Per i novanta anni di Joseph Tusiani




Il 14 gennaio 2014 negli Stati Uniti Joseph Tusiani  compirà novant'anni, molti dei quali spesi nella sua incessante e prolifica attività letteraria. 

Innanzitutto, anche a nome dei lettori di questo sito, gli auguro ogni bene.

Di Joseph tra i ricordi che si affollano nella mia mente, oltre a quelli legati alla tre giorni in suo onore da me organizzata a Roma nel 2004 in occasione del suo ottantesimo compleanno, resta indimenticabile il suo reading nel 2009 a Vico del Gargano che deliziò i fortunati partecipanti e tenne a battesimo un’ambiziosa iniziativa: Gargano Letteratura, frutto della cooperazione dei Comuni di Ischitella e Vico (oggi purtroppo in stand by a causa della crisi che ha falcidiato i fondi dedicati alla cultura).


E chi meglio di Joseph Tusiani poteva essere testimonial più credibile di come ciò che è locale può diventare globale? Di come partendo da un paese del Gargano, con la tenacia, con lo studio, con la passione si possa essere conosciuti ed apprezzati in un contesto globale, internazionale?

Ricordo pure come fosse oggi il nostro primo incontro a Roma nell’aprile del 2001, all’uscita del libro n 4 lingue. Antologia di Joseph Tusiani da me edito e curato da Cosma Siani. Di quella sua venuta e dell’emozione allora provata in quel primo incontro è testimonianza una mia poesia "U zejane d'Amereche" che ora è nel mio libro La cruedda).

“Ecco il mio editore!” così mi salutò Joseph, e fu il nostro ultimo incontro romano, all’Accademia Belgica, impegnato in una giornata di studi a lui dedicata in quanto celebre poeta neolatino e conclusasi con un suo applaudito reading poetico in latino. Ed in effetti oltre che suo amico, sono stato anche l’editore oltre che di Poeta in 4 lingue anche dei volumi L’io diviso e Le lingue dell’altrove sempre per le cure di Cosma Siani. Cosma Siani è il più grande studioso della vita e delle opere di Joseph ed io cercherò indegnamente di farne le veci (utilizzando molte suoi giudizi ed informazioni) nel fare una sintesi della multiforme personalità e opera di Joseph Tusiani: prosatore, saggista e traduttore e naturalmente poeta. E poeta appunto in quattro lingue (in italiano, in inglese, in latino e in dialetto di San Marco in Lamis.

Ragioni di spazio mi impongono ldi scegliere poesie brevi. Eviterò quindi estese composizioni a carattere narrativo o meditativo, a cominciare dalla lunga ode «The Return», grazie alla quale, affermandosi nel 1956 a un premio letterario anglosassone, gli valse lo status di poeta americano accettato dalla critica. Dalla selezione pur limitata come quella che proporremo comunque emergerà la tempra lirica e il carattere di fondo di Tusiani.

La vicenda di vita di Joseph è segnata dall'emigrazione e ha marcato la sua produzione letteraria in modo speciale e in maniera duplice: nel senso del multilinguismo e nel senso del carattere che essa presenta.
Tusiani è stato emigrato tipico e atipico a un tempo.

Con l'emigrazione tipica - i grandi flussi per le Americhe a finesecolo e primo Novecento - condivise l'indigenza d'origine; ma non fu questa a farlo emigrare. Laureato, avrebbe trovato lavoro d'insegnante in patria. Lui e la madre lasciavano l'Italia per raggiungere il padre a New York, ed è lì che Tusiani conobbe il genitore. Questi era partito per l'America del Nord prima che lui nascesse, e non ne era più tornato.

L'assenza del padre, la giovinezza povera passata in compagnia della madre in un piccolo paese meridionale, imprimeranno la sensibilità dell'uomo per sempre. Tusiani lasciò l'Italia a fine anni Quaranta, quando le correnti migratorie storiche si erano esaurite, e l'emigrazione italiana verso gli Stati Uniti cambiava carattere. Agli esuli del regime fascista (Salvemini, Borgese, fra gli illustri), nel dopoguerra seguivano giovani intellettuali che avrebbero trovato lavoro nelle università, ed eletto l'America a propria dimora. Tusiani appartiene a quest'ultimo flusso. Ma anche da questo punto di vista, la sua lotta per la conquista dell'inglese, l'ambizione non solo espressiva ma creativa in tale lingua, fanno di Tusiani un emigrante che sembra appartenere a precedenti atmosfere. Si direbbe, dunque, una appartenenza retroattiva, per così dire, in Tusiani rafforzata dall'incancellabile memoria delle origini con i suoi tratti distintivi di povertà, valori di base, religiosità di fondo.
 
Del resto, la vicenda e i luoghi di vita influenzano in modo determinante il carattere dell'opera di Tusiani. Cresciuto nella classe povera di un paese isolato del Sud nel ventennio fascista, educato in ambienti religiosi per un principio di vocazione senza esito, poi in scuole pubbliche di stampo classico, poi all'università di Napoli precariamente frequentata in tempi di guerra, Tusiani si formò lontano e alieno da modi e movimenti letterari contemporanei.
 
La sua formazione è ancorata ai classici dell'antichità latina e della tradizione italiana. In terra d'America, quando dovette appropriarsi dell'eredità anglosassone, lo fece, si direbbe, attenendosi agli autori canonici (Wordsworth, già oggetto della sua tesi di laurea in lettere; i Rossetti, i Browning, Whitman, Poe, i grandi romantici inglesi) biografati dalla scrittrice Frances Winwar, sua guida intellettuale e influenza formatrice; e quindi tenendosi ugualmente lontano dai modi espressivi modernistici - dalla linea Pound-Eliot ed epigoni agli esperimenti di impegno civile e formale della beat generation.
 
La sua storia personale quindi ingloba storie di vita, trapasso di frontiere, di mondi e di lingua, conservazione di radici e valori, e sradicamento e radicamento al contempo per ragioni di sopravvivenza, sgretolarsi del senso di identità, fluidificarsi del concetto di nazionalità.
 
In una storia personale così delineata si collocano i testi in quattro lingue qui selezionati.
 
La sezione inglese viene proposta come quella rilevante nella produzione poetica di Tusiani. È in questa lingua che egli afferma il suo modo più convincente, entro i confini di disciplina letteraria che si è imposti, e che sono quelli della tradizione formale e di una dizione elevata o comunque strettamente controllata anche quando imita i modi del parlato corrente. In Tusiani non troviamo mai cadenze libere ma forme strettamente metriche. Anche nella poesia apparentemente più vicina al verso libero, «Standstill», che nel 1963 vide Tusiani associato al Gotha poetico d'oltreoceano, riconosciamo i ritmi della tradizione inglese. Liriche come «Lucis ante Terminum» o «Aubade in Gray» mostrano l'amalgama migliore della poesia di Tusiani: l'associazione di ritmo, pastosità di immagini e di suoni, tendenza all'astrazione, attitudine alla meditazione. E sono tratti che restano nella sua produzione recente, e si riverberano nelle altre lingue.Della produzione in inglese saranno proposti due testi: Lucis Ante TerminumAubade in Gray
 
I temi dominanti di Tusiani - l'evocazione della terra d'origine trasfigurata a simbolo, l'interrogarsi sulla propria identità, la meditazione sul passare del tempo, l'appressarsi della morte, la propria vicenda familiare e le sue figure, la pittura del mondo di adozione e delle sue contraddizioni - ritornano nella poesia latina, un filone cominciato negli anni Cinquanta e consolidato con raccolte in volume tre decenni dopo. Ma non sono i temi, è piuttosto la forma che caratterizza questo registro poetico del Tusiani, a cominciare dalla lunghezza delle composizioni.
In inglese, italiano e dialetto Tusiani scrive interi poemetti.

Non così nel latino, in cui le composizioni lunghe sono rare e non superano la cinquantina di versi: l'osservazione e la meditazione prendono forma concisa e dichiarativa più che snodarsi in lunghe argomentazioni o in storie allegoriche.
L'aspetto seducente di questa poesia sembra consistere anzitutto, nell'uso del colore suggerito dalla corrente vocalica, in cui Tusiani diviene espertissimo: un verso come «Tale fuit primum nocturnum tempus in orbe»  e il suo forse inconsapevole modello «unus erat toto naturae vultus in orbe» all'inizio delle Metamorfosi di Ovidio, con il tono cupo suggerito dal timbro della vocale u, non è che un esempio minimo.
Della sua produzione latina Joseph proporremo Photographema maritimum, Nocturnum, Nox Americana
 
Nel Tusiani neolatino attraggono le innovazioni, le tonalità, quell'amore sensuoso della parola che in lui è innesto dannunziano su tradizione classica. Per rintracciare tale influenza bisogna risalire alla sua poesia giovanile in italiano.
 
Delle sue poesie in italiano Joseph riportiamo: È la mia gioia e Notte di Manhattan
 
Nel corso degli anni Cinquanta, l'uso dell'italiano in terra d'America per Tusiani andò gradualmente cedendo alla produzione in inglese.
La lotta per l'affermazione nel mondo americano rese l'italiano marginale e occasionale. Il suo uso ha una ripresa dopo gli anni Settanta, con il consolidarsi o legittimarsi della coscienza etnica - fenomeno generalizzato alle comunità immigrate degli Stati Uniti.
È allora che s'infoltisce la poesia detta appunto etnica di Tusiani, che della vicenda migratoria ricostruisce tristi episodi, singole personalità, momenti comunitari (le processioni dei santi, per esempio); e che culmina nella lunga Canzone del Bicentenario («Song of the Bicentennial»), scritta in occasione del bicentenario dell'indipendenza statunitense, da cui provengono i suoi molto citati versi «Two languages, two lands, perhaps two souls... / Am I a man or two strange halves of one?» («Due lingue, due terre, forse due anime... / Sono una persona o due strane metà in una?»).
 
È ancora in questa fase che prende corpo l'idea di un racconto autobiografico di grande mole - tre volumi per quasi mille pagine - scritto direttamente in italiano e intitolato con triplice titolo La parola difficile/antica/nuova.
Di tale vasta concezione una pagina significativa (che per le ragioni di spazio non proporremo, è riassuntivamente denominata «Americani, italo-americani, lingua inglese», e descrive lo snodo della vicenda intellettuale di Tusiani - l'incontro con Frances Winwar, il passaggio dall'italiano all'inglese, l'ingresso nel mondo letterario americano d'allora e di New York.
 
Riprodurremo invece la divertente pagina "L’americanizzazione di Mamma Maria" tratta dal volume dell’autobiografia La parola difficile
 
Dopo la ritrovata identità e il rinnovato senso delle radici, non a caso si incrementa anche la produzione poetica nella quarta lingua in cui Tusiani compone, il suo dialetto garganico.
Se si guardano le date in quest'altra sezione bibliografica, si percepisce come prima di allora la pubblicazione, e così la composizione, fossero occasionali; con gli anni Novanta e i ripetuti ritorni a San Marco in Lamis, esse divengono più che regolari: sistematiche. In questo ha sicuramente peso il bisogno di certificare le proprie origini, di affidare la memoria alla pagina, di recuperare dalla dimenticanza lo stesso vernacolo.
Nascono non più liriche dialettali a sé stanti - bozzetti, impressioni, riflessioni, quali «Alla chiazzetta», «Quistu vine iè trascente» - ma interi poemetti che trattano di leggende, aneddoti, episodi locali, amplificati e trasfigurati da fantasia.
Tusiani usa il dialetto come uno dei suoi registri, accanto all’inglese, al latino, all’italiano. "È un caso atipico, - afferma Cosma Siani - ancora una volta, nella rinascenza neodialettale. Eppure vi rientra, non solo per cronologia ma per storia personale, poiché ricerca nel dialetto la composizione della propria identità, scissa dalla vicenda emigratoria prima ancora che dall’imporsi dei mercati globali, omologanti, stranianti. È ricerca comune al neodialettale. Itinerari diversi, comunque a forte struttura letteraria, giungono allo stesso banco di prova esistenziale".
 
Delle poesie in dialetto abbiamo scelto per la lettura di Joseph: Lo struscio e Quistu vine iè trascente
 
L'ultimo aspetto, a parte la feconda opera saggistica di Tusiani di cui non ci occuperemo è quella del Tusiani traduttore.
La traduzione di poesia italiana in inglese è infatti il maggior titolo di reputazione del Tusiani nel mondo dell'italianistica statunitense. Egli è autore di traduzioni poetiche italo-inglesi (Dante, Petrarca, Pulci, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli, ecc.)
Tusiani non è un freddo traduttore editoriale, ma traduce ciò che la sua sensibilità, e anche la sua ambizione di realizzare, gli segnalano. Ciò a sottolineare l'unità di fondo di tutto il suo lavoro letterario. Cosa che si spera siamo riusciti a rappresentare con questa introduzione.
 
DiJoseph Tusiani riporteremo un saggio del suo valore di grande traduttore con la traduzione in inglese di un sonetto di Dante (Tanto gentile e tanta onesta pare…) e dell’Infinito di Giacomo Leopardi
 
 
 Poesia in inglese
 
Lucis Ante Terminum
 
Evening: dominion of plain and star.
If one day more is ended
In lower comment of rivers, this by far
Is your best moment: plenitude of splendid
Surrender, with regret for neither dream
Nor dreamer, and complete
Absence of blame
Of all that made your earthly dream a netful
Of sorrowful defeat.
 
O you can see and fully understand
It is not easy for the rill to keep
Its morning motion of joy; and the land
Envies the sea, for to have trees in bloom
Is to be ready for the autumn doom.
 
But star and plain must be. You shall not know
Whether the blossom is meant for the fall,
Or this for that. Whatever beauty is,
It must flow deep and steady with whatever
Your human death may be, -
Silence and song together,
Sunset and soul asunder, sea and river,
And now, at last, arrival of your evening
Into the morning that is God forever.
 
1960                    (Da Rind and All)
 
 
Lucis Ante Terminum - Sera: dominio di pianura e stella. / Se un altro giorno è andato / in lene commento di fiumi, / questo è di certo il tuo miglior momento: / splendore di resa totale - / non rimpianto di sogno o sognatore / né biasimo alcuno quello / che rese il sogno terreno un fardello / di sconfitte penose. // E così vedi e intendi fino in fondo / che per il rivo non è semplice serbare / il suo moto di gioia mattinale; / e la terra invidia il mare / perché alberi in fiore vuol dire / finire nel destino dell'autunno. // Ma stella e piana rimarranno. / E tu non saprai se il fiore è fatto per l'autunno / o viceversa. La bellezza andrà, / qualunque cosa sia, perenne e fonda / giunta a qualunque cosa possa essere / la nostra fine umana -
suono e silenzio uniti, / sole al tramonto ed anima disgiunti, / e mare e fiume, e infine
termine della sera / dentro il mattino che è Dio per sempre.
 (Trad. C. Siani)
 
Aubade in Gray
 
Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
 
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
 
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.
 
1965             (Da Gente Mia and Other Poems)
 
 
Canto dell'alba in grigio - Era il colore grigio senza tempo, / e senza-tempo e grigio eran tutt'uno. / Non c'era fuoco già, né sole alcuno, / c'era Dio sognante lume d'uomo. // E il tempo nell'eterno scosse un fremito, / vittoria senz'alcuna guerra vinta. / Non c'era musica ancora, né gemito, / c'era Dio sognante voce d'uomo. // E guarda e ascolta: in questa  eternità / fischiano i primi uccelli e scorron l'ombre, / cielo è terra, alba è sera in unità, / 
ed io sogno un dio detto uomo.
 (Trad. C. Siani)
 
 
Poesia in latino
 
[DUE IMPRESSIONI]
 
Photographema maritimum
 
Unda tacet subito, subito tacet hora diurna!
     Sistunt ecce simul tempus et oceanus.
Alta voce puer ridet ludens in arena
     Atque eius risus cuncta creata tenet.
 
1985                   (Da Carmina latina)
 
 
Istantanea marina - All’improvviso tace l’onda, / all’improvviso tace l’ora del giorno! / Si fermano, ecco, insieme / il tempo e l’oceano. / Ride ad alta voce un bimbo / giocando sulla rena, / e il suo riso sospende /     tutto il creato.
 (Trad. E. Bandiera)
 
 
 
Nocturnum
 
Multiplices cunas movet undas unica luna,
Ultima dum umbra fugit lento sub lumine ludens:
Tale fuit primum nocturnum tempus in orbe,
Tale mare et talis Natura sine hospite pura.
1986                     (Da Carmina latina)
 
Notturno - Un'unica luna muove le onde, molteplici cune, / mentre l'ultima ombra fugge, giocando sotto la lenta luce: / simile fu il primo tempo notturno del mondo, / tale il mare e tale la Natura, pura senza l'uomo.
(Trad. E. Bandiera)
 
Nox Americana
 
 
O Maledictio! Me facis istos scandere versus
Dum cupidi in terra mortales mente revolvunt
Non coeli sed amati auri commercia cuncta.
O, maledictus sum, si solus in urbe tremenda
Oblivisci omnes non possum qui sine pane
Ac sine tecto acris transcurrunt tempora noctis
In triviis, umbrae cum umbris. Ecce aurifera ora
Quae ad lunam misit fulgente satellite nautas
Ast hanc pauperiem funestam extinguere nescit.
Musa, mihi dicta nova et ebria carmina amoris
Ne tantos memorem squalores... aut, mihi crede,
Crastina me inveniet vecordem Aurora serena.
1986                        (Da Carmina latina)
 
 
Notte americana - O Maledizione! / mi fai scandire questi versi, / mentre in terra cupidi mortali / pensano solo ad ogni genere / di commerci non di cielo, / ma di amato oro. / Oh, sono io maledetto, se io solo / in questa città tremenda / non posso dimenticare / quanti senza pace e senza casa / trascorrono il tempo della triste notte / nei trivi, ombre tra le ombre. / Ecco la terra dorata / che inviò nauti alla luna / con una nave fulgente, / non sa distruggere / questa funesta miseria. / Musa, dettami / nuovi ed ebbri carmi d'amore, / perché io più non ricordi tanto squallore... / oppure, credimi, / domani l'aurora serena / mi troverà folle.
(Trad. E. Bandiera)
 
 
POESIA IN ITALIANO
 
È la mia gioia 
 
E' la mia gioia un esile ricordo
Che docile s'impiglia in un residuo
D'alba remota in cui trovano accordo
L'eterno e il breve palpito individuo.
Quasi mi par che il folgorare occiduo
Mai non sia stato, ora che tutta scordo
L'ombra vissuta dallo sguardo assiduo
E più non odo il tempo cader sordo.
 
Tutta la dolce antica luce è viva
E nel cupo di me si fa mattino
E l'anima in viaggio or ecco arriva
Ove il sogno s'accende di destino
E sulla vetta eternamente estiva
In gioia si conchiude il mio cammino.
 
1959   (Da Poeti dauni contemporanei)
 
 
Notte di Manhattan
                     Natale 1988
 
 
Notte, i tuoi dattili bianchi di luna
sopra la baia di Manhattan esili
scandiscono a me solo ambigui esametri.
Argentea bucolica s'effonde ma vedo
Tirsi e Titiro che dormono
laceri tra cartoni e cenci luridi
Presepe immenso, notte di Manhattan,
i senzatetto che il Messia sospirano,
docili ancora, intanto si rassegnano,
dubitosi di Cesare che ieri
ha col suo editto promesso giacigli
caldi e sicuri ai sudditi di Roma.
Lungo la via sono stati aggrediti
i tre Magi credenti, ma intoccabile
e ancor piú bella la cometa brilla.
Babelica Betlemme di Manhattan,
per esser come noi, uno di noi,
nasce malato di droga Gesù.
 
1992                 (Da Il ritorno)
 
 
[L’americanizzazione di Mamma Maria]
 
[...] Sicura della facilità dell'esame, anzi piú che mai sicura che una sola ora di buona volontà (e va bene, diciamo un'intera giornata e non di piú) sarebbe bastata, mia madre avrebbe voluto presentarsi dinanzi al giudice al piú presto possibile, tutt'al più alla fine di quella stessa settimana.
— E allora — mi disse, dopo aver fatto cadere un secondo pizzico di sale nell'acqua per gli spaghetti, — comincia a dirmi, una per una, le risposte che devo dare al giudice. Anzi, ho pensato a una cosa: le parole americane me le scrivi all'italiana, e cosí io le imparo a memoria come se fossero della nostra lingua. Hai capito?
Sí, avevo capito che mia madre desiderava una trascrizione fonetica: ma la trascrizione di che?
— Che cosa potrà chiedermi il giudice per prima? — domandò, imperterrita, la futura cittadina americana.
— Ma non so — risposi io; — vorrà, anzitutto, sapere come ti chiami.
— Non dire sciocchezze — protestò mia madre. — Se mi fa una domanda simile, con tanto di nome e cognome sulle carte che gli stanno sotto gli occhi, dev'essere uno scimunito bell'e buono.
— Mamma — cercai di spiegare, — sono formalità, lo so; ma certe cose il giudice te le chiederà non appena gli compari dinanzi: chi sei, dove abiti, se sei sposata, quanti figli hai, ecc.
— E allora — concluse lei, — non perdiamo tempo. Dettami le parole come le dici tu all'americana, ed io me le scrivo all'italiana per impararle a memoria. Per esempio, come si dice “Dove abiti”?
— Si dice: Where do you live? Oppure...
— Un momento. Io metto giú olive e, quando sento questa parola, devo subito dire dove abito. Adesso tu mi dai la risposta, io me la scrivo all'italiana, e tutto è fatto. Come si dice “553” e “188”? [*]
Five fifty-three... — risposi, docile e stordito.
— Una parola alla volta... — mi fermò mia madre con la penna a mezz'aria.
Five...
— Fave...
Fifty..
— Fifa...
Fifty, mamma; non fifa...
— Non importa: io le parole le scrivo all'italiana... Fave‑fifa... e poi?
Mi veniva da ridere; ma guai se, in quel momento, avessi riso. Decisa a superare l'esame e ad ammaliare lo stesso giudice, mia madre era la personificazione della serietà.
[...]
— Che altro può chiedermi il giudice? — mi domandò mia madre, pronta a metter su carta le parole ostrogote della sua salvezza.
— Ti chiederà quanti figli hai — diss'io.
.— E qual è la parola che devo ricordare?
— Il giudice potrà dirti: How many children do you have?
— Ma tu mi devi dettare una sola parola, non cinque o sei — protestò lei, agitandomi in viso la penna impaziente.
— Quando senti la parola children, che vuol dire figli, tu devi rispondere two, che signica due; e dirai poi: Giose e Maichino.
— Ho capito. E allora scrivo cille — rispose lei, indomita. — Non appena sento cille, mi metto a parlare di te e di Maichino. E che altro mi chiederà il giudice?
— Sicuramente ti domanderà quante sono le stelle della bandiera americana.
— E quante sono?
— Sono quarantotto, una per ogni Stato — (nel 1954 l'Alaska e le Hawaii non erano state ancora acquistate dagli Stati Uniti).
— E allora, come debbo scrivere? chiese lei, imperterrita.
— Non appena senti la parola stars, che vuol dire stelle, devi rispondere forty-eight, cioè quarantotto — diss'io, scandendo il numero.
— Piano piano — fece lei. — Non mi confondere. Prima scrivo stàrrese e poi eite, e cosí me le ricordo tutt'e due.
— E che altro? — domandò, sicura di sé.
— Sai, mamma — diss'io, — che il giudice ti chiederà di scrivere una frase in inglese?
— Quale frase?
— Qualsiasi frase. Per vedere se conosci la lingua.
— Ma quale frase?
— Non lo so. Quello che gli passa per la testa.
— Ma che cosa può passargli per la testa?
— E che ne so io? Potrebbe dirti, per esempio: “ Signora, scriva: George Washington was the first president of the United States of America”. Cosa fai tu allora?
La nuova difficoltà non scoraggiò affatto la sorprendente allieva.
— Sono sicura — mi disse — che questa frase non me la farà scrivere. È troppo lunga. Pensa tu a una frase piú facile e piú corta, ed io me la imparo. E allora?
— E allora — diss'io, — scrivi questa: I love America, che vuol dire io amo l'America.
— Questa sí che mi piace: è corta. Un momento: la scrivo subito come si pronunzia. Ripeti: ai l'ova America. Ma sai che questa lingua non fa senso? Per dire amo dicono ova... Ma che c'entrano le uova?... E va bene! La cittadinanza me la devo prendere, uova o senza uova. Paese che vai, usanze che trovi.
E, con la pazienza di Giobbe, sul suo quadernetto prezioso mia madre si scrisse le tre fatidiche parole: ai l'ova America, la seconda delle quali (me ne accorsi dall'esitazione della penna) non le andava proprio giú.
Insomma, procedevamo a tentoni, io anticipando le piú facili domande che il giudice avrebbe potuto fare a una donna piuttosto anziana che certamente non voleva diventar cittadina americana per rovesciare il governo degli Stati Uniti, e lei prevedendo il successo del suo primo ed ultimo sforzo mnemonico. Iddio ce la mandasse buona!
Furono giorni, anzi mesi, non facili. Non appena rientravo, ecco 1ì mia madre a insistere: — Me le fai le domande? — L'implorazione del suo sguardo era sí radiosa da commuovere il piú rigido maestro.
Ed ogni ripetizione si svolgeva sempre nella stessa maniera: io le dicevo la parola magica e lei mi dava la frase suggerita da quella parola. Ma, ovviamente, la parola magica dovevo dargliela cosí come la sapeva lei, cioè pronunciandola come se l'era scritta lei nel suo quaderno. Insomma, per carità di figlio dovevo straziare l'orecchio di Shakespeare. Non potevo dir children per figli; dovevo dir cille. E, cosí, olive per indirizzo, stàrrese per stelle, e simili trapianti ermeneutici.
— E allora sei pronta?
— Certo che son pronta. Te l'ho chiesto io.
Neme
— Maria Tusiani.
Olive
— Fave fifa tri stritta, Brònchese.
Mèrid?...
— Iesse. Mai osba isse Màiche.
Communist?...
— Neve neve neve. Cattolicca, emme cattolicca.
Stàrrese?...
— Fuori èite.
Cille?...
— Tu: Giose e Maichino; Giose isse professe, miste gíogge, e Maichino isse mèrican.
Tecche penna e ràite…
— Iesse, miste giogge: "Ai l'ova America". Hai visto come so tutto? Posso fare l'esame anche domani. Anzi, perché non vedi se è possibile anticipare la data? Son certa che alunne brave come me non ne hai mai avute.
[...]
                                                                                               (Da La parola difficile, 1988, pp. 292-298)
 [*]È l’indirizzo al quale abitava allora Tusiani con il padre e la madre: 553 East 188th Street [NdR].
 
 
 
Poesia in dialetto
 
[Lo struscio]
 
 [...]
La 'state a Sante Marche è quacche ccosa
che i' chiamasse tènnera e ccemosa.
Lu sole l'eje viste, tanta jurne,
cucate sope sfàleche e chenturne,
come se fosse stanche de fà luce
a vvosche e jòmmene, a vvucelle e ppuce.
E quanta vote m'è mmenute 'nnante
d'acridde e dde cecàrije lu cante!
E rru e rru, li verrùchele verde
tutte lu sonne facévene perde,
pure se ttanta e ttanta šcattelune
ce rejévene ammeze li pentune.
Ma Sante Marche è nn'ata cosa ancora:
tutte li jurne, doppe la chentrora,
come ttanta  papavere spaccune
ce danne appuntamente ggione e ggiune
e sope lu vijale della villa
passene doja o tre jora tranquille,
senza sapé che ce steva nu stroteche
(ce chiamava Aristotele o Aristoteche)
che, ppede 'nnante pede, alli studente
faceva scola tutte li mumente.
June l'ha dditte: «Signore Maè!»
E llu majestre ha resposte: «Ched'è?»
«Se nnua sempe accuscì facime scòla,
alli zannagghie ce struje la sòla.»
«Se cce struje la sòla, jate scàveze
fine a quanne 'mparate che llu fàveze
jè llu cuntrarie della veretà.»
«E allora passijame, passijà!»
Se cce passeja allu pajese mia,
non e mmupìja: jè follosofia!
[...]
 
1998 (Da Li quatte staggione, «La 'state». vv. 22-53)
 
[Lo struscio] - L'estate a San Marco è qualche cosa / che chiamerei tenera e civettuola./ Il sole l'ho visto, tanti giorni, / sdraiato su terrazze e contorni, / come se fosse stanco di far luce / a boschi ed uomini, ad uccelli e pulci. / E quante volte m'è venuto in mente / di grilli e di cicale il canto! / E rru e rru, le cavallette verdi / tutto il sonno facevano perdere / pure se tanti e tanti papaveri / si ergevano tra le rocce. / Ma San Marco è un'altra cosa ancora: / tutti i giorni, dopo la controra, / come tanti papaveri spacconi / si danno appuntamento ragazze e ragazzi / e sul viale della villa / passano due o tre ore tranquille, / senza sapere che ci fu un sapientone / (si chiamava Aristotele o Aristoteche) / che, piede avanti piede, agli studenti / faceva scuola in ogni momento. / Uno gli ha detto: «Signor Maestro!» / Ed il maestro ha risposto: «Che c'e?» / «Se noi sempre così facciamo scuola, / ai sandali si consuma la suola.» / «Se si consuma la suola, andate scalzi / fino a quando imparate che il falso / è il contrario della verità.» «E allora passeggiamo, passeggiamo!» / Se si passeggia al paese mio, / non è per follia: è per follo-sofia!
(Trad. A. Siani)
 
Quistu vine iè trascente
 
 
Quistu vine iè trascente
ma ne tegne 'nu bucchere:
se llu veve, che piacere!
se llu forne, che delore!
E cuscì te guarde e spije,
terra bella, terra mia,
culla seta inte lu core.
Te vulesse veve tutta
sine all'ùtema stezzodda,
ma te tegne perlebbata
pè quedd'ora desperata
quanne, sule inte la fodda,
i' ha vulé 'nu 'mmucche duce
p'affruntà l'amara luce.
 
1978      (Da Tìreca tàreca)
 
Questo vino è abbocchevole - Questo vino è abbocchevole / ma ne ho un solo bicchiere: / se lo bevo, che piacere! / se lo finisco, che dolore! / E così ti guardo e osservo, / terra bella, terra mia, / con la sete dentro il cuore./ Ti vorrei bere tutta / fino all'ultima goccia, / ma ti conservo prelibata / per quell'ora disperata / quando, solo tra la folla, / desidererò un sorso dolce / per affrontare l'amara luce.
(Trad. A. Motta, T. Nardella, C. Siani)
 
 
Le traduzioni
 
DANTE, Sonetto
 
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.
 
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umilta vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
 
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova:
 
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
 
(Da Vita nuova, cap. XXVI)
 
 
DANTE, Sonnett
 
 
So winsome and so worthy seems to me
my lady, when she greets a passer-by,
that every tongue can only babble shy
and eager glances lose temerity.
 
Sweetly and dressed in all humility,
away she walks from all she's praised by,
and truly seems a thing come from the sky
to show on earth what miracles can be.
 
So much she pleases every gazing eye,
she gives a sweetness through it to tlle heart,
which he who does not feel it fails to guess.
 
A spirit full of love and tenderness
seems from her features ever to depart,
that, reaching for the soul, says softly "Sigh."
 
 
LEOPARDI, L'infinito
 
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando. interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo: ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'etemo.
E le morte stagioni, e la presente .
Ii viva, e il suon di lei. Cosi tra questa
Immensita s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
 
(Dai Canti, XII)
 
 
LEOPARDI, Infinity
 
Fond I was ever of this lonely hill,
And of this hedge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with its lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.