Recensione di Roberto Pagan a


Raccolta in dialetto abruzzese di Pietro Civitareale

Ritorna Pietro Civitareale ai suoi prediletti versi abruzzesi: che egli chiama a raccolta da tempi più vicini o remoti per ricondurli tutti insieme nel segno di una medesima freschezza e lirica necessità. Ne pubblicano la silloge Ju core, ju munne, le parole le Edizioni Cofine (Roma, 2013 pp.72, euro 10,00) nella collana di poesia dialettale che ormai si arricchisce, mese dopo mese, come una pianta generosa di sempre nuovi germogli.

Nel caso di Civitareale, mette germogli nuovi un'ispirazione antica, che in continuazione riporta a una terra mai rinnegata: So' nate da ju core de la terre. Spaliate come na sumente (Sono nato dal cuore della terra. Sparso come un seme) (Come na sumente, p. 49). E non importa se con gli anni e "il treno della vita che s'allontana pieno di gente che dorme" (Ju trene de la véite, p. 20), la "rùzzene de ju tiempe" (la ruggine del tempo), talvolta, ti fa sentire "magnate da i térle" (sfarinato come la sabbia che scorre tra le dita) (p.49).
 
La casa, la natura, il paese natio. L'austerità dell'uomo. La sobrietà di una visione francescana della vita e della morte: Fa che la morte / te trove chiare / come l'acque, / innucente / come nu cìtele, / nìude come / nu viérmene.(Come nu viérmene, p.54). Questo dicono i versicoli solenni. Sullo sfondo i monti azzurrini di sempre. Certo le stagioni della vita si avvicendano e le ombre si allungano, j'arlogge de ju tiempe (l'orologio del tempo), non perdona, ma ancora la casa, nel buio, s'ingravida d'amìure i delìure (d'amore e dolori), perché la notte accocchie / la casa alla sorta saje (accoppia la casa al suo destino). Niente se desperde, / niente se separe (nulla si disperde, nulla si separa) (La case, p.50). Sicché il paradiso sarebbe a portata di mano, arrete alla porte (dietro al porta), se soltanto non avessimo smarrito la chiave. (Ju paradéise, p.51).

Insomma, la poesia ridotta all'essenziale, nello spirito come nelle forme: una nominazione sillabata tra sé e sé, a mezza voce. Purché la parola venga, chissà da dove, lei che "come l'uccello si sveglia presto" e allora "illumina la mente". Stanne alle schìure le parole / i aspéttene che quacchedìune / je porte la lìuce. // Dope appìccene la mente (Le parole, p. 41). Certo: è la parola che illumina la mente, non il contrario, come forse ancora credono gli sprovveduti.

Cosa non daresti - esclama il poeta - per una parola che ti accende il cuore dentro, e allora come un uccello voli via, ti fai portare dal vento: nel fluire della vita e della metafora che riporta la vita ai sogni e fa sì che l'una e gli altri coincidano. Qualche volta il miracolo avviene. E allora in quella quotidianità familiare, tra quelle quattro case del paese, s'infiamma un sole e tranquillamente puoi essere nell'altrove, puoi ritrovarti accanto, come un altro Chagall, la fanciullezza con una verde tromba in bocca (na tromba verde mmocche). Allora puoi chiudere gli occhi ed aspettare che venga la morte a baciarti le mani: Quande chiude j'uocchie / me vé a truvà la morte / i me basce le méne (Quande chìude j'uocchie, p. 56).
Così come nascono dal niente, sillaba su sillaba, queste brevi poesie, come refoletti leggeri, come cirri nel cielo di primavera, di tono basso ma con qualche accelerazione improvvisa, qualche impennate nel surreale, possono spiccare il volo, rastremarsi nell'assoluto essenziale, inarcarsi nell'azzurro come l'arcobaleno, con la stessa docilità delle bolle di sapone che, tra le labbra di un bambino, si gonfiano d'incantesimo e acquistano d'improvviso tutti i colori dell'iride.

Piccoli miracoli d'equilibrio, di consumata perizia che sa anche liberarsi di ogni orpello, di ogni sforzo d'apparire più dotti o più raffinati. E certo il dialetto natio, reinventato ogni volta dall'orecchio della memoria, è strumento afficace di tale incantesimo: per via dei suoni inesplorati e inattesi che esso sa sprigionare anche quando dice le cose più semplici, che sembrerebbero trite. Ma quella pronuncia invece le rinnova dal di dentro, le riscatta dal peso della consuetudine. Perché solo il dialetto sa dire in quel suo modo la lìune saje ammonte / pe' ju ciele (la luna dà la scalata al cielo) e solo il dialetto - quel dialetto - può dire Inotte ju giardéine / se reempie n'autra vote / de selombre. Perché la voce "selombre" rende i "fantasmi" (che questo la parola significa) molto...più misteriosi e fantastici di quanto li avremmo mai immaginati.

Roberto Pagan