Corde de tempo di Anna Elisa De Gregorio


La recensione alla sua ultima silloge in dialetto anconetano di Ombretta Ciurnelli

Anna Elisa De Gregorio, dopo due raccolte in lingua (Le rondini di Manet, Edizioni Polistampa, 2010 e Dopo tanto esilio, Raffaelli Editore, 2012), affida il suoi pensieri al dialetto anconetano nella silloge Corde de tempo (“Quaderni di poesia”, Dars,2013) con cui ha vinto la settima edizione del Premio internazionale poesia femminile “Elsa Buiese”.
 
Corde de tempo è un racconto che parte dal dopoguerra con immagini che più volte ricordano il cinema neorealista: le vacanze in colonia, il costumino da bagno co’ la peturina ’ntesito d’acqua de mare di una bambina triste, magra, dai grandi boccoli, i suoi giochi poveri, le sue fantasie capaci di trasformare le lucciole in stelle, le prime lettere tracciate incerte sul foglio bianco che già sono ‘fili’ di pensiero.
 
Poi seguono altre corde de tempo (C’era ’na volta ’n curtile) e al c’era una volta… si sovrappone il c’è. La miseria del dopoguerra è alle spalle, il materasso non è più di foglie di granturco tuto gonfio de sbrozzi, gli archi delle stalle, alti / come de chiesa / tenti de ’ntonaco roscio, arrivano a tucà ’l zilenzio, / ch’adè rintrona a voto e scompaiono le antiche stanze impregnate di odori-ricordi. Anche i luoghi della morte si trasformano e nei cimiteri il nuovo sembra impedire gli intensi dialoghi di un tempo, quando con una fotografia a purtata d’ochi / pasavi dó parole cun Qúlatro / e la tera purtava l’imbasciata, come recitano i versi della lirica N albero d’ulivo.
 
Le corde de tempo della De Gregorio parlano nei respiri di un bambino e di un vecchio, in uno sfocato dagherrotipo di due sposi de stracheza straniti, / e muti di incertezza, nella solitudine dell’adolescenza che ha fretta di correre n viagio / sulitario de alberi / che fugene in avanti, perché l’Autrice ci racconta il viaggio della vita di cui il treno diviene metafora, suspeso / sopra le dopie rote, / come in punto de morte. Nel treno c’è chi fa ’ndata e ritorno / e chi va via per zempre in un ‘viaggio’ in cui si alternano vita e morte: dal neonato che tradisce ancora la sua angelicità all’amico scomparso. Come afferma Antonella Sbuelz, “l’arco di una vita, dilatata fra corde del tempo ora tese ora lasche, ora amare ora raddolcite, ora lievi e sospese, altre volte inquiete e disincantate” si snoda “fra l’esordio dei primi testi poetici – un esordio aperto e dilatato, lontano nel tempo e legato all’infanzia – e la fine della raccolta – una fine circoscritta a uno spazio domestico e legata alla maturità dell’io poetico”.
 
La storia narrata dalla De Gregorio, in un breve intermezzo biblico, indugia anche su antiche figure (Davanti a ’n specchio de storia, Cantico de Zacaria, El dono) quasi per bisogno di archetipi in cui confermare il senso delle corde del tempo o trovare spiegazioni all’esperienza della vita. Archetipi che ricordano l’ineluttabile svolgersi del destino, la necessaria compresenza di agnèlo e lupo / pr’inverà la prufezia, o più semplicemente il nostro essere ospiti al mondo, in cui el destì nun se gambia, quello stesso destino che in una dimensione minimalista trapela anche nei piccoli gesti della quotidianità, come lavare vetri o tendine, quando nella solitudine si coglie lo scorrere della vita che va senza di noi.
 
E della memoria che resta? Per sbiadirne i contorni basta soltanto che un muratore, metafora di un crudele demiurgo, metta in fuga sinestetici profumi di ombre e rumori, elementi fisici che sostanziano di sé la memoria, perché i ricordi da per loro… / ndo’ se tàca?
 
A volte le liriche sono piccoli acquerelli, con figure appena accennate, con alberi e fiori, qualche animale - pretesto per dire altro. Non immagini logore e usurate, ma spazi e oggetti della quotidianità, come il costumino di lana, una finestra, un lavandino sbrecciato o uno stendibiancheria su cui, senza retorica, si appoggiano nostalgie, su cui l’Autrice lascia sfuggire, quasi in un singhiozzo, la rinnovata sorpresa di fronte all’inspiegabile meccanismo del tempo, della vita e della morte.
 
Sottesa qua e là, la riflessione metapoetica sul ‘filo’ della scrittura: Riva smagrito filo / de scritura ntun gesto / cunusciuto da fiola: / artròvi l filo de casa / smarito, te cunzóli e la salvezza, nello sgretolarsi della memoria e nell’indifferente svolgersi del destino, sembra essere così nella poesia.
 
I suoni morbidi del dialetto anconitano, a volte con una patina arcaica, si appoggiano in versi generalmente brevi; prevalgono, infatti, settenari composti in strofe regolari. Il tono è umile, aderente al minimalismo descrittivo che caratterizza in più parti un racconto in cui gli spazi riflessivi sono brevi, e pregnanti, a volte, quasi per pudore, posti tra parentesi. Qualche haiku in esergo ad alcune liriche a confermare, con lo slancio rapido e garbato proprio di questa forma poetica, il senso del viaggio, con toni sempre pacati, anche nel racconto di momenti tristi della vita su cui i versi della De Gregorio si posano con leggera compostezza, con malinconico stupore che mai diviene rimpianto struggente.
 
Anna Elisa De Gregorio, Corde de tempo, “Quaderni di poesia”, Dars, 2013.
 
Ombretta Ciurnelli