Sojars di Nelvia Di Monte


Presentazione di Giuseppe Zoppelli e Nota dell'Autrice

La Biblioteca Civica di Pordenone, nel 2013 ha pubblicato Sojârs, l'ultimo libro di Nelvia Di Monte che racchiude il meglio della poesia in dialetto friulano della poetessa che conclude un impegno lungo venti anni.

Qui di seguito un brano dell'Introduzione di Giuseppe Zoppelli, una sintetica nota dell'autrice ed una scelta di testi.

Dall’Introduzione di Giuseppe Zoppelli

 […]   A volte come un’eco i versi si rispondono, in un dialogo serrato tra sezioni: se il tempo è detto “avaro” nella poesia d’esordio, nell’incipit del secondo tempo (o movimento), invece, non si crede più che il tempo sia avaro: sì, esso può “ferire”, “lacerare”, ma una superiore saggezza sembra aver compreso che anche «i bocconi amari un poco / ci hanno nutrito e ora sono cellule / del nostro lasciare un’orma sulla terra». Così Un vert plui fuart risponde a A sbaciâlis un pocùt, e specularmente Sence inacuargisi a Il gri al cjantave ecc. ecc. Buio e luce incessantemente si rincorrono, in contrappunto, nel primo movimento (In tun zûc vueit); così vita e morte, innocenza e colpa, tempo ed eternità nel secondo (Sojârs); tempo e ricordo, acqua e sponde, fiumi e argini nel terzo (Su lis spuindis); dialetto e global english, radici e movimento, identità ed estraneità, patria ed esilio, confini e mondo, tradizioni e cultura globale, viaggio e casa nell’ultimo atto. Ma su tutto campeggia il collante della lingua e del canto, che raccoglie i frantumi e li trasforma in frammenti, che sfiora il fluire del tempo, il “groviglio di tempo”, che sa «[…] unire il passato e il futuro in una trama che avvolge il presente, lo sostiene e gli schiude frammenti di senso» (Nota dell’autrice); altrimenti «invecchia rapido il presente e scompare» (Tradizions: a van insieme cui cuarps). Forse da sempre la lingua sa che «il Lontano abita qui» (4. Sence inacuargisi), che ogni sponda è una vuota illusione. Le sojârs si situano tra i labirinti, i cunicoli, i tunnel che – come tarli nel legno – scaviamo nel corso della vita e l’uscita alla luce. Tocca alla poesia accettare la sfida dell’entropia, della dispersione del senso e della frantumazione del reale: meti dongje i tocs («rimettere insieme i pezzi»), ricomponi ben la realtât («ricomporre bene la realtà»), dare corpo a una realtât ricomponude («realtà ricomposta»). La poesia ha il dovere di non arrendersi all’afasia o al grido che paralizza la voce e impedisce di articolare suoni e parole; ha il compito «anche di ascoltare bene sussurri e pensieri e / trasformarli in parole per impostare / discorsi più lunghi di un grido […]» (3. Un vert plui fuart). In questo senso il poeta ha sempre l’ultima –  o la prima ­–  parola perché, come direbbero Hölderlin e Heidegger, ciò che resta lo fondano i poeti, i quali aprono e inaugurano un mondo aurorale. 

 
Nota dell’autrice
 
Circa vent’anni separano le sillogi In tun zûc vueit e Su lis spuindis dalle altre due (rispettivamente Sojârs e Movisi incuintri), scritte in questi ultimi anni e autonome nel loro soffermarsi sul presente, ma legate alle prime dal bisogno di riconsiderare il passato per scorgere quanto è rimasto inciso in modo indelebile e quanto si è lasciato andare via,  dirigendosi a nuove mete e imparando a osservare in modo diverso,  più aperto e complesso, la vita che si attraversa e chi in essa è compagno di viaggio.
    Le poesie di In tun zûc vueit e le corrispondenti riunite in Sojârs sono più personali e introspettive, ma ogni esistenza si situa sempre in una realtà geografica e umana più o meno condivisa, perciò è insieme individuale e sociale.
    In Movisi incuintri permangono riferimenti a Su lis spuindis, al senso di incessante peregrinare, in luoghi reali e simbolici, che è il destino di tutti, non solo di chi ha dovuto emigrare. Tuttavia è molto cambiata la prospettiva: lo sguardo cerca di orientarsi ad un noi che comprenda sé e gli altri, nella convinzione che il vissuto offra molte somiglianze – di esigenze e aspettative future – su cui confrontarsi. E se emergono difficoltà, si schiudono pure differenti possibilità che invitano a cercare nuove immagini per parole come radici, identità, memoria, tradizioni, affinché non siano rivolte unicamente al passato e oltrepassino limitanti confini.

 

Nelvia Di Monte
 
 
 
Da In tun zûc vueit
 
6.
 
 
Cuan  ch’a rivin chestis ombrenis sence pês
e intôr il mont s’indurìs come voi
dentri il spieli, un pujûl al devente il cjâf
 
pes scjalis a montin sù nainis frujadis,
a batin sot vôs: o sono dome fueis
che un sbuf sustôs al remene sence polse?
 
Mans inscartozzadis in tun zûc vueit
 
Quando giungono queste ombre senza peso / e intorno il mondo s’indurisce come occhi / dentro lo specchio, un pianerottolo diventa la testa // sulle scale salgono nenie consunte / bussano sottovoce: o sono solo foglie / che un vento fastidioso rigira senza sosta? // Mani accartocciate in un gioco vuoto
 
Da Sojârs
 
6.  Scoltant
 
 
Sence pês e va l’ombrene impastant
cuarps e lûs tun inciart confin, animis
intabaradis dentri il lôr destin
 
e cuan che il soreli si sbasse trop
al ven jù un limpit di glaciadure
e l’unviâr al sbrisse dentri lis venis
 
tal frêt s’ingropin tiare e vint, a restin
pocjis fueis ingrisignidis sui rams
come viazadôrs ch’a spietin un treno 
cualsisei dopo chel che àn piardût
 
Se un vêl di dolôr al indurìs i voi
al è dibant cjalâ intôr tal scûr...
 
si pues viargi l’orele a lis Sirenis
al è come lâ incuintri a la fin 
ma chest nus àn dât in pegn: o metìn
tal mac silabis di oris, sons di mil
discors mai finûts, prejeris e nainis
ch’a rivin tal rivoc e tant lontanis
che no somein plui nestris
 
Forsi il cjant di un cûr ch’al bateve prime
di nassi, vaî di femine te rive
lajù – cuan che i rems a batin svelts
lis ondis e Itaca si fâs plui dongje
 
In ascolto   Senza peso si muove l’ombra impastando / corpi e luce in un incerto confine, anime / intabarrate dentro il loro destino // e quando il sole si abbassa troppo / scende una trasparenza di galaverna / e l’inverno scivola dentro le vene // nel freddo si intrecciano terra e vento, restano / poche foglie intirizzite sui rami / come viaggiatori che attendono un treno / qualsiasi dopo quello che hanno perso // Se un velo di dolore si agita davanti agli occhi / è inutile guardare intorno nel buio... //
si può aprire l’orecchio alle Sirene / – è come andare incontro alla fine / ma questo ci fu dato in pegno: raccogliamo / nel mazzo sillabe di ore, suoni di mille / discorsi mai conclusi, preghiere e nenie / che giungono nell’eco e tanto lontane / da non sembrare più nostre // Forse il canto di un cuore che pulsava prima / di nascere, pianto di donna sulla riva / laggiù – quando i remi battono rapidi / le onde e Itaca si fa più vicina
 
 
Da Su lis spuindis
 
 
O vin bramât tant une polse,
une cjarande par chest lancûr
cressût aduès come un àsin garp
 
lasse ch’al sei sujât il vistît
e sclaridis la dì e la jarbe
dentri i tiei voi ch’a platin un sium
vignût par pôc di lontan: e po
 
cais cjamâts de rasine,
ancjemò a spietâ un neri vapôr
ch’al sbrissi fûr dal tramai
di cîl e mâr – un fum lizêr
che l’aghe planc e srarìs
 
Abbiamo atteso tanto una sosta, / un riparo isolato per questa stanchezza / cresciuta addosso come un acino amaro // lascia che sia asciugato il vestito / e rasserenati il giorno e l’erba / dentro i tuoi occhi che nascondono un sogno / venuto per poco da lontano: e poi // chiocciole richiamate da una pioggia sottile, / ancora ad aspettare un nero vapore* / che scivoli fuori dalla trappola / di cielo e mare – un fumo leggero / che l’acqua adagio dirada
 
* Negli anni cinquanta il “vapore” indicava anche la nave che portava gli emigranti oltreoceano.
 
 
Da Movisi incuintri
 
 
Tradizions: a van insieme cui cuarps,
no cordis par leâsi al mont ma arcs
– s’invecje svelt il prisint e al sparìs
se no cjatìn altri mûts di tirâ
i ricuarts tal cûr dai dîs a vignî –
 
di dismiesteâ un pôc il marum
di tantis stradis ch’o vin traviarsadis,
tignint a lunc il savôr par scoltâ cui che
j cjamine cumò tasint il so dolôr 
 
Ogni cjase e ten strent un tocùt di anime:
a lassâle, e divente malcujete e
s’intortèe ai moments vivûts – j sbrissin
ombris sotsere, une man cidine
e mêt simpri te taule il nestri plât –
 
Si cjale intôr, prime d’ogni imbarc,
tanc’ cjantons nus vignaran daûr e
a staran sbarlufîts dentri gnûfs mûrs
 
come peraulis restadis te gole,
in cuìn tes lavris... prejere o salût
sotvôs a chei ch’a van masse sburîts
 
 
Tradizioni: si muovono insieme ai corpi, / non corde per legarsi al mondo ma archi / – invecchia rapido il presente e scompare / se non troviamo altri modi di scagliare / i ricordi nel cuore dei giorni a venire // di addomesticare un poco il rancore / di tante strade che abbiamo attraversato, / conservandone a lungo il sapore per ascoltare chi / vi cammina ora tacendo il suo dolore – // Ogni casa tiene stretto un pezzetto di anima: / ad abbandonarla, diventa irrequieta e / si aggrappa ai momenti vissuti – vi scivolano / ombre la sera, una mano silenziosa / depone sempre sulla tavola il nostro piatto // Si guarda intorno, prima di ogni imbarco, / tanti angoli ci seguiranno e / sosteranno confusi dentro nuovi muri // come parole rimaste in gola, in bilico / sulle labbra... preghiera o saluto / sottovoce a frettolosi passanti