Ricordo di Federico Tavan


Nella notte del 7 novembre 2013 ha lasciato per sempre la sua piccola Andreis

 Era la notte del 7 novembre 2013 quando Federico Tavan lasciava per sempre la piccola Andreis: “Un troi / cjases / arbi / prâtz / montz, / a semèa ’na conta…” (Un sentiero case alberi prati monti, sembra una fiaba). Due giorni prima aveva compiuto sessantaquattro anni. Ma non era più lui da molto tempo, da quando la poesia gli aveva voltato le spalle, lasciandolo solo a discorrere con i suoi fantasmi, prima nel Centro di Igiene Mentale in cui è stato curato e assistito, dopo nella sua minuscola casa, in quella Andreis da dove se non si fugge, dice in un’altra poesia, si diventa come lei, sasso, silenzio e solitudine. Tavan, che è stato uno degli autori più interessanti e originali del suo Friuli, amava definirsi il poeta delle pantegane, una sorta di poeta maudit: “ ’E soi al poeta de li pantianes / ch’i me impaltamèa li mans” (Sono il poeta delle pantegane che mi infangano le mani; da Augh, Biblioteca dell’Immagine e Circolo culturale Menocchio, Pordenone 2007, p. 37), ma è stato anche il poeta pasoliniano delle lucciole (“Oh, se podarés / dî / ch’i son tornâtz!”: Oh, se potessi dire che sono tornate).

Nel giorno dei funerali, tutto il paese ha voluto salutarlo per l’ultima volta, stipandosi dentro la chiesa e fuori, sul piazzale. Forse da lì è salito in cielo trasportato da quella nave spaziale con la quale nella poesia si era liberato tante volte dell’angoscia di convivere con il suo male oscuro, le sue paure e l’incomprensione del mondo esterno: “’E soi ch’e sgôrle / in ta la nâf spaziâl, / no stei desturbâme, / vô ’e sèi de un antre mont” (Sono in volo nella nave spaziale, non disturbatemi, voi siete di un altro mondo; da La nâf spazial, in Cràceles cròceles, Circolo culturale Menocchio, Montereale Valcellina, Pn., 1997, p. 69).
Eppure Federico Tavan aveva saputo anche ridere e far ridere, giocare, divertirsi; aveva una vitalità straripante e i suoi reading erano strepitosi. Nessuno leggerà mai più le sue liriche come le leggeva lui. La sua poesia è nata sì dalla sofferenza del bambino maltrattato, non capito, rifiutato dagli altri; è nata sì dal dolore di essere finito in manicomio a soli 12 anni, dopo la morte di una madre adorata, ma è anche il frutto di una ”disperata vitalità”, per alcuni versi simile a quella del suo amatissimo Pasolini, il poeta a lui più congeniale, assieme a Leopardi. E dell’usignolo di Casarsa è stato considerato, in un certo senso, l’erede, legato a lui dal filo sottile di versi dove le lucciole ancora accendono la notte, dove la felicità significa ancora qualcosa. Ce lo gridano i versi spezzati e limpidissimi di Vorrei: “’E vorès mitant / favelâ / de flours / de ucèi / e de mil colours / ulà che la vita / èis contenta” ( Vorrei così tanto parlare di fiori, di uccelli e di mille colori là dove la vita è felice, ’E vorès, da  Cràceles cròceles, cit., p. 11).
 
Ma come poteva pensare di essere felice chi era nato “t’un pegnatòn / tra ovatz e ufignes / de stries cencja prozes / e al dolour grant de ’na mare. / Me soi cjatàt a passâ / da chê bandes” (in un pentolone  tra rospi e intrugli di streghe senza processo e il dolore grande di una madre. Io mi sono trovato a passare da quelle parti, Al destin de un om: Il destino di un uomo, in Augh, cit. p. 111). Questa poesia rappresenta un po’ la chiave di volta dell’intero edificio di un’esistenza vissuta ai margini, che gli è passata tante volte accanto, senza che lui riuscisse mai a trattenerla:
 
Fèrmete Federico
la ploia èis passâda
i vuoe i te rît
fèrmete
a sintî la vita
ch’a cjamina.
 
Fermati Federico la pioggia è passata gli occhi ti ridono fermati a sentire la vita che cammina. (Da Augh, cit., p.67).
 C’erano stati, sì, momenti felici, come quelli vissuti col nonno, che lo adorava e che per lui era diventato una leggenda:
 
Gno nonu
 
Par lui jo ere al Signour
eri li steles e l’aga
ere dut ce ch’al è al mont.
E dut al ben ch’a m’à dat
jo no sai là ch’al zîva a tuôilu.
Nissuna poesia nissun paradìs
a me torna al ben de gno nonu.
 
Mio nonno. Per lui io ero il Signore, ero le stelle e l’acqua, ero tutto quello che c’è al mondo. E tutto il bene che mi ha dato io non so dove andava a prenderlo. Nessuna poesia, nessun paradiso mi rende il bene di mio nonno. (Da Cràceles cròceles, cit., p. 37).
 
 
Il regalo più bello glielo aveva fatto proprio lui, il nonno: un pezzo di legno con due buchi al posto degli occhi. Lo aveva chiamato Màcheri. Quel pimpinot, quel bambolotto grezzo, è stato l’interlocutore dei suoi giochi di bambino e delle sue nostalgie di adulto (“… Ce tant ben a chiel prim amic de zoucs, / forse l’unicu. / Màcheri, al timp al passa par duç” (Quanto bene a quel primo amico di giochi, forse l’unico. Màcheri, il tempo passa per tutti. Da Cràceles cròceles, cit., p. 22). 
 
Ma è un testo teatrale autobiografico, L’assoluzione, quello che consente a Tavan di mettere a nudo tutto se stesso, di gridare le sue angosce e il suo attaccamento agli altri, alla vita, alla natura, che ama francescanamente, con tutte le sue creature, come si desume dalla straziata conclusione, con quei “volevo” che scandiscono altrettante impossibilità: «Vi amo tutti, tutti! Io non sono pazzo. Io volevo essere voi, io volevo essere me, io volevo essere Dio, io volevo essere il vento, io volevo essere una farfalla, io volevo essere un sacco a pelo […] un grande artista, un trullo di Alberobello, un usignolo, un ciclamino, un colibrì, una lucciola, un arcobaleno, un aquilone, un grande artista!» (Da L’Assoluzione, in Augh, cit., p. 87).
 
Ida Vallerugo, altra grande esponente della poesia in Friuli, conosce bene la difficoltà di definire in poche righe la poesia di Tavan. Lasciamo a lei, allora, il compito di chiudere questo ricordo di Tavan, di esprimere con l’incandescenza delle sue parole la grandezza di questo poeta: “Come dire con parole brevi e semplici della poesia di Federico? Di quel suo grido lacerante e nuovo che ha attraversato la cultura friulana. […] Come dire di questo Menocchio moderno, che gira per le strade facendo a pugni col nulla? Che ha in sé grazia, verità, eresia e rogo.
 
Cosa dire di Federico, questa nostra preziosa eresia? […] Per sua stessa dichiarazione egli è la pantiana, la pantegana, brutta, sporca, pelosa, che vive in basso, nell’inferno delle fogne della solitudine, fra gente che non ha storia se non quella delle pedate che prende. Tra pantianes, appunto, che tutti con la loro presenza infastidiscono, ma si badi, quella gente, quelle pantianes hanno la grazia della divinità, sono per la coscienza del mondo ciò che lui stesso è, è voce di cràcela, la raganella di legno che il venerdì santo sostituisce il silenzio delle campane. È, in definitiva, la poesia” (I. Vallerugo, La poesia di Federico Tavan, in F. Tavan. Nostra preziosa eresia, Forum, Editrice Universitaria Udinese, Udine 2008, p. 127).
E su una poesia di Federico Tavan, una delle poche scritte in italiano, nella quale ci interroga e si interroga, mi sembra sensato concludere queste annotazioni dettate a caldo dal senso di vuoto che ha provocato in tutti coloro che amavano i suoi versi la scomparsa di questo poeta, unico nella sua singolarità e nella sua indifesa innocenza.
 
 
 
Dimmi
 
Dimmi un po’ tu
Dimmi un po’ tu
            quello che perdo
                        quale amico
                                     quello che mi ha sbattuto
                                                la porta in faccia
o quello che ho lasciato
 
Dimmi un po’ tu
Dimmi un po’ tu
             quello che perdo
                        quale donna
                                    quella che ho sognato
o quella che non ho avuto
 
Dimmi un po’ tu
             quello che perdo
                        se me ne vado
 
Dimmi un po’ tu
Dimmi un po’ tu
               quello che perdo
                           quale canzone
                                     quella che non ho sentito
o quella che non ho cantato
 
(Da Augh, cit., pp. 72-73)
 
Anna De Simone

La foto del poeta è di Danilo De Marco