La Bassa Piana e le Fontanelle di Laura Rainieri


Una recensione di Mario Melis

 La Bassa Piana e le Fontanelle è un libro mosso da una pulsione totale. Ma lo è al di là di un progetto, come è giusto per la vera poesia. A questa mancanza relativa di intenzionalità, che è propria degli scrittori autentici, la Rainieri è adusa per un’altra opera recente in prosa, ‘Badante, sissignora’, che ha ottenuto un discreto successo, ma come avviene talora per un equivoco, attento al valore sociologico del testo, piuttosto che a quello della scrittura.

Tale libro si compone strutturalmente di tre sezioni: i versi, le cosiddette note e l’apparato iconografico, le foto dei luoghi poveri della Bassa Parmense e delle sue prestigiose realtà artistiche, posti entrambi sullo stesso piano. Costruisce il mosaico di un dialogo verbale e visuale tra la prosa e i versi e tra questi due e le immagini.
L’unità risponde alla necessità di comprendere per amore la propria terra e restituirla ( perché le cosiddette note costituiscono parte integrante del testo) alla storia dei luoghi, i quali figurano come personaggi e viceversa, storia solo in certa misura oggettiva. Non fosse perché il poeta sceglie, com’è naturale, le storie, o lo spaccato di esse, per una corrispondenza sentimentale. Questa oggettività per così dire soggettiva, perseguita con acribia, vale esibizione di una testimonianza del reale, rispetto alla reazione soggettiva dei versi.
Ma anche le vicende storiche che coprono momenti di alcuni capitoli della sezione dei versi partecipano di questo carattere di soggettività perché, assunte nell’ottica dei luoghi, corrispondono al vissuto dell’autrice.
La restituzione totale avviene nella dimensione del racconto, come specifica il sottotitolo: ‘Racconto in versi’. Per questo talora rasenta il rischio di sbilanciare l’armonia dei testi poetici, soprattutto per l’impulso irrinunciabile ad esaurire la pienezza degli umili abitanti della Bassa, fatti personaggi. Ma il mutamento è condotto persino con riluttanza, quasi che la trasformazione pregiudicherebbe nella sostanza la verità dell’effimero. O lo sbilanciamento accade per un vezzo citazionista di artisti, in particolare di poeti del mondo classico, per sottolineare, promuovendola e riscattandola, la condizione emarginata di un mondo contadino. E il rimando realizza un gioco di specchi, un altro modo dell’immedesimazione, rispetto alle citazioni dei monumenti promossi dalla nobile committenza locale nel richiamo alla letteratura antica, ma anche di Boccaccio nel ciclo di Griselda nel castello di Roccabianca: raffinatezza delle corti opposta all’oppressione degli umili. Un capitolo della sezione dei versi si intitola ‘Storia di Duchi e Duchesse, Conti e Contesse e di povera gente’.
Si può definire, dunque, poesia lirica, secondo un’operazione complessa, il cui centro risiede nell’interazione e nella dialettica tra le parti: dei versi con la prosa delle cosiddette note storiche e tra loro due con l’apparato iconografico.
Queste foto, pure scelte dall’autore, nel proposito di esaurire l’immagine della propria terra sono opera di altri e, quindi, doppiamente oggettive, nei limiti indicati. Rientrano, perciò, nel confronto con il soggettivo dei versi.
Quello della fotografia è, per ricorrere all’espressione di Barthes in “Camera chiara” tempo ecrasè, cioè schiacciato. A differenza della lingua, che può parlare di ciò che non c’è o di ciò che c’è diversamente, la fotografia è la traccia di raggi luminosi emanati da qualcosa che fisicamente esiste. Da qui la necessità del rapporto fra foto e poesia.
Ma a testimoniare la complessità, anche psicologica, di quest’opera, l’intento della restituzione è talora perseguito all’interno della sola sezione dedicata ai versi: così, in termini intenzionali, avviene, ad esempio, attraverso una dissociazione nel rapporto tra la composizione ‘Griselda’, dove già il titolo denuncia la supposta oggettività, e quella immediatamente successiva, ‘La Rocca al mio ricordo‘. In quest’ultima si verifica un doppio distanziamento dal cosiddetto reale, nell’arretramento alla soggettività del poeta ed, al suo interno, al ricordo.
La natura lirica del libro e le sue modalità sono colte in un rilievo fulmineo nella ‘Prefazione’ di Bandini, con un’ osservazione attribuita a Verdi:”La terra simile a se abitator produce” e, poi, continuando: ‘Una terra ed una gente che sembrano costituire un tutt’uno con il cielo, il tempo e la storia’.
Un’inedita poesia lirica, che trova un’affinità con Bertolucci, richiamato nell’Introduzione di Plinio Perilli, solo per una coincidenza, in fondo persino parziale, della geografia, e nel carattere di lirismo narrativo.
Nell’esercizio dei rimandi anche l’accostamento al Roversi di ‘Registrazione di eventi’, esige il correttivo che si tratta per la Rainieri di una registrazione d’eventi nei luoghi, cioè di una registrazione di luoghi, i quali determinano non uno stato, ma una condizione dell’animo. Ed è nella convergenza nei luoghi dove si realizza l’equilibrio, o la coincidenza, del Privato e del Pubblico che il bilancio personale diventa quello di tutti. C’è semmai del Roversi di ‘Dopo Campoformio’ l’inserimento nel corpo dei versi di inserti documentari, ma in una misura più modesta, non assunti come una scelta di poetica.
E, d’altra parte, cito Brodsky “qualunque cosa un poeta abbia in animo di dire, al momento di aprire la bocca, sa ogni volta che il tema gli è arrivato in eredità”.
Infatti, un poeta non può non essere anche un critico, costretto a misurarsi con gli autori precedenti, nel momento che risponde alla realtà del proprio tempo. Bisogna che abbia coscienza del tributo, e qui la Rainieri dichiara la consapevolezza nel titolo del III capitolo, nell’ironico leopardiano ‘Le magnifiche sorti e progressive, calamità naturali’, o nella poesia ‘Finale pascoliano: i bachi di seta o cavalieri’, ed è necessario che le tessere alla fine compongano un contributo personale.
Precede il nostro libro, ‘La Bassa piana e le Fontanelle’, una straordinaria raccolta del 2004, dal titolo ‘E serbi un sasso il  nome’, in ricordo – omaggio alla madre morta. Lo cito per la necessità di leggere un autore nella sua globalità. Una madre ripensata, come scrive l’autrice nella breve prosa introduttiva, ‘nell’ordinarietà del quotidiano’, dove la vita di entrambe si confondono con quelle dei luoghi.
La madre anagrafica e la madre terra: un’identificazione, rinsaldata in quella raccolta, ma anche in questo libro, dal ricorso filologicamente rigoroso al parlato dialettale. Tanto che in un’altra nota lì la Rainieri precisava: “di qua e di là del fiume nello stesso paese, dunque, il volgare muta specie in presenza di vocali”. E poi c’è una sua raccolta inedita di poesie nel dialetto della Bassa, dal titolo ‘Adess av cont’, (Adesso vi racconto), uno zanzottiano ‘Filò’ in sedicesimo. Perché la lingua giusta nel senso più ampio dell’aggettivo, di questa poesia è il dialetto, soggetta altrimenti al tradimento del suo oggetto e, quindi, dell’autore.
A testimoniare la tenuta dei versi di questo libro basteranno alcune citazioni. Si veda l’incipit di ‘Necropoli’:
“nella curva dove lento il Po
fitto di macchie scorre verso Gramignazzo
supera Sissa, diretto a Sabbioneta:
sabbioni coprono la riva sinistra….”,
Quattro toponimi in altrettanti versi, per aderire nel nominarli alla realtà dei luoghi, che è poi quanto si esplicita nella poesia ‘I nomi’:
“Albereto alberi / Busseto bossi / Noceto noci / Saliceto salici / Gramignazzo gramigna ……”.
Dove, i toponimi sono ricondotti alla loro germinazione della terra madre, al nesso con le cose. E in un altro testo dal titolo pregnante: “Restano i nomi”, che è ciò che il poeta sa, la vita dei nomi, ancora l’enumerazione amorosa, a confluire alla fine nell’alveo riassuntivo del paese della nascita nell’ultimo verso: “….che avrà fortuna più tardi a Fontanelle”.
È persino pleonastico indicare la radice de ‘La Bassa piana e le Fontanelle’ (come in un esiodeo ‘Le opere e i giorni’) nell’ossimorica cosmogonia scientifica (per la scienza l’uomo per l’80% è acqua e per il resto terra), per cui tutti gli esseri vivono dalla, nella e per l’acqua, anche e soprattutto nella loro realtà di isole galleggianti all’apparenza di terraferma, pregne del liquido che pulsa al loro intimo. Perché il problema che la poesia risolve sta nell’esito che fa viva la sostanza degli esseri.
 
Laura Rainieri, La Bassa Piana e le Fontanelle, Ed. La Colornese, Parma, 2012
Mario Melis