Domenico Alvino




{CAMPANIA} Domenico Alvino, poeta, scrittore, critico letterario, è stato redattore della rivista di poesia «Poiesis» di Roma, collabora a riviste quali «Atene e Roma» dell' AICC, "Associazione Italiana di Cultura Classica"; «Critica letteraria» dell'Università Federico II di Napoli, «Riscontri» di Avellino, «La Mosca» di Milano, le svizzere «Blok Notes» e «Cartevive», «Otto-Novecento» dell'Università Cattolica di Milano, «Gradiva», rivista internazionale di poesia italiana dell'Università di Stony Brook, New Jork, «Ambra», percorsi di italianistica dell'Università di Szombathely, Ungheria, ecc. Ha ideato un modulo di approccio critico alla poesia denominato "Critica operazionale", che applica con risultati apprezzabili ad opere letterarie di ogni tempo ed area, sia in saggi sia in seminari a cui partecipano docenti scolastici ed universitari, poeti, critici, e persone di cultura. È stato membro del Cenacolo letterario dell'Associazione "Rossella Mancini" di Roma, per il quale ha fatto pubbliche conferenze e letture. Ha pubblicato tre libri di poesia (il poema Dove si formano le piogge, le sillogi Il suono d'ombra e L'aria inorientata). Si è occupato attivamente di teatro (anche sperimentale, con il regista Paolo Zacchia) quale teorico, autore, attore e regista, ed ha fondato e diretto - sulla base di un suo studio teorico sulla possibilità educativa del teatro nell'insegnamento, una scuola di dizione e recitazione per insegnanti nell'ambito del CEA, Centro di Educazione Artistica del Provveditorato agli Studi di Roma. Nel 1994 ha portato a compimento la sua carriera di docente di lettere italiane e latine nei licei, carriera durante la quale è stato studioso di problemi didattico-educativi, scrivendo saggi e tenendo conferenze in diverse scuole ed università italiane.

Cenni sul dialetto luogosanese

Il dialetto di Luogosano (Av), Oltre alla mancanza di swa, i tratti fonologici più rilevanti sono:
1) dopo nasale, la tenue ha una pronuncia sonorizzata, simile alla doppia sonora corrispondente (es. viento (vento) pr. vìenddo.
2) Il segno å in luogo della o dopo u accentata assegna a tale o la pronuncia di una a arrotondata  ad o (es., jùårno).
3) La j tra gh e vocale, rappresenta la sonorizzazione di chi+vocale che ricorre in chiamare, chiedere, spicchi ecc.
4) Con sh è qui rappresentato il suono sc iniziale di scena, in cui si trasforma la s impura avanti gutturale e labiale. Es.: shcoppa, shcatta. Avanti gutturale tenue si ha solo qualche volta. Es. shcàtolo (scatolo), ma scurìa (oscurità), shcanta (si spaventa), ma scangia (scambia).
5) Il plurale e il femminile dei nomi si forma cambiando sia le vocali finali che quelle interne. Es.: sing. péshcone (masso), pl. pishcuni; masch. billillo (bellino) femm. bellella (bellina).
6) Il raddoppio della consonante iniziale, qui rappresentato, avviene dopo re, (le), pe’ (per), che però non raddoppia la L di la articolo); a, (a) e (e), che però non raddoppiano l’iniziale di re; è, (è)(che però non raddoppia l’iniziale di la, le, lo, li. Dopo e , il raddoppio di j si rinforza ulteriormente in ghi, come in “Notte e ghjuårno” (Notte e giorno).

Le poesie di Domenico Alvino


Lo celo vascio

Arravogliat’int’a l’aria
Locossano llancoppa
è no poco re prete
na leggia cammisa
no jato
pe’ ddice qua stavo…
Te vuoti
è sparuto
gnuttuto
no cìelo re nuvele
vascio
a cupierchio
Pecché ven’a mmente la statua ca iapre
l'America ‘mbriaca re spazzio
r’allucchi culuri re cose…?
re’ paura vatrova s’arronchia lo cielo
la sera
zucànnose nuvele e stelle…
E mamma chi sape addó stace
si ha gghiuta a la stalla
o già ‘nnanzi casa assettata
responne a chi passa
“Bommespre, comma’!...

IL CIELO BASSO - Avvolto nell’aria / Luogosano là sopra / è un poco di pietre / una lieve camicia / un fiato / per dire “sto qui”. // Ti volti: / è sparito / inghiottito / un cielo di nuvole / basso / a coperchio. // Perché torna in mente la statua che apre / l'America ubriaca di spazio / di grida colori di cose // chissà per paura il cielo si aggrinza / la sera / succhiandosi nuvole e stelle. // E mamma chi sa dove sta / se è andata alla stalla / o già innanzi casa seduta / risponde a chi passa / «Buon vespro, comare!»
(Domenica 3 marzo 1996, h. 7.37.37)

 





Mre uno

 Accussì
re sùbboto
pigli’e murivo.
Li cani – nce crìri? - chiangévono.
Re fémmene s’affacciar’a ffeneste
a barcùni a pporte...
... re ddóje re matina
la notte era chijéna r’allucchi
e ppò ra londdano, no vìenddo!
veneva jóscianno
re nnùvele
nnànzi pe nnànzi
toccàro le pprete, li titti,
re bbócche, re ffrunne re l’àrili.
Tutti sintìero no friddo
int’a l’osse
jettànnose n terra
vacanti.

MUORE UNO - Così / d’improvviso / prese e morì. / I cani – ci credi? - piangevano. / Le donne si affacciarono a finestre / a balconi a porte... / ... le due di mattina...! / La notte era piena di grida / e poi di lontano, un vento! / Veniva soffiando / le nuvole / avanti avanti / toccaron le pietre, i tetti / le bocche, le fronde degli alberi. / Tutti sentirono un freddo / nell’ossa / gettandosi a terra / svuotati.

(Roma, 20 novembre 2011)





Re pprete re la via

 Pe’ tterre scanusciute
int’a l’ùocchji
stritti indd’a lo vienddo re neve
s’hanna sbalangga’
nci’ha dda trasì l’America
ziffunno r’allucchi, rimuri, culuri,
e gente a filarata ca sàgliono, scìnnono
e rrise...
quere rrise...
Non te ne ‘ncarreca’
Nico’!,
non ce penzà a lo relóre pe’ l’osse
ca trase ne caccia ro ppoco re paese romasto:
la chiazza
addó trema Milindo re friddo e ffatìa la sera
le pprete re la via
lo zanco
si chiòve e scampagna
re ffacce
re pàrito, màmmita
‘mproscenate re stìenti...
E nu pizzo a riso? Na votata r’ùocchi?
Uno se ne ricorda?!
indd‘a sto mincioio re lenghe,
parole ca tràsono, ìessono
a struje lo jato...
rainddo
se ‘mbruågliono cose
nomi
parole ra rìce
presembbio
pe’ ffa l’occhiatura,
caccià na malàvama...

Accussì
te ven’a mmente càsita,
li cunti a ro ffuoco re vìerno,
lo vafio, re ffémmene
ca pùårtono ‘n capo re ggregne
una arret’ a l’ata
a la scuria
canddanno
pe’ fasse coraggio.

Sta casa è bbacante
gente ca scenne e saglie.
Chi sa conoscesse quaccuno?!
E si passa
po’
che le rico?...

LE PIETRE DELLA VIA - Per terre sconosciute negli occhi / stretti nel vento di neve / devono spalancarsi / ci deve entrare l’America / per dire / sprofondo di grida, rumori, colori / e gente in fila che sale e che scende / e risa... / quelle risa... / Non te ne curare’ / Nicola, / non ci pensare al dolore per le ossa / che entra e ne caccia quel poco di paese / rimasto: / la piazza / dove trema Melindo di freddo e fatica la sera / le pietre della strada / il fango / se piove e spiove / le facce / di tuo padre, tua madre / lordate di stenti... / E un mezzo sorriso? Un giro d’occhi? / Uno se ne rammenta, / in questa accozzaglia di lingue, / parole che entrano, escono / da struggere il fiato / di dentro / s’intrugliano cose, / nomi, / parole da dire / per esempio / per togliere il malocchio / scacciare una malanima... // Così torna in mente / casa tua, / racconti al fuoco, d’inverno, / il poggiolo, le donne / che portano in testa le biche / una dietro l’altra / al buio / cantando / per farsi coraggio // Questa casa è vuota / gente che scende e sale / Chi sa conoscessi qualcuno?! / E se passa / poi / che gli dico?...

(Giovedì 29 febbraio 1996, h. 21.48.46)





Scta

 Int’a la stanza
no filo re poreve saglieva
pe l’aria
trasuta re sole
Teresa
int’a l’uocchi
teneva
no vaso re suonno.

SVEGLIA - Dentro la stanza / un filo di polvere saliva / entrata di sole / Teresa / negli occhi / teneva / un bacio di sonno.

(Roma, 17 settembre 2006, h. 10.10)





Lrto re li mrti

L’ùårto r’ li mùårti
na via a la nchjanata
appesa

a no spànddoco
stretta, stortegna
re mmure te carono ‘nggùållo...
re pùåst’accussì pe dda llà nce ne stanno
a Llapio, Locossano, Sanddangiolo ...
nce vann’a bbottà re mmonnezze
re bbùåi forevista
e non sott’a l’ùåcchji
si mangi o abballi
o canddi
o riri...
le rrise!...
pulite hanna èsse
non nci’hanna poté ntroppeccà
int’a cquera monnezza
ca po’ si nce cari
chi è ca te spésala?
 
Pe’ cquesso re ccacci ra fore.
re bbote
però te re ttrùåvi
n’ata vota rananzi
portate ra l’acqua si chiove
co pezzarielli r’ànama
ncoppa attaccati.
 
Forevia tu rici? Macché!
Foremente hanna sta, ca se stùtono
appena re nnuåmmini,
åsti pigliati re morte,
malecose peffino
re notte 
nce ìessono
o a mmiezzijùårno
ca tutti se nchiùrono
e s’àprono vie re lo nfìerno.
Si uno se trova a passà
non se vota
cammina mponta re pieri
e na vota passato
fuje.
 
L’ORTO DEI MORTI - L’orto dei morti / una strada in salita / appesa / a uno spasimo / stretta stortigna, / i muri ti cadono addosso / di posti così per di là ve ne sono / a Lapio, Luogosano, Sant’Angelo / ci vanno a gettare immondizie / le vuoi fuori vista / e non sotto gli occhi / se mangi o balli / o canti o ridi… / le risa...! // devono essere pulite / non devono poterci inciampare / in quell’immondizia / che poi se vi cadi / chi è che ti viene a rialzare? // Per questo le cacci di fuori / le volte però te le trovi / di nuovo davanti portate / dall’acqua se piove / con  pezzettini d’anima / sopra attaccati. // Fuorivista tu dici? Macché! / Fuorimente devono stare / così che si spengano / appena li nomini. / Sono posti pigliati di morte / fantasmi perfino vi appaiono / di notte / o a mezzogiorno / che si rinchiudono tutti / e s’aprono vie dell’inferno / e se uno si trova a passare / neanche si volta, / cammina in punta di piedi / e una volta passato / fugge.