Incontro romano di Ombretta Ciurnelli e Anna Maria Farabbi


Reading delle poetesse umbre al Villaggio Cultura Pentatonic

Domenica 26 gennaio 2014 dalle ore 17 al Villaggio Cultura – Pentatonic in viale Oscar Sinigaglia 18-20 a Roma, si è svolto uno straordinario incontro con le poetesse umbre Ombretta Ciurnelli e Anna Maria Farabbi presentate da Vincenzo Luciani e Anna Maria Curci. All’incontro hanno preso parte e sono intervenuti brevemente Manuel Cohen, Plinio Perilli e Annamaria Ferramosca
Vincenzo Luciani ha esordito presentando Ombretta Ciurnelli che, nata a San Martino in Campo, un paese della valle del Tevere ,da più di mezzo secolo vive a Perugia dove ha studiato e si è laureata in Lettere Moderne. Insegnanteper molti anni di italiano e latino nei Licei scientifici la Ciurnelli, oltre che essere appassionata di studi antropologici, si è affermata come critica fine. Nel 2011 ha curato l’antologia OliveTolive, poesia dell’olio e dell’olivo da Omero ai giorni nostri. È pure autrice teatrale (ha pubblicato nel 2012 il testo in italiano Dai campi di granturco ai gelsomini) e, naturalmente è poetessa in lingua perugina (“dialetto arcaico del contado, una lingua perduta e poi ritrovata che l’autrice continua ad esplorare in tutte le sonorità e potenzialità semantiche, privilegiando i toni intimistici e riflessivi nel quadro della poesia neodialettale”). Quattro le sue raccolte poetiche: Badarellasse ncle parole Abbecedario di acrostici (2007), acrostici dal tono e dal contenuto giocoso; L’arcontastorie (del 2008, in versi novenari, con lo stile proprio dei cantastorie, narra drammatiche vicende di donne sullo sfondo di un’arcaica società contadina); Si curron le formiche (2010) versione riveduta ed ampliata della omonima raccolta inedita, nel 2009 seconda classificata al Premio di poesia Ischitella-Pietro Giannone; infine La città del vento (2013) in lingua perugina che trae origine ed ispirazione dalla sua città.
Da Si curron le formiche la Ciurnelli, su invito di Luciani che ha introdotto il reading, ha letto la poesia chiave “E camino” che contrassegna le cinque sezioni della raccolta: Formiche - Prucissione - Muliche - Segne - Rimore (Si tratta di un viaggio a ritroso nella memoria alla ricerca delle parole perdute, riscoperte, ritrovate, ascoltate con l’orecchio attento della maturità con le sonorità ruvide e raspose: i mi motte de j’anne più cèrbe) e poi la poesia “Muccite da n’idéa”
Luciani si è soffermato soprattutto su La citta del vento (2013) ultima raccolta di poesie in lingua perugina in cui l’autrice ha scelto i suoni aspri e terrosi per raccontare e raccontarsi, tra coscienza e memoria inconscia. Ha dichiarato di condividere il giudizio sulla raccolta di Anna Maria Farabbi secondo la quale “è l’opera più matura di Ombretta Ciurnelli. Vento e respiro nel mantice della città, corpo vivente, che si svela tra scale, vicoli, vene di memoria, pietre, odori e sonorità. Nessuna retorica. Il dialetto vibra con forza asciutta. Elogio le chiuse di molte poesie”. L’opera ha avuto molte recensioni tra cui quelle di: Anna Elisa De Gregorio, Anna Maria Farabbi, Nicola Fiorentino, Walter Pilini, di Roberto Pagan, Salvatore Di Marco, Salvatore Loleggio, Giampiero Mirabassi, Antonio Carlo Ponti, Grazia Stella Elia. Ed è stata premiata al Premio Sandro Penna il13 ottobre 2013con questo lusinghiero giudizio:«La città del vento di O. Ciurnelli - Una città – qualunque essa sia – non la si conosce dai libri, dalle cartoline illustrate, dalle cronache dei giornali; una città è fatta di odori, di rumori, di colori, di parole, di chiacchiericci, di sole, di vento, di una lingua sua, unica, inconfondibile, rintracciabile pure tra gli idiomi di una migrazione che ne segna nel bene e nel male i confini. Quella di Ciurnelli, è una città, è Perugia con la sua acropoli, i suoi vicoli che sembrano scendere verso dimensioni altre, che portano ad affannose ascese, che aprono improvvisi silenzi e altrettanto improvvisi rumori di voci, di volti, di colori. È la città che rivive nella duplice veste linguistica, quella locale e quella nazionale, entrambe raffinatissime, richiamando un passato, nemmeno remoto, quasi contadino e proiettandoci in un futuro che si apre con le cronache tristissime del presente. Ma non c’è – nei suoi versi– una nostalgia di maniera, ma la presa d’atto della finissima consunzione del tempo, dello sgretolarsi del passato e del suo recupero nella scrittura, in una scrittura capace di esorcizzare il tempo e rimaterializzare ciò che fu e quindi è».
La poetessa ha poi letto il componimento riepilogativo della raccolta “Puisïa” che, dopo aver elencato gli elementi costitutivi della sua città si conclude con il bellissimo verso: Na città già da lia è puisïa”. Ha poi declamato “Nton colle” nella cui seconda strofa, secondo Luciani, c’è la più bella descrizione di Perugia: Nton colle arimpiccata... fanfarona! / ncol gran gí e ní de scese e de sajite / pianino lia je sguilla nto la schiena / guaso a chiappallo ntol bono de l’amore / e ’n girotonno de monte a ’rmiralla.
Di “Scaline”, a sorpresa è stata fornita, prima della lettura in dialetto, la bella versione in tedesco ad opera di Anna Maria Curci. A seguire sono state lette le poesie “Abonóra” nella quale viene fuori la Perugia preferita dall’autrice quella del risveglio in cui ntol grigio dle pietre de la piazza / bianca se sveja / la Fontana Granne) daver davero / sta città del vento / deventa tutt’a ’n botto / sol che mia. In “Vèrde” è racchiusa una delle più belle descrizioni dell’Umbria: Ben amischiate / ntle schiene di toppe / benanco smulicate / ben compòste èn tutt’i vèrde / che fònno ’n gran vèrde.
E per concludere alla poetessa è stato chiesto di leggere anche “Mercato” e “Vecchio spidale” dalla chiusura strepitosa: ’N rimor cinino / mmezz’ai calcinacce / quil pigolà / de le sòre cappellone / na volta a curre / sempre nnamidate / le scale i curridoje le corsie...
 
Il compito di introdurre e condurre la lettura dei testi di Anna Maria Farabbi tratti da “Abse” è spettato ad Anna Maria Curci la quale ha ricordato la prima tappa del suo viaggio nella scrittura di Anna Maria Farabbi avvenuta attraverso le poesie in dialetto umbro della raccolta Guardando per terra. “Ed è stata subito - ha detto - una esplosione di giallo. Suono giallo, come già scrisse Kandinsky nell’omonima pièce teatrale, esempio di Gesamtkunstwerk espressionista. Colore giallo denso e cocente, fuori dai contorni, incurante delle regole, ché la natura cresce e dilaga, si espande e si increspa in maniera sempre inaspettata e imprevedibile: “Giallo”: Io so nbotto giallo ntol cervello tsitto / dla soletudine. L’epo de lujo / che coce. / Lmiele. / So lmiele che nengue / drent’a la trippa dla notte: / ogne d’oro / lvento. Poi, attraverso la musica di Vincenzo Mastropirro, sono arrivate parole e note de “La bambina cieca e la rosa sonora” e, nel 2013, Abse, un testo che O. Ciurnelli correttamente definisce “un prosimetro”. Un’opera che è un viaggio, nella terra umbra e dalla terra umbra per tutto ciò che è umano, un’opera varia eppure straordinariamente unitaria nel suo seguire filo e cruna di colei che scrive e cuce e percorre e che così chiaramente esordisce – un programma chiarissimo il suo, non invettiva, non proclama, non falsamente dimessa dichiarazione di resa – nella sua professione di fede: Io credo nel credere. / Per credere faccio l’orto e il pane. E imparo ogni giorno a tacere lavorando, tessendo il tempo, accettandolo. / Imparo i significati del fare, del rispettare e amare le creature che sorgono e, sorgendo, immediatamente invecchiano. Benedico l’invecchiamento: il mio, prima di tutto. Canto la poesia dentro di me, prima ancora di agire nell’alfabeto. Viaggio non verbale tra gli elementi.
Ha una trama, questo viaggio - ha proseguito la Curci - che attraversa l’abse – espressione del dialetto umbro di Montelovesco, tra Gubbio e Umbertide, per indicare il nulla, espressione che in quel dialetto paterno è vicinissima a “l’abise”, il lapis, la matita, espressione alla quale collego idealmente il verbo latino absum – e non scantona, non desiste, ma trova e raccoglie, volti e creature e terra e odori, colori, ancora, colori come in “Trama”: ho attraversato l’abse, il nulla / nel nulla ho trovato un paese / nel paese sono entrata / attraversando questi nodi pubblici: // la prima porta / la bottega dell’acqua / l’osteria del buio rosso / la piazza / la scuola / la biblioteca / l’ostia / l’asilo / l’ospizio femminile / il cimitero // ho infilato ogni filo creaturale nella mia cruna interiore / nascendo questo poema // io viaggio e canto / portando ovunque  comunque / l’ io profondo nel mio corpo che è la mia casa.
In Abse, secondo la Curci, non c’è abbandono, non c’è deliquio, non c’è trapasso, ma vista ferma e gesto accogliente, passo coraggioso e sosta consapevole, intenzionale segno di riflessione. Dalla scrittura “sull’anima del ciliegio”, dalla scrivania che non spezza mai il filo che conduce a strade ed esistenze, si sprigiona il canto della memoria. Una scrittura che cammina, cammina “tra chi scrive versi ignorando la poesia”, cammina ed entra attraverso porte, varchi e ingressi, ciascuna con la propria storia: Passo la soglia, richiudendo la porta dietro di me, cerimoniosamente. Sento la memoria e il presente di quel legno che annuncia tutto il paese. A. M. Curci ha fatto notare che “Le immagini annotate in questo viaggio oltre più di una soglia hanno la forza e la nitidezza della poesia di Christine Lavant  - penso a C’è odor di neve della poetessa austriaca per la quale Thomas Bernhard ebbe parole e sentimenti di genuino elogio e leggo in Abse: vedo cadere delle noci di neve / diventano arance attraversando il tramonto // torno all’eremo pensando allo stagno gelato / i pesci rossi immobili…
Una poesia che si nutre della terra, che ne ha scelto la cura, nel rispetto dell’avvicendarsi delle stagioni: Cenando accendo la candela perché festeggio / l’orto annuncia primavera // domani mattina zapperò sotto il respiro e la scrittura /delle rondini… Mai, neanche per un momento, dimentica questa poesia il pegno e l’impegno con la memoria, non c’è traccia di Arcadia qui. Mentre i piedi, talvolta «dimentichi del loro potere», mentre la vita sì, lei sa sempre di condurre, il pensiero corre verso «popoli in carcere e in manicomi e in campi di concentramento» e dona alla parola la sua qualità, la qualità: è parola responsabile che si lavora, zappando l’orto e scrivendo e pestando e pregando: il mio piccolo pavimento scricchiola a furia di pestarlo / ci sono popoli in carcere in manicomi e in campi di concentramento / creature con la pena di morte   con la miccia accesa in corpo // io pesto e prego / lavorando la parola responsabile…
Amore è ‘parola responsabile’ nella scrittura di Anna Maria Farabbi, è, anch’esso, indissolubilmente legato a una pacata, ferma e sempre rinnovata professione di fede nel “coniugarsi a tutto”, attraverso e poi oltre l’unione con il ‘tu’ che si ama, è tutt’uno con la percezione di sé e degli altri, di sé con l’altro da sé, insieme su questa terra: mi chiamo annamariafarabbi    vengo dalla terra / scrivo argilla e parlo aria   accendo il fuoco per cuocere / le parole  e mangiarle con te // ho passato il confine da bambina / perché la mia famiglia non era casa né cuore / non ha scolpito le linee del mio palmo // ho studiato il vuoto / dell’ago / ora cucio direttamente con le dita / e con il filo che mi nasce dal corpo / ascolto te    il tuo suono tra le righe della pioggia / mentre spargi la lingua nella mia bocca / intensamente intimamente // ma oltre te / umilmente   amore mi coniuga a tutto / togliendo all’io l’io // nome e bacio / giocando a mosca cieca…
La lingua della parola responsabile torna a essere, talvolta, il dialetto umbro: l’abise lguaderno e la lengua nme / camino la frontiera sto tsitta / fora spancella più tsitto de me / lbianco me schiara e me nengue drento / me scrive lsilentsio // i so solo che da cinina mè nuto adosso lvento / e ma buttèto nterra / pu so armasta sola ncla terra / ho sentuto desse gnente / e nduelle // i so solo nfilo femmina ntlabse / ntra che ltempo lvento me magna e msona
Arca, tenda è la parola responsabile e ha un suo dizionario, canta «la lievità dentro l’orrore della perdita»: la poesia deriva dalla cultura della tenda / tappeto che viene a me per uscirmi dalle mani / sostanze fonetiche gutturali palatali dentali labiali elementali / fasi lunari in un lunghissimo filo tra i nodi // illuminati dall’interno // dizionario.
La “nomade contadina di sé stessa” racconta: I compagni della carovana cavalcando i cammelli / sono tornati indietro / disperatamente alla prima acqua dell’oasi. // Mi hanno lasciato il peso. Il peso / è sale bianchissimo. Attraverserà con me il deserto.

Il cammino - ha concluso la Curci - prosegue, tra l’acqua dell’oasi e il fuoco del camino, la sabbia del deserto e le alture dell’Appennino umbro, talvolta mano nella mano con la nonna.  Lia, lei in dialetto, la poesia, è, come colei che la scrive – creatura e coscienza,  natura e cultura – camminante, incontra figure mitologiche e bibliche, si affianca alle esistenze che incontra e sa tacere perché a queste sia data la parola, è liturgia, è Zeltwort (Paul Celan), è shekinah