Ju core, ju munne, le parole, la recensione di Nelvia Di Monte


Alla silloge in dialetto abruzzese di Pietro Civitareale del 2013

Alle molte pubblicazioni di critica letteraria e traduzioni Pietro Civitareale ha affiancato una decina di volumi di versi in lingua e nel dialetto di Vittorito, un paese in provincia di L'Aquila. Nella nota introduttiva l'autore spiega come anche questa raccolta nasca "dall'esigenza di mantenere, attraverso il dialetto, un rapporto vivo ed attivo con la mia abruzzesità", legata ad un luogo che nello scorrere del tempo ha assunto un sapore quasi mitico (D'estate ju paiàise / meje sa de merìcuele - D'estate il mio paese sa di more) "così come la memoria me lo restituisce dopo oltre cinquant'anni di diaspora"; e conservata attraverso parole a cui si mantiene fedeltà nel tempo, affinché non vada smarrita la propria "identità antropologica" e il senso di appartenenza ad una comunità, "costantemente minacciate dell'effetto omologante delle società di massa e della globalizzazione".
 
Le tematiche affrontate sono essenzialmente esistenziali, legate ai sentimenti, alle esperienze, ai pensieri che appartengono ad ogni essere umano che sappia osservare con cura il mondo che lo circonda e quanto accade dentro di sé: affetti, natura, scorrere del tempo, solitudine, problemi sociali...Esperienze colte con viva adesione, a volte racchiuse nell'immediatezza del testo breve come un'improvvisa apparizione o svelamento; più spesso accompagnate da riflessioni che conducono le immagini iniziali a chiuse malinconie, dolci, sarcastiche, amare. La compresenza di tonalità espositive così differenti dipende dal fatto che il libro raccoglie testi scritti in un lungo arco di tempo, ma esse corrispondono bene alla variabilità delle stagioni atmosferiche e umane, al repentino mutare del caso e delle cose, alla ineffabile bellezza e precarietà della vita.
 
Emergono in filigrana echi della tradizione letteraria, ormai decantati in versi essenziali, come nei testi rivolti alla donna amata, di una delicatezza stilnovistica, accentuata dalla sonorità delle rime: Chiare de pelle, / nàire de cijje, / de ciele j'uocchie / i de mare. // I rose i gijje / te scòppene / tra i capijje (CHiara di pelle, nera di ciglia, di cielo gli mocchi e di mare. E rose e gigli fioriscono tra i tuoi capelli). O nei paesaggi dalle riminiscenze pascoliane, nitide istantanee fissate da uno sguardo attento ai minimi particolari e ai legami sottesi tra uomo e natura: I, de b uotte, / na lampariate / che sòleche ju ciele, / nu terrècene che / fa tremà la terre. // I s'annacquanìsce / ju munne (E, di colpo, un lampeggiare che ara il cielo, un tuono che scuote la terra. E si fa acqua il mondo). La stessa nùvela nàire (nuvola nera) incombe sugli esseri viventi e li accomuna dentro un'atmosfera di minacciosa attesa in cui "Non si muove foglia nel pergolato e, per le scale, un passo è come un leggero fruscio. Nella stanza una briciola di luce. Silenzio del vento e notte senza stelle".
 
Prevale nei testi un senso di perdita ineluttabile, che diviene a volte pessimismo e trova il suo correlativo in una natura personificata, nel gelo dell'inverno, nel venir meno della luce e del calore, della protezione di una casa dove la porte nen té la chiéve / i éntrene i èscene / ombre che nen se vìdene (la porta non ha la chiave ed entrano ed escono ombre che non si vedono). . Dove tutto è "una rovina", viene a mancare ciò che rende umani e la stessa possibilità di comunicare e se t'azzerde a parlà, / tire nu viénte che jéle le parole (se ti azzardi a parlare tira un vento che gela le parole).
 
C'è una lontananza che relega la vita nello spazio-tempo allucinato del sogno, in immagini oniriche che tendono all'incubo oppure in miraggi tra sonno e veglia. Si acuisce la distanza tra sé e il mondo, che l'io osserva "come dentro una vetrina". Si è frantumato lo specchio sul quale si rifletteva "un mondo chiaro e profondo" impedento così ogni positiva visione: Mo' ce vàide a meje / che m'accappe j'uocchie / che la mène che tréme (Ora ci vedo me stesso che mi copro gli occhi con la mano che trema).
 
Eppure, dentro questi umori immersi nell'ombra e nel disincanto, emergono improvvisi dei momenti tersi, che proprio dalla fedeltà al mondo dell'infanzia - con le sue immagini e parole - traggono una consapevole serenità verso la vita. Quel fanciullo "che giocava con le ombre e dava ordini al vento" è ovviamente sparito, insieme alle sue aspettative e illusioni, ma qualcosa è rimasto impigliato nella propria interiorità e, quando riappare, offre a chi sa che "Nel cuore dell'ombra ha inizio la vita" la capacità di osservare oltre il buio. O la possibilità di sentire e trasformare in parole il profumo di ciò che scorre nel tempo, radica e cresce verso la luce: Remane sulamente / j'addore de na terre, / addò ju deléure / deventàive piante i réme (Resta soltanto l'odore di una terra dove il dolore diventava alberi e rami). Forse sta l'irrinunciabile dono del dialetto e della sua visione della realtà.
 
Pietro Civitareale, Ju core, ju munne, le parole, Edizioni Cofine, Roma 2013, pp.78, Euro 10,00.
 

Nelvia Di Monte