Fernando Bandini


Nota di Matteo Vercesi e Antologia

 VENETO Fernando Bandini (Vicenza, 1931 – Vicenza, 2013)

Poeta trilingue, il cui dettato si dirama attraverso le stratificazioni di italiano, latino e dialetto, Fernando Bandini sembra proteso alla riesumazione di un mondo scomparso: equazione di ‘civiltà umana’ e letteraria il cui dato sensibile pare progressivamente dissolversi in un tessuto memoriale intriso di malinconia, privo però di toni rivendicativi; di converso, tale opera di rinvenimento è supportata dall’adozione di un tono affabulatorio, delicato ed onesto (il pensiero va al magistero di Saba, e alla poesia-racconto che ‘raduna’ Pascoli, Gozzano, Sereni e Giudici), solo apparentemente radicata in un’originaria simplicitas: in realtà essa si configura come il risultato di un sofisticato processo di riduzione e livellamento, anche formale, della ‘materia-lingua’.

Per Bandini “il dialetto della poesia è una lingua della memoria” (cfr. Il Veneto che amiamo. Incontri con Fernando Bandini, Luigi Meneghello, Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto, prefazione di Goffredo Fofi, Edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 173), la quale presenta non poche insidie ideologiche: “Il dialetto usufruisce oggi di una tale risonanza e consenso di ascolto (in un mondo di lingue alienate e alienanti) che, quando una cosa è scritta in dialetto, viene apprezzata anche al di là della sua mancanza di novità e di maggior impegno” (ivi, p. 172). Tale distanziamento critico – o razionale consapevolezza dei limiti espressivi dell’idioletto in relazione ad una sua ricezione allargata – non gli impedisce di veicolare, con una patina di nostalgia dai tratti fiabeschi, gli indizi della sorda deflagrazione dei valori dell’umanesimo, irradiatisi fino all’epoca moderna e poi frantumatisi entro i gorghi del Novecento.

La città di Vicenza – trasfigurata in poesia nell’anagramma, dal vago sapore slavo-orientale, Aznèciv (“Contemplo Aznèciv chiusa nella ghiera / del suo celeste breve e circoscritto”, recita un suo verso) – diviene archetipo d’infanzia, scenario ove si stagliano figure e microluoghi emblematici, in un innesto sognante di dettagli urbani e natura (una natura impastata di alberi, acque e uccelli, che possiede sovente contorni leggeri, primaverili), denso degli echi della grande tradizione, lirica e narrativa, veneta.

Per Bandini, la lingua della poesia non può che essere lingua archeologica, aggrappata alla dinamica catàbasi/anabasi: perlustrazione dei territori della memoria e riaffioramento di ciò che non è più presente (una sorta di sinopia della forza vitale che permeava l’esistente nel passato). In tale processo conoscitivo – il quale non può che attribuire alla scrittura lirica il valore aggiuntivo di testimonianza – il dialetto, a differenza del latino – lingua metastorica e sacrale –, si carica del portato valoriale che struttura il senso dell’identità e dell’appartenenza: “Considero i poeti in dialetto poeti di lingua morta, alla stessa stregua di chi componga versi in latino. La differenza è soltanto nel più sottile diaframma che ci separa dal mondo di sentimenti e di cose una volta espresso dal dialetto. Quel mondo dorme nel fondo della nostra coscienza; rivisitarlo significa trovarci coinvolti in qualcosa che avevamo dimenticato ma che pure ci era appartenuto” (in Santi di Dicembre, p. 119).

Poesia consapevole della sua implicita sconfitta, connaturata com’è all’effimero e al transeunte, ma che pure si fa tenue ‘gioco di parole’ con le ombre, verso le quali è destino di ognuno approssimarsi.

Matteo Vercesi

Fernando Bandini è scomparso a Vicenza il giorno di Natale del 2013, dopo lunga malattia. Nato a Vicenza nel 1931, dopo aver svolto la professione di maestro elementare, ha insegnato Stilistica e Metrica all’Università di Padova e Letteratura italiana contemporanea all’Università di Ginevra. Ha scritto saggi ed articoli sul manierismo dialettale del Cinquecento e sul linguaggio poetico del Novecento ed è stato autore di un commento ai Canti di Leopardi. Poeta neolatino – oltre che autore in lingua e in dialetto –, ha ricevuto premi al Certamen Hoeufftianum indetto dall’Accademia Reale Olandese di Amsterdam e al Certamen Vaticanum della Fondazione Latinitas. È stato direttore dell’Istituto per le Lettere, il Teatro e il Melodramma della Fondazione Cini di Venezia, presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza (dal 2003 al 2011) e presidente del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna. Tra le pubblicazioni: In modo lampante, Neri Pozza, Venezia 1962; Per partito preso, Neri Pozza, Venezia 1965; Memoria del futuro, Mondadori, Milano 1969; La mantide e la città, Mondadori, Milano 1979; Il ritorno della cometa, Accademia Olimpica, Vicenza 1982 (A1, Padova 1985, con illustrazioni di Emilio Farina). Sue raccolte più recenti: Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994; Meridiano di Greenwich, Garzanti, Milano 1998; Dietro i cancelli e altrove, Garzanti, Milano 2007; e la plaquette Quattordici poesie, L’Obliquo, Brescia 2010, con tre note di Pietro Gibellini, Massimo Raffaelli e Francesco Scarabicchi. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio di poesia “Dino Campana”, mentre nel 2012 si è aggiudicato il Premio Librex Montale.

Le poesie di Fernando Bandini


Imbriago

Sìe giorni de lavoro e ancò xe festa.
Dove vèto de tràmbala?
Te senti campanele dentro in testa,
te ghè fis-ci de vento te le rece.

Te ghe sgrigni a le vece,
te barufi coi spiriti ai cantoni,
te spaventi i putèi.

Te senti fredo ai pìe, te ghè i genoci
de puina.
Mariavérgola, varda! stamatina
anca el mondo te sbrissia via dai oci
e primavera casca tel luamaro
co ti, coi oseleti e co la fiora
del saresaro.

Ubriaco Sei giorni di lavoro e oggi è festa. / Dove vai traballando? / Senti campanelle dentro la testa, / hai fischi di vento negli orecchi. // Ghigni alle vecchie, / baruffi coi fantasmi agli angoli, / spaventi i bambini. // Senti freddo ai piedi, hai le ginocchia / di ricotta. / Maria Vergine, guarda! stamattina / ti scivola dagli occhi anche il mondo / e primavera cade nel letamaio / con te, con gli uccellini e coi fiori / del ciliegio.

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994

 





Carnevale

Lo go incontrà in Stradela dei Munari.
Lu gera mascarà da dona grassa,
mi da pierò co ’l bianco te la facia.

«Ciò, bel toseto, vuto
vegner su a casa mia?
Go confeti e coriandoli,
un trenin co la susta
che fa tuu tuu, na bela scùria e un burlo…».

Su par le vecie scale
odor de pisso e sangue.

Mama, che ’l ga ’l cortelo!
Mama, che ’l perde bava
da la dentiera come un can buldò!

Carnevale L’ho incontrato in Stradella dei Mugnai. / Lui era mascherato da donna grassa, / io da Pierrot col bianco in faccia. // «Ehi, bel bambino, vuoi / salire a casa mia? / Ho confetti e coriandoli, / un trenino a molla / che fa tuu tuu, una bella frusta e una trottola…». // Su per le vecchie scale / odore di piscio e sangue. // Mamma mia, ha il coltello! / Mamma mia, perde bava / dai denti come un bulldog!

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994





Desso i me spoia nuo

Desso i me spoia nuo.
I pensa
che la roba che i serca mi la sconda
soto i vestiti.

I dise che i me cavarà
le onge se no parlo,
i me mola na svèntola.

Desso i me verze
i denti co na méssola.
Quelo che i serca i pensa che lo sconda
soto la lingua.

No i sa che la xe solo
roba che se se insogna.

Adesso mi spogliano nudo Adesso mi spogliano nudo. / Pensano / che la cosa che cercano io la nasconda / sotto i vestiti. // Dicono che mi caveranno / le unghie se non parlo, / mi mollano un ceffone. // Adesso mi aprono / i denti con una falce. / Quello che cercano pensano che io lo nasconda / sotto la lingua. // Non sanno che si tratta soltanto / di cose che si vedono in sogno.

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994





Sta lingua

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.

Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.

Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.

La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…

Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

Questa lingua Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre / e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994









No volevo

No volevo scapare,
no volevo molarte,
mondo de corse, mondo
de viole e de pan-cuco.

Magnavo questo e quele:
dolsi le viole, l’altro
un pocheto pì agrin.

Me resta in boca i giorni:
un sole che se insogna de aquiloni,
un vento che fa festa
soto le còtole de le putele.

E l’anema la resta
incateià a la rete de la corte
co la roèia de le campanele.

Non volevo Non volevo scappare, / non volevo abbandonarti, / mondo di corse, mondo / di viole e di acetosella. // Mangiavo questa e quelle: / dolci le viole, l’altra / un po’ più agretta. // Mi restano in bocca i giorni: / un sole che sogna aquiloni, / un vento che fa festa / sotto le gonne delle bambine. // E l’anima resta / aggrovigliata alla rete del cortile / col viluppo delle campanule.

Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994

 





So’ tel canton

So’ tel cantón dove che i me metéa
da toseto in castigo.
E la casa xe pìcola,
no ghe xe tuto ’l posto che ghe vóle
par morire.

S’a sigo nissun sente,
s’a vago in strada a pianʃare, la gente
no se savària de saver parché.

Sono nell’angolo Sono nell’angolo dove mi mettevano / da bambino in castigo. / E la casa è piccola, / non c’è tutto il posto che ci vuole / per morire. // Se grido nessuno sente, / se vado in strada a piangere, la gente / non si preoccupa di saper perché.

Da Meridiano di Greenwich, Garzanti, Milano 1998





Casa voda

Aseni, farabuti!
Luri faseva festa e mi pagavo.
E desso tuti
xe scapà via svodàndome la casa.
No ghe xe più carèghe,
gnente tola e credensa, gnente armaro.
I ga robà
anca i gansi e ’l trapíe del fogolaro.

I ga spacà in cusina
tute le matonele
in serca de scondagne.
I xe ndà sora i cópi e i se ga messo
in scarsela le stele
che co jèro toseto
vedevo stando in leto.

O casa, basi bombi
de insogni, tóʃe e lune de sto istà!
Xe vódo anca el granaro, i ga robà
anca i spíriti e i schiti dei colombi.

Casa vuota Asini, farabutti! / Loro facevano festa e io pagavo. / E adesso tutti / sono scappati via svuotandomi la casa. / Non ci sono più sedie, / niente tavola e credenza, niente armadio. / Hanno rubato / anche i ganci e il treppiede del focolare. // Hanno spaccato in cucina / tutte le mattonelle / in cerca di nascondigli. / Sono saliti sul tetto e si sono messi / in tasca le stelle / che quand’ero bambino / vedevo stando a letto. // O casa, baci madidi / di sogni, ragazze e lune di questa estate! / È vuoto anche il solaio, hanno rubato / anche i fantasmi e gli sterchi dei colombi.

Da Meridiano di Greenwich, Garzanti, Milano 1998 





L’anguria

Un omo co manasse cusì grande
da cavar su, de simitón, co tute
le raíse un saúgo,
el bate su n’anguria co le nóse
dei déi,
disèndoghe ai putèi che ghe sta torno:
«Questa la me par bona;
co le angurie bisogna
sentire come che le sona dentro.
Lóre ga na campana
che ciama i pelegrini arsíi dal sole
a l’ombra dei casoti,
e le ga in pansa tuti i teremoti
de l’istà
che solo tusi e tose ga scoltà,
rècia rente a la tera,
co i faseva l’amore in meso al sorgo».

L’anguria Un uomo con manacce così grandi / da strappare, d’impeto, con tutte / le radici un sambuco, / batte sopra un’anguria con le nocche / delle dita / e dice ai bambini che gli stanno attorno: / «Questa mi sembra buona; / con le angurie bisogna / sentire come suonano dentro. / Loro hanno una campana / che chiama i pellegrini arsi dal sole / all’ambra dei capanni; / e hanno nel ventre tutti i terremoti / dell’estate / che solo ragazzi e ragazze hanno ascoltato, / orecchio vicino alla terra, / quando facevano l’amore in mezzo al sorgo».

Da Meridiano di Greenwich, Garzanti, Milano 1998