La case che nen ze chiude di Vito Moretti


Una recensione di Nicola Fiorentino

La case che nen ze chiude, è il titolo che Vito Moretti ha voluto dare al suo ultimo volume di poesie dialettali. Va precisato però che tale titolo si estende a tutto il libro, che contiene, in ordine cronologico, anche le precedenti raccolte e precisamente Quaderno degli esercizi (1971-1979), N’andica degnetà de fije (1984), La vulundà e li jurne (1986), Déndre a na storie (1988), ’Nnanze a la sorte, un autentico capolavoro che l’autore ci ha regalato nel ’99, dopo undici anni di riflessioni e di scavi nel suo dialetto natio. Perciò, dopo aver letto la più recente opera, il lettore è invitato a tornare indietro e a ripercorrere l’intero itinerario poetico dell’autore.

Iniziamo questa rivisitazione da Quaderno degli esercizi. È un’opera giovanile e tardo-ermetica che possiamo considerare come la preistoria della poesia morettiana. Composta in versi liberi e sciolti, vi si possono rintracciare già in nuce alcuni temi ed atteggiamenti che saranno poi del Moretti maggiore, come ad esempio, il brivido di certe ore del giorno, o del vento, o della pioggia, corrispondente ai suoi turbamenti interiori e, per contro, il sogno di nuove terre e di cieli tersi. Da notare già in queste prime prove l’atteggiamento meditativo e la propensione all’introspezione psicologica. Ma, il dato più interessante da sottolineare è un’estrosa fantasia che prelude ad una più consapevole poetica neodialettale.

Negli anni in cui vede la luce N’andiche degnetà de fije (1984), la poesia dialettale abruzzese è un po’ come chiusa nel recinto del suo tradizionale soggettivismo lirico, che tuttavia conosce punte molto elevate come nel caso di Nu parlà zettenne (1982) di Cosimo Savastano e Specie de vierne (1989) di Vittorio Monaco. Una novità tematica, poi, di quello stesso periodo è la rievocazione di alcuni momenti storico-epici attraversati dalla regione, come nel caso della seconda guerra mondiale, rivisitata dallo stesso Savastano e da Ottaviano Giannangeli, o della nostra civiltà pastorale e georgica cantata da Evandro Ricci. In tale contesto la pubblicazione di N’andiche degnetà de fije sopraggiunge nel panorama letterario abruzzese con una grande forza d’urto, aprendolo ex abrupto ai risultati della grande lirica europea, a incominciare dal romanticismo tedesco di un Novalis e di un Hölderlin e proseguendo poi con il simbolismo francese e con le successive poetiche novecentesche. Particolarmente significativa ci sembra la consonanza di parecchi motivi morettiani con il mondo interiore di Novalis, con il suo idealismo magico che postula una profonda unione di spirito e natura, con il suo messaggio di amore universale predicato dalla fede in un Cristo riscoperto oltre ogni tradimento delle religioni storiche, con la sua poesia, insomma, intesa come missione salvifica per la realizzazione di un universo armonioso. Un passo del componimento intitolato E càndeme bbandïere de dulure ci fa capire, ad esempio, di che tempra sia l’amore cristiano per il poeta: E càndeme bbandïere de dulure / uocchie che ne’ ppó vedè cchiù nninze / mane che tréme de paure / voce che nen pu sindì (Trad.: E cantami bandiere di dolore / occhi che non possono più vedere avanti / mani che tremano di paura / voci che non puoi sentire). Come si vede, un misticismo intransigente e veemente, lontanissimo dal pietismo ipocrita di certe sacrestie: E tu, ggìrele ssa crocia té, ggìrele, Criste, / m-mezze a li casale e li pengiare, addò / se fruhe sunne e fandasije... (Trad.: E tu, girala codesta tua croce, girala, Cristo, / tra i casali e i capanni, dove / si consumano sogni e fantasie...). Con Moretti, insomma, fa la sua entrata nella scena della poesia dialettale abruzzese la poesia religiosa, che finora mancava pressoché del tutto. Diciamo approssimativamente che, prima di Moretti, due soli componimenti erano ispirati da un autentico afflato religioso: uno era di Giovanni Spitilli e l’altro portava la firma di Aldo Aimola. Per il resto, il deserto: a meno che non si voglia considerare poesia religiosa quelle pedisseque e goffe traduzioni dal Vangelo che formano le itineranti Viae Crucis organizzate dalla Settembrata Abruzzese.

A N’andica degnetà di fije, seguì nell’86 La vulundà e li jurne, in cui il poeta, sempre più consapevole dell’urgenza di spalancare le porte della nostra poesia regionale alle grandi tematiche del mondo occidentale, dilatò il suo impegno etico-civile già presente nella silloge precedente. Ma per conseguire lo scopo era indispensabile arricchire anche l’ambito lessicale ben oltre la misura tradizionale, fino a promuovere l’idioma abruzzese dal rango di dialetto a quello di lingua, coerentemente, del resto, con le coeve poetiche neodialettali, che non solo avevano iniziato a ricorrere all’apporto degl’italianismi, ma si esercitavano persino nel plurilinguismo. Certo, non mancò la reazione dei soliti puristi; ma si fece osservare, allora, che, a parte l’ovvia constatazione che non è agevole decidere in quale strato sociale risieda la purezza del dialetto, non si poteva ignorare che negli ultimi decenni, vuoi per una più estesa alfabetizzazione scolare, vuoi per l’opera di diffusione svolta dalla televisione, il dialetto si era profondamente evoluto. A ciò si aggiunga l’atteggiamento meditativo di questa poesia, che si traduce, di volta in volta, in amara invettiva o in accorata perorazione; si aggiunga il suo prendere di petto le più acute problematicità sociali, politiche, filosofiche della nostra società, e si capirà quanto radicale e moderna sia stata l’operazione culturale effettuata dal poeta.

Emblematica di questa fase possiamo considerare la poesia intitolata Vujje rèsse Lazzere, utile anche perché ci apre uno spiraglio sulla poetica del Nostro: A che serve allóre lu scrive se la puisije / nen cagne lu monne / e se addra gente vè stènne parole a la demmèrze / che ttoje lu juste pe la cchiù cosa nove? (Trad.: A che serve allora scrivere se la poesia / non cambia il mondo / e se altra gente viene a stendere parole al rovescio / che mettono via ciò che è giusto per la cosa più nuova?).

A questa medesima fase creativa, come a formare un trittico poetico, appartiene anche Déndre a na storie, pubblicata nell’88. Ed anche qui, come nelle opere precedenti, il nucleo ispiratore, da cui s’irraggiano le variazioni sul tema, è il dramma dell’uomo contemporaneo. Se nella maggior parte della nostra poesia dialettale la dimensione esistenziale per eccellenza è il passato, con il suo corollario di memoria e nostalgia, qui è il presente il nume oscuro che incombe sulla pagina; sicché la parola ‘storie’ non indica tanto un verticale ed evolutivo svolgimento di eventi, quanto piuttosto una dinamica coscienziale che circolarmente scruta e tormenta se stessa alla ricerca di una via di uscita da quella prigione che è l’infelicità dell’uomo moderno.

A questo punto sarà opportuno ricordare che critici ed italianisti di rango si sono occupati della poesia di Moretti sottolineandone la novità e l’altezza: ad esempio Vittoriano Esposito, Gianni Oliva, Tullio De Mauro, Franco Brevini, Achille Serrao e, ultimamente, Giorgio Bàrberi Squarotti, che ha stilato la prefazione al libro, e Giovanni Tesio che ne ha redatta la premessa.

E giungiamo così, dopo undici anni, alla svolta del ’99, quando vede la luce ’Nnanze a la sorte. Le ripetute crisi internazionali e l’inarrestabile declino italiano corrono in una direzione contraria alle generose speranze del poeta. È il momento dell’amaro disinganno, di uno stordito disorientamento e, dunque, di una ricerca affannosa di un ubi consistam per salvarsi dal naufragio. Ma la stessa terra natale appare allo spaesato come una misteriosa, velata presenza. E’ il momento del ripiegamento interiore, di un dubbioso, trepidante colloquio con sé stesso. Si verifica, allora, la svolta poetica: i modi della tensione neodialettale si allentano per combinarsi in una dizione malinconicamente sorridente; le lasse del periodo precedente cedono il posto a strofe più brevi sulla carta ma dal respiro interno molto più profondo; i versi si raccorciano ma s’illuminano di una musicale e rilucente espressività; e, insomma, tutta la tormentata spiritualità del poeta si affida alla metafora totalizzante, che ha il pregio di unificare nella stessa proiezione la visione evocante con quella dissimulata. E, come dicevamo all’inizio di questa conversazione, è il momento del capolavoro.

E giungiamo, così, alla più recente opera che, ovviamente, costituisce la prima raccolta del libro: La case che nen ze chiude. Possiamo considerarla come la prosecuzione di ’Nnanze a la sorte, tanto ne condivide la poetica, lo stile e la disposizione d’animo, che si arrovella tra dubbi, frustrazioni, vane attese e rinascenti speranze, nonostante ogni crollo ed ogni disfatta. Ma c’è anche, ovviamente, nella tavolozza di Moretti - ricca di colori tenui e sfavillanti, come nella sua tastiera che conosce i timbri più melodiosi ed accattivanti - anche un altro versante, in cui vibrano insieme ricordi e speranza, desiderio di luce e di calore. Non è che qui scompaiano le tematiche care al repertorio morettiano, il suo gesto di uomo in trincea, ma il tutto si affida ad una dizione più raffinata che disegna spazialità più profonde e, insieme, pitture più delicate e leggere, come, ad esempio, quel far parlare il mare, le nuvole, il sole, le ore del giorno per decifrare gli stati d’animo del poeta: versione aggiornata di quel misticismo magico di cui s’è detto all’inizio.

In definitiva, in quest’ultima opera Moretti innalza ad un livello più alto il suo mondo ideale perché si presenta soltanto come poeta: poeta che spezza con la sua gente il pane della poesia, poeta abruzzese ed insieme universale, che può rivolgersi a tutti gli uomini perché fa parlare le sensazioni, i suoi stati d’animo, i tremori, le sue malinconie, i presagi e, soprattutto, le sue angosce per gli orizzonti bui di un mondo in attesa di redenzione, dimostrando così come la temperie psicologica e culturale dei suoi anni verdi possa essere tradotta con maggior vigore poetico in un dialetto abruzzese che, in anni di approfondimenti e di rielaborazioni memoriali, appare arricchito, rinvigorito, tanto più vitale quanto più alto diventa il livello espressivo richiesto dalla cultura globale della nostra contemporaneità. Dunque, un’operazione linguistica, culturale e poetica di altissimo valore, che pone Moretti agli attuali vertici della nostra poesia na-zionale.

Vito Moretti, La case che nen ze chiude, Chieti, Tabula Fati, 2013.

Nicola Fiorentino