono frapposti. E ciò malgrado, malgrado manchino dei “tasselli al presente lavoro e si spera che altri apportino contributi sostanziali per colmare le lacune”, malgrado l’assenza “di una sistematica raccolta di dati e di opere”, malgrado questo lavoro intenda modestamente porsi quale “punto di partenza piuttosto che di arrivo”, esso è comunque un encomiabile lavoro, un lavoro che compendia il vivace spaccato storico-sociale e la poeticità della comunità di Castellammare del Golfo (TP). Di una operazione simile peraltro, così geograficamente caratterizzata, non ci risulta ci sia traccia. E tanto già basta per fare di questa una significativa opera prima; un’opera, pur nei termini appena illustrati, ben meritevole di essere consegnata al patrimonio culturale, sociale, memoriale della collettività alla quale appartiene.

La validità di quest’opera è d’altronde suffragata dallo storico Salvatore Costanza, il quale, nella sua introduzione al libro, asserisce che l’autrice ha operato “con l’amore per la sua terra, ma anche con l’equilibrio filologico e critico che si conviene a un’opera letteraria”. D’altra parte, possiamo ben comprendere almeno una, la principale forse, delle difficoltà: quella di reperire le opere dei nostri autori dialettali del passato e dunque questa circostanza, al pari di altre, è utile al fine di porre all’attenzione delle istituzioni politiche, sociali e culturali la questione della loro ristampa donde promuovere una fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana (e parimenti di ogni altra letteratura dialettale della nostra penisola) e sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. Tale difficoltà, necessariamente, trova poi riflesso nella forzata frammentarietà delle opzioni disponibili, nella esiguità ovvero del materiale che la curatrice ha potuto schierare e, per conseguenza, circoscrive il ventaglio delle rilevazioni eseguibili.

Questo studio allora, in uno spartiacque, invero non rigorosissimo, che include gli autori scomparsi ed esclude i viventi, è stato frutto della memoria, delle conoscenze, della documentazione personali, delimita un periodo, gran parte dell’Ottocento e tutto il Novecento, e in quel lasso temporale fissa gli autori che vi hanno esercitato. E nondimeno, con felice intuito, Rosa Maria Ancona trova spazio per registrare un paio di encomiabili aperture: il suggerimento dei nomi di Francesco Leone e Vincenzo Vitale, da aggiungere in un probabile lavoro di continuità, e l’imbeccata dei nomi di Giuseppe Gerbino e di Angelica Ferrantelli, quanto all’attuale generazione. Memoria, conoscenze, documentazione che le provengono dalla frequentazione, sin dagli anni giovanili, benché con i periodi altalenanti impostile dalla vita, con gran parte dei poeti dei quali lei oggi scrive e con altri autori siciliani, Ignazio Buttitta incluso.
 
Si intuisce, per quanto detto, la notazione fondamentale che attiene a questo elaborato: quella, ossia, che esso contempla poeti esclusivamente dialettali. Senso di appartenenza, sì; devozione alla comunità nella quale affondano le origini dell’autrice, certo. Ma anche lo specchio di una società variegata, dalla quale – afferma a ragione Salvatore Costanza – “si può recuperare un pezzo, seppure marginale, della storia della Sicilia”. Storia che taluni di quegli autori illustrano con toni realistici e amari, con sfumature malinconiche e nostalgiche, con l’osservanza della tradizione; mentre altri rivestono di arguzia e ironia, ammantano di accorata spiritualità e fratellanza, aprono alle avanguardie linguistiche.
 
Quanti e quali bei nomi scorrono in queste 120 pagine! Nino Ferraù, l’eclettico ambasciatore della poesia, Giovanni Formisano, l’autore di E vui durmiti ancora, Peppino Denaro, direttore del mitico Po’ tu cuntu, fra i più noti. Ma ai Raduni Poetici Siciliani e ai Concorsi di Poesia e Musica nella cittadina del golfo, dal 1951 e fino alla metà degli anni Novanta, giungevano puntuali e prendevano parte poeti del calibro di Turi Sucameli, Guglielmo Castiglia, Alfina Spampinato, Salvatore Giangreco, Salvatore Orto, Turiddu Malerba, Neddu Bruca, Liliana Patti, Titta Abbadessa, Nino Sava, Gerlando Bordone, Tino Scalia e tanti altri.
 
Casteddammari miu quantu si beddu / foru li fati chi ti fabbricaru. / La prima cosa ficiru un casteddu / e a ripa di lu mari lu pusaru. È l’incipit, felice trionfo di immediatezza e appassionata declamazione, di un testo di Peppino Barone Cajrone, nel cui negozio di fotografo, come pure nei bar, ai “Quattro Canti”, nella “Edicola di Martino Di Benedetto”, intorno agli Anni ’50 si praticava, in Castellammare del Golfo, il culto della poesia dialettale, circolava un sentire poetico fra i più vitali della provincia trapanese.
 
“Nota distintiva della stagione poetica castellammarese – assevera Salvatore Costanza – è il rapporto umorale con l’America.” Una nutrita schiera di amatori della poesia gravita infatti, negli Stati Uniti, attorno al “Castel del Golfo Social Club di Brooklyn” e Nino Provenzano, che da Castellammare si trasferisce in America con un bagaglio di nostalgia e di versi, nel suo componimento in ottave Vinissi, scrive: E stu paisi pi cui smania hai / ni sai parrari si ti penza mai? Cogliamo lo spunto da questo testo per stabilire un raffronto fra l’ottava siciliana e l’ottava toscana. L’ottava siciliana, apparsa in Sicilia nella seconda metà del Quattrocento, che accompagnata dal canto venne chiamata canzuna, è formata da otto endecasillabi tutti a rima alternata con schema strofico abababab; l’ottava toscana, viceversa, consta di otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata, con schema abababcc. E, per affinità, vi accostiamo lo strambotto, che consta di una quartina di endecasillabi a rima alternata seguita da due distici di endecasillabi a rima baciata, con schema ababccdd.
 
Ma l’anima nostalgica dell’emigrante per antonomasia è Vincenzo Ancona. La sua struggente malinconia si ammanta di ricordi. Egli scrive e riscrive, vive e rivive i momenti eterni del passato; versa lacrime amare e semina sogni nei suoi dolenti viaggi fra la Sicilia e New York: O beddu gulfu di Casteddammari / di pena lu me cori fa’ suffriri. / La Musa mi carizza pi cantari / li to’ biddizzi, sempri a lu ciuriri. / La festa ti la fannu li tunnari / quannu ritorna lu misi d’aprili. / Li tunna, cavaleri di lu mari, / vennu a ssu Paraddisu pi muriri.    
 
Di tutti i poeti castellammaresi il più conosciuto e amato dai suoi concittadini, Ancona era poeta capace di esprimere l’amore per la terra natia e la nostalgia per quello che ha perso: Lu cori comu petra mi lu sentu, / suspiru comu fussi stancu juntu ... Passu la vita ‘mmenzu a quattru mura, / dunni ch’un torna mai la primavera / sempri sugnu a un puntu, agghiorna o scura ... Trovu cunfortu sulu a la priera.
 
Scontato che ogni autore antologizzato meriterebbe la nostra attenzione, mi limiterò tuttavia a proporne una essenziale vetrina e a riportare taluni degli esiti realizzati. A cominciare da Peppino Caleca, ‘u zu Pippinu. Filantropo e poeta, egli ebbe cuore franco e sincero. Gemellando Catania con Trapani, Ragusa e Paternò con Alcamo, Misterbianco con Castellammare, trascinò amici, cultori, poeti, simpatizzanti in amicizia e convivialità; e quando i poeti di Sicilia accorrevano ai suoi Raduni Poetici, col gesto antichissimo e greco dell’accoglienza, egli offriva loro muffuletti e ricotta, quagliata e tumma. Seppe conquistare il cuore di tutti e Titta Abbadessa, il quale scriverà la presentazione del suo volume di poesie Raciuppannu raciuppannu cu spasimi e dulura, del 1993, fu uno dei suoi amici più intimi: Circamu amuri, paci e libbirtati … ciuriddi chi nasceru a la campia … semu ‘mmenzu st’amici ‘n cumpagnia / e n’abbrazzamu comu tanti frati.
 
Nino Fontana privilegia la sua lucida memoria, dote precipua dei poeti dialettali della sua leva. Dino Altese, che pazientemente ne ha curato la prima e unica raccolta di poesie Ciuri di campagna del 1987, sostiene: “La sua poesia talvolta si ammanta di un pessimismo romantico e di una religiosità naturale; altre volte mostra vivacità e gaiezza, tocchi di saggezza contadina, che vengono a lui dall’ambiente popolano. La natura, della quale egli è testimone quotidiano (la località di Bruca è il suo habitat naturale), nella tensione e nella fatica, lo incita a nuove prove poetiche; il contenuto e il modo di trasmettere i suoi messaggi inducono a perdonare qualche imperfezione”: Povera vita mia china d’affannu / chi ci nascisti a fari nta stu munnu? … Mi tocca travagghiari tuttu l’annu / e pi furtuna mia nun mi cunfunnu ... Biatu cu’ sta dintra e ‘un si trascura / e acqua e friddu e nivi s’arripara; / eu pi mala sorti o pi svintura / a mia m’attuccau sta vita amara.
 
Risiede nella frazione di Balata di Baita Gaetano Saracino, il quale ha una propensione verso il paradosso esistenziale e morale. Saracino scandaglia l’identità sociale del suo mondo contadino, uno spaccato di insularità siciliana sarcastico e curioso, e nel suo linguaggio inserisce note, originalità e furbizia, tipiche della tradizione dialettale siciliana. Egli ammonisce e porta la parola ad essere strumento di conoscenza: L’omu avissi a nasciri du’ voti / chi nta la vita sbagghi si ni fa.      
 
Le liriche di Nino Tesoriere sono tracce di una formazione culturale sulla scia dei più recenti Maestri dialettali dell’Isola. Propenso a verificare le possibilità della lingua siciliana e ad aprirsi alle avanguardie, è evidente in lui la necessità di uscire dai vincoli e dai pregiudizi vernacolari per immettere il dialetto siciliano nel grande flusso della Poesia Europea. Una lezione poetica, difficile e impegnativa, suffragata dalla silloge Solitudini di passi, del 1975, con prefazione di Paolo Messina, il quale della stagione del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, grossomodo fra il 1945 e la fine degli anni Cinquanta, è stato uno dei protagonisti: Varca a lu mari: / bianca / palumma / zita / pi l’artaru. / Lu navicari / è sonnu, / lu dari funnu / è chiantu; Morti / manicchia / ài dunni metiri / e nun meti. / Morti / orva di l’occhi / nun vidi mancu / chi la porta è aperta.
 
Fra coloro che non hanno trovato spazio in questo succinto elaborato, ci corre l’obbligo di menzionare: Camillo Cajozzo, Giovanni Belnome, Angelo Colomba, Nicolò Fontana, Vito Sottile, Castrenze Navarra, Giuseppe Garofalo, Vito Monticciolo, Filippo Cacciatore, Francesco Savalli.
 
Fin qui Rosa Maria Ancona. E nondimeno, prossimi all’epilogo di questa “lettura”, è d’uopo rilevare, con accesso random, alcune schematiche osservazioni in ordine alle soluzioni ortografiche e sintattiche e alle peculiarità del nostro dialetto che da queste scritture sono emerse.
 
Ed ecco, allora, succintamente: l’avverbio invariabile quantu: quantu tradimenti, quantu casuzzi; la dovizia lessicale: macasenu, pulisaru, santiari, aggragnatu, caliava, caj, surruschi, manicchia, astracheddu; l’impiego di vezzeggiativi e peggiorativi: ciuriddu, vintazzu, picciutteddu, vastasazzu, arvuliddu; il raddoppiamento e/o la ripetizione dei termini: paru paru, spirutu spirutu. “Il raddoppiamento o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) – dichiara Luigi Sorrento in Nuove Note di Sintassi Sicilianadel 1920 comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa nel momento, nell’istante in cui si parla, nudu nudu è tutto nudo, assolutamente nudo. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del siciliano. Strati strati indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “estensione” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. Cui veni veni intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente”; la dd: capiddi, stiddi, spaddi, caddi. Derivante dal tardo-latino (capillus, caballus, etc.) talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due d, la dd rappresenta il suono più caratteristico della lingua siciliana. “Infatti la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu – precisa Salvatore Camilleri – è ca-va-ddu”. Da rimarcare inoltre che il suono di d è dentale, mentre quello di dd è cacuminale. Non sono mancati nel tempo i tentativi, non fortunati, di sostituire il segno dd con ddh o ddr, e con i puntini in cima o alla base di dd; la forma del pronome personale eu relativo alla prima persona singolare. Iù, ìu, èu, , ièu, sono alcune tra le svariate tipologie, qua e là usate in Sicilia, per esprimere il pronome personale io. Alberto Criscenti, in un suo articolo uscito sul numero di gennaio 2010 del periodico trapanese Epucanostra, Nino Barone Editore, argomenta che la voce è diffusa nell’area della Sicilia nord-ovest, area rappresentata dai Comuni di Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Favignana, Paceco, San Vito Lo Capo, Trapani e Valderice. Nel limitrofo comune di Castellammare del Golfo è viceversa localizzata la voce eu: eu pi la mala sorti, eu ci lu dicu, eu sta matina; il verbo essiri che, come del resto è avvenuto in altre lingue, ha perduto, in favore del verbo aviri, le funzioni di verbo ausiliare, per cui rinveniamo: ha statu, ha nasciutu; la j: jiri, juntu, jaddina, jardinu, è un segno che ha sovente suscitato l’attenzione degli studiosi. Salvatore Giarrizzo, nel Dizionario etimologico siciliano del 1989, definisce la “j” semivocale latina. Se invece fosse, come da altri sostenuto, una vocale la “j” dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri) dovremmo pure scrivere l’jornu, l’jiditu … cosa che nessuno si sogna di fare, appunto perché, non essendo la “j” una vocale, non vi è elisione e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante; l’articolo indeterminativo “un”, il cui uso, se corretto nel dialetto siciliano davanti ad esse impura e zeta: un spinguluni, un statu, un zeru tagghiatu, è, al contrario, biasimevole qualora apostrofato.
 
Salvo un’unica eccezione siamo nel solco profondo della tradizione, nella grande protettiva casa del metro classico (ottave e quartine, soprattutto, ed endecasillabo, che di queste forme è il verso egemone), nella sedimentata, pur rispettabile, esperienza popolare dei contenuti. Ma, anche alle nostre coordinate temporali, in verità, c’è chi ha le idee chiare e, con determinazione, ce le trasmette, perché noi se ne possa fare buon uso; anche a Castellammare del Golfo, come già in altri illuminati poli dell’Isola, le fondamenta di un altro edificio, quello progettato dagli artefici del movimento denominato Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana, sono state buttate. “La poesia dialettale – ha affermato Carmelo Lauretta – non può più essere improvvisatamente arcadica, compiaciuto riciclaggio di cadenze foniche, formulario di comodo gergale ricercato deliberatamente per varcare le soglie del Parnaso, ma impegno di strutture nuove e di prosodia rinnovata ab intus con valenze evocative e simboliche”. Se dunque avvertiamo, se è nostra consapevolezza che sia giunto il tempo, non più differibile, di innestare nuova linfa vitale alla Poesia Dialettale Siciliana, se crediamo, come ci insegnano  gli studiosi, che “è la forma che fa l’arte, benché il carattere artistico essa lo riceva dal significato, dal contenuto”, sta a noi, alla nostra generazione, adesso, recuperare la preziosa lezione che ci viene da quei Maestri.
 
Rosa Maria Ancona, La poesia dialettale castellammarese, Edizioni Drepanum, 2013.