Omaggio a Rocco Scotellaro nel 60░ anniversario


Un incontro al Villaggio Cultura Pentatonic, alcune traduzioni in tedesco di A. M. Curci e una scelta di poesie

 Domenica 15 dicembre 2013, alle 17 presso l’Associazione Culturale “Villaggio Cultura Pentatonic”* in viale Oscar Sinigaglia 18-20 a Roma: “Omaggio a Rocco Scotellaro”.

Intervento di Felice Di Nubila e recital “È fatto giorno”scritto da Augusto Benemeglio, che sarà presentato con la partecipazione di Piero Girardi, Rosaria Di Donato, Emanuela Bianchi, Carlo Ninni e Anna Maria Curci.

A seguire, dibattito

*ingresso con tessera ARCI; è possibile tesserarsi in sede

Ecco qui alcune traduzioni in tedesco di poesie di Rocco Scotellaro a cura di Anna Maria Curci:
>>>

>>>

ROCCO SCOTELLARO. Nasce a Tricarico, in provincia di Matera, nel 1923 da una modesta coppia di artigiani. Giovanissimo prende parte alle lotte contadine del suo paese del quale –a soli 23 anni – diventa il primo sindaco (socialista) dopo la Liberazione. Intellettuale acuto e vivace, fornì un contributo di grande rilievo al dibattito sulla questione meridionale collaborando con Manlio Rossi Doria. Muore nel 1953 all’età di trent’anni. Le sue opere sono state pubblicate postume grazie all’interessamento di amici e, in particolare, di Carlo Levi che firma la prefazione alla raccolta “E’ fatto giorno” che vince nel 1954 il Premio Viareggio. “Il dramma concreto e attuale dei contadini e dei braccianti e della miseria del Sud” –ha sottolineato il critico Gilberto Finzi- costituisce il tema principe della ricerca poetica di Scotellaro.E’ facile, dunque, comprendere il perché Rocco, per la sua posizione di poeta emarginato dai circoli culturali ufficiali e il suo impegno politico, sia diventato una sorta di mito per le popolazioni meridionali. Al poeta non hanno certamente fatto giustizia i parziali e tardivi riconoscimenti da parte della critica ufficiale.

ALCUNE POESIE DI ROCCO SCOTELLARO

Lucania

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un’inquieta capretta.

Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano.

(1940)

Campagna

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.

Allora la morte è vicina
e il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

(1948)

Passaggio alla città

L’8 febbraio del 1950 Rocco Scotellaro fu arrestato e tradotto nelle carceri giudiziarie di Matera, dove restò fino al successivo 25 marzo. Nella sentenza d’assoluzione piena si può constatare che si parlava di vendetta, imbastita con acredine da avversari politici e personali. Dopo la sentenza di assoluzione non partecipò alle sedute del consiglio comunale tenutesi in aprile e a quelle della giunta tenutesi nello stesso mese e il 3 maggio. Nella seduta consiliare dell’8 maggio presentò le dimissioni da sindaco, ma non da consigliere comunale. Nel silenzio generale dell’aula consiliare, i 16 consiglieri presenti accolsero a maggioranza assoluta le dimissioni con 15 voti a favore e una scheda bianca. (P. Scotellaro, Rocco Scotellaro Sindaco, Edizioni RCE, 1999, p. 97 ss.). Il nuovo sindaco, l’avv. Rocco Benevento, fu eletto nella seduta consiliare dell’11 maggio 1950 col voto dei 16 consiglieri presenti, tra cui Scotellaro. Dopo l’elezione del nuovo sindaco, Scotellaro e Benevento tennero un discorso in piazza. Scotellaro scelse quindi di fissare altrove la sede del suo impegno (prima a Roma, per un brevissimo periodo, e quindi a Portici presso l’Istituto di Economia e politica agraria diretto dal prof. Manlio Rossi Doria), non facendo tuttavia mancare la sua collaborazione ai lavori del consiglio comunale. A una poesia bellissima e struggente consegna i suoi sentimenti per questa svolta radicale, e breve e definitiva, della sua vita.

Passaggio alla città

Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.

Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso.

Addio, come addio? Distese ginestre,
spalle larghe dei boschi
che rompete la faccia azzurra del cielo,
querce e cerri affratellati nel vento,
pecore attorno al pastore che dorme,
terra gialla e rapata,
che sei la donna che ha partorito,
e i fratelli miei e le case dove stanno
e i sentieri dove vanno come rondini
e le donne e mamma mia,
addio, come posso dirvi addio?

Ho perduto la mia libertà:
nella fiera di Luglio, calda che l’aria
non faceva passare appena le parole,
due mercanti mi hanno comprato,
uno trasse le lire e l’altro mi visitò.

Ho perduto la schiavitù contadina
dei cieli carichi, delle querce,
della terra gialla e rapata.

La città mi apparve la notte
dopo tutto un giorno
che il treno aveva singhiozzato,
e non c’era la nostra luna
e non c’era la tavola nera della notte
e i monti s’erano persi lungo la strada.

[Roma, 1 luglio 1950]