Saoro l' 'l silensio di Giovanni Benaglio


La recensione di Ombretta Ciurnelli

Nel tempo della sera e ancor di più in quello della notte si compie quasi tutto il percorso di “saorìo l’è ’l silensio” (saporoso è il silenzio), la raccolta con cui il veronese Giovanni Benaglio ha vinto la decima edizione del Premio letterario “Città di Ischitella-Pietro Giannone”. In questa dimensione temporale l’Autore crea uno scenario carico di emozioni e denso di suggestioni, brulicante di una straordinaria folla di animali: pipistrelli, allocchi, lucertole, ricci, lumache, vermi... a cui, soprattutto nella prima parte della raccolta, si accompagnano creature leggendarie, proprie della tradizione popolare, come la marantega, la vecchia abitatrice dei fossati, il sanguanèl, che corre a cavallo nelle notti di luna piena, l’uomo nero (’l tarabèl) e streghe e fauni.
Il silenzio saporoso (saorìo), quasi a richiamare “un gustare protratto e intenso”*, impregna di sè questo scenario e in un realismo fantastico s’intòrcola e fa bogón / come le onde / par rasentàr su i labri de la sera / la verità pì ultima, / pì vera... (si avvita e si contorce / come le onde / per sciacquare sulle ali della sera / la verità che sta al confine, / quella più vera...).
Nel buio, al limite tra naturale e soprannaturale, tra reale e fantastico, tra ’n sgrisolar de foje seche (scricchiolii di foglie rinsecchite) e de là - oltre la soglia - l’eco de ‘n treno nero, si vive l’attesa di un varco, di un brivido che disveli, di un soffio di vento le cui labbra suonino voci, rimandino parole. E la peldoca, che è brivido, tremore, paura, o lo sgrisolar che è come un fremere, come aver brividi, impregnano di sé l’aria, si fanno vento, turbano la quiete del buio da i labri ingordi di angoscia e con martellante insistenza si inseguono di verso in verso come sentimento e presentimento di mistero, dinanzi al quale l’anima tace nel constatare il senso del limite, del confine, in una dimensione descrittiva che richiama l’espressionismo.
In tale atmosfera il paesaggio non può che essere aspro; nulla è concesso a una visione bucolica e rasserenante: la tera arsa... buta gramegna (la terra arsa... partorisce gramigna), intorno sgrèpani de piera e de vento (dirupi di pietra e di vento) e all’ombra di un salgàr da i sgrendeni / che sbrindola (salice dai capelli arruffati / e sbrindellati) una riva è ransignà a sbèssola (rattrappita come un mento aguzzo), con il vento che stride in ruseno / a cancani inmagatè da ’l tenpo (di ruggine / sui cardini con le cispe del tempo).
L’uomo al di qua della soglia, è in balia di una terra garba / e viliaca, mare-maregna, forsi slandrona (aspra / e vigliacca, madre-matrigna, forse puttana...) e non vale lasciarsi catturare dalle malia delle stelle o da una luna mocajona (giuggiolona), se le orme (péste) crue... e sole... (crude... sole...) mai si faranno impronte (stanpo), ché quando la notte finirà, la civetta lascerà a seje verte (a ciglia spalancate) il tormento del poeta che bina i so segreti in presto / ne i oci de l’aurora (che affastella i suoi segreti in prestito / negli occhi dell’aurora). Nel buio della notte è inutile cercare solidarietà, per fiaccare spala a spala e a muso duro... l’as-cio a’l vivar (spalla a spalla e a muso duro... la bieca irruenza del vivere). Così è nel destino del riccio, che richiamato invano, attraverserà la sua strada incontro alla morte nel suo solitario e ostinato peregrinare.
Rare le figure umane nella raccolta di Giovanni Benaglio: le trecce bionde di Aneta, l’intenso ricordo della madre nella lirica “Mare” (Madre) in cui, lontano da ogni retorica, la donna è colta sulla soglia, ormai sensa ’n spetàr (derubata di ogni domani). Ma in tutta la raccolta si coglie incalzante la memoria di un mondo legato alle paure, ai giochi e ai sapori dell’infanzia e i brividi del fanciullo sembrano confondersi con quelli dell’uomo: il cià (che nei giochi dei bambini corrisponde a “... finalmente ti ho trovato” e che desta apprensione e spavento **) sembra risuonare ancora drio a ‘l canton (dietro l’angolo). Se i brividi, come un tempo, muovono dalle stesse suggestioni, si caricano per l’uomo di interrogativi e consapevolezze diverse. Emo inparà lì a silabàr noantri, / e a stroo sérene infìn ragosi (abbiamo imparato lì a sillabare noi / e con il buio eravamo tutti rauchi), poi il tempo à sgarufà a rùseno i penoti (ha arruffato di ruggine le penne) e restano solo ’n cruo da sgrisoloni / e paje vecchie / e schite che par brose (un crudo da brividi / e paglie vecchie / ed escrementi che paiono cicatrici).
Lo scenario in cui domina il sapore aspro dei giorni (ciucio garbo dei giorni) ed è spesso insistita l’impotenza dell’uomo in vano ascolto di parole che giungano da labbra a volte rattrappite (ransi-gnè), come le crepe delle travi, altre volte nude (inudi), come quelle della nebbia o barriera malandrina (rosta malandrina), come le labbra della zingara, ricorda certa pittura fantastica, quasi con un senso di horror vacui, in una rappresentazione carica di contrasti, con forti e dense pennellate che rendono in forme realistiche il mistero che ci circonda, le forze occulte del sogno o i ricordi lontani, deformati nella memoria. Quello di Benaglio è, quindi, un mondo brulicante di animali, figure fantastiche, paesaggi aspri che se vive di vita propria si carica, tuttavia, di significati simbolici e allusivi ed è correlativo oggettivo della concezione del vivere, delle ansie, della consapevolezza di un tempo che scorre inesorabile: ... e i sgrìsola i dì su ’l calendario / che a spearte drento te te scoti... (...e sono scossi da brividi i giorni sul calendario / al punto che a specchiarcisi dentro quasi ci si brucia...). Il tempo altro non è che un guizzo inafferrabile o, come recita la poesia “A somesine in boca” (Con i chiodini agli angoli della bocca), ’n sgrisolon de tera / un sguisso drento ’n cel cucià in le poce / un arfio che se sora sensa n’eco (un brivido della terra / un guizzo dentro un cielo accovacciato nelle pozzanghere / un respiro che si dissolve senza un’eco).
Solo nell’ultima lirica, “E po’ sfantàrse” (E poi dissolversi), il giorno annunciato da Venere, stella dei bovari, cuando ’l cel ’l gà ancora / sgrendeni a lo stroo / sora i oci (quando il cielo ha ancora / capelli di buio / sopra gli occhi), la tensione sembra allentarsi e brividi, angosce, memorie graffianti sembrano quasi sciogliersi nella calma illusione di negarse (annegare), insieme alla stella del mattino, ne le péste de l’infinito (nelle orme dell’infinito).
La poesia di Giovanni Benaglio è ricca di echi letterari; in essa il linguaggio, carico di dense metafore e di originali figure, si snoda serrato in liriche dai versi liberi, raramente divise in strofe; le pause, e a volte gli enjambement come singhiozzi, sottolineano con particolare efficacia la peldoca (brivido), lo sbrisolàr (aver tremiti), l’incombere de ’l stro (del buio), il silenzio. A volte il procedere anaforico rende più vibranti sentimenti e moti dell’animo e i puntini di sospensione con cui iniziano e terminano alcune liriche rimandano al faticoso percorso di ricerca e di scavo sul senso ultimo delle cose, sul tempo inafferrabile. A volte i suoni aspri della lingua sottolineano l’affanno e non è raro cogliere allitterazioni che creano suggestive sottolineature fonosimboliche. Un particolare apprezzamento va alla traduzione in lingua italiana che per la sua pregnanza poetica meriterebbe di essere posta come traduzione a fronte e non in calce al testo; in essa l’Autore gioca abilmente sulla polisemia di parole arcaiche, utilizzando tutta la possibile gamma delle sfumature semantiche.
“saorìo l’è ‘l silensio” è una silloge che, pur a volte discontinua nei temi e nei motivi, mostra una forte compattezza compositiva, perché sono i piani della memoria e quelli della ricerca de la verità pì ultima, / pì vera... (verità che sta al confine, quella più vera...) che si incrociano in una rappresentazione realistica e fantastica al tempo stesso, con un procedere analogico proprio di una dimensione onirica o di memorie che il tempo ha deformato.

* da un’intervista a Giovanni Benaglio. "L’Arena" (13-08-2013)
** da una nota dell’autore, pag. 23

Giovanni Benaglio, saorìo l'è 'l silensio, Edizioni Cofine, Roma, 2013, pagg. 32

Ombretta Ciurnelli