Recensione di Cosma Siani a Ju core, ju munne, le parole


La raccolta di versi in dialetto abruzzese di Pietro Civitareale

Nella silloge Ju core, ju munne, le parole Pietro Civitareale raccoglie poesie scritte nell’ultimo quindicennio, più altre rimaste fuori da raccolte precedenti, più una parte di quelle apparse in una plaquette di soli trenta esemplari, Quele che remane, uscita a Torino nel 2003; e aggiunge una serie di brani critici intorno ai suoi precedenti versi in dialetto e in lingua.

Della decina di titoli a cui assommano questi ultimi, bisogna almeno ricordare il primo e fortunato Come nu suonne (1984), che fece dire a Franco Loi “liriche dolci e preziose” e “un modo semplice, limpido di accostare le cose”; poi l’intermedio Le miele de ju mmierne (1998), e il più recente Mitografia e altro (2008). Senza d’altronde scordarci del Civitareale narratore, che ha firmato fra l’altro il romanzo L’angelo di Klee (2009) e il recentissimo Da questa parte del mondo (2012); e del traduttore di Pessoa e delle Novelle esemplari di Cervantes (1998); e del saggista e compilatore di antologie dialettali come Poeti in romagnolo del Novecento (2006) e Poeti delle altre lingue (2011), ma anche, a conferma delle sue frequentazioni ispaniche, della panoramica di settore Cile, poesie della resistenza e dell’esilio (1985).
 
Ho scorso i giudizi in appendice ai versi di Ju core un po’ per confrontarli con le mie reazioni di lettura, e un po’ per vedere quanto si potessero adattare a questi nuovi versi abruzzesi, come i precedenti composti nel dialetto di Vittorito, in provincia dell’Aquila, paese dove l’Autore è nato, e che ha lasciato per Alessandria e poi Firenze, dove tuttora risiede.
Ebbene, in aggiunta al già citato Franco Loi, trovo espressioni di questo tenore: “poeta solitario, appartato” (A. Mundula), “indugio rievocativo delle stagioni e del paesaggio della terra natale”(C. De Matteis), “urgenza lirica […] in sequenze libere, senza rime o assonanze” (Brevini), “rumori piccoli e minimi delle erbe e dei fiori […] silenzio delle ore assolate” (A. Dommarco); e ancora, viene messo in evidenza il sentimento di un tempo scandito nel passaggio dei giorni e delle stagioni in un’atmosfera di sortilegio (G. Tesio). Tutte descrizioni in effetti applicabili a questa raccolta di versi antichi e nuovi.
 
L’atteggiamento di base è infatti un senso di sospensione, un’attitudine all’osservazione del mondo esterno nel silenzio, nella solitudine. L’Autore ha sempre a che fare paesaggi naturali, case deserte, giardini, stagioni, e con i propri pensieri, resi in immagini non forzate, in una vena blanda che giunge gradita, e che conserva il proprio carattere anche nella versione italiana d’autore che accompagna i brani: “questo silenzio addosso / che ci tiene svegli tutte le notti” (p. 8), “E mia madre che distribuiva / colore ai fiori” (p. 39), “Non parli e i tuoi pensieri, / come un profumo, / fluiscono fino a me” (p. 42), “Ed ora, fuori dal mondo, / raccogliamo il silenzio / nelle nostre mani” (p.43), “Il paradiso sta / dietro la porta, / nell’altra stanza” (p. 51), “Sul punto di addormentarti / silenzio della luna, / palpebre d’ombra, / ogni passo una storia” (p. 55).
 
È un timbro di fondo che rappresenta il profilo qualificante di questa raccolta, e si riassume bene in una composizione esemplare come “Nu sole rusce” (“Un sole rosso”, p. 39):
 
Nu sole rusce
dentre ajju giardéine.
 
I màtreme che dàive
i chelìure ai fiore,
i pàtreme che letechàive
che’ i ciejje.
 
I jeje, che’ n’arlogge
che nen curràive,
che cuntàive j’ènne.
 
I aspettàive.
 
[Un sole rosso / nel giardino. // E mia madre che distribuiva / colore ai fiori, / e mio padre che litigava / con gli uccelli. // Ed io, con un orologio / fermo, / che contavo gli anni. // Ed aspettavo.]
 
Non deve trarre in inganno il piglio tenue, appunto il fare blando. È senso della misura; ed è controllo esperto del proprio tono. Civitareale non ama gli accenti reboanti, né le forzature stilistiche. Bastano gli esempi riportati sopra a garantirci quanto sia sicura la sua poetica dialettale, e come egli abbia idee chiare circa l’uso del dialetto, non in funzione nostalgica, né localistica, ma essenzialmente lirica e strettamente personale – cioè la maniera più accreditata della dialettalità in poesia negli ultimi decenni.
 
Del resto Civitareale conosce bene questa prospettiva, per essersene fatto interprete non solo come autore in proprio, ma anche da lettore e critico. Lo attesta – a completamento dei titoli menzionati in apertura – ancora un suo volume-raccolta uscito anch’esso per le Edizioni Cofine nel 2009, La dialettalità negata, collezione di saggi, recensioni e articoli riassunti nel sottotitolo come “Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea”, che agli oltre venti autori recensiti e a postille e schede su volumi in dialetto, associa un saggio di ampio respiro (“Poesia dialettale d’oggi”) e una estesa trattazione del corregionale poeta Vittorio Clemente. E, vogliamo aggiungere, in una delle sue pagine contiene una convinzione dell’Autore posta in questi termini: “…non mi pare che i dialetti abbiano veramente perso la loro vitalità. Il dialetto, sia pure un dialetto diverso, continua ad essere parlato…” (113-14). Visione controcorrente rispetto a un diffuso – e piuttosto superficiale, diremmo – convincimento circa la morte dei dialetti. A pensarci, tutti coloro che scrivono dialettalmente nel loro intimo condividono l’assunto di Civitareale, altrimenti non scriverebbero. Ed è convinzione che personalmente ho sempre sostenuto, pur nella consapevolezza che il dialetto, come del resto ogni lingua, da organismo vivente qual è, così come nasce e si sviluppa, nel tempo è destinato a cambiare e anche scomparire.
 
Abbiamo menzionato Vittorio Clemente. Pensando a un ulteriore panoramica, l’antologia Poeti dialettali abruzzesi di Nicola Fiorentino (2004), uscita ancora per Cofine – e non sembri eccessiva la menzione di questa valorosa small press romana: i suoi meriti nel campo della poesia dialettale sono ormai molteplici – vien fatto di considerare come in tale prospettiva regionalistica Pietro Civitareale, naturalmente esperto della scena abruzzese novecentesca, si inserisca con un’impronta misurata e tutta sua. 
 

Pietro CivitarealeJu core, ju munne, le parole. (Versi in dialetto abruzzese), Roma, Edizioni Cofine, 2013, pp. 70.

Cosma Siani
 
 

 La recensione è apparsa su il 996, Anno XI - maggio-agosto 2013