Per Valerio Agricola


Recensione di Vincenzo Luciani alla raccolta poetica "Terra data"

Cuando despertó, el dinosauro todavía estaba allí (Quando si svegliò, il dinosauro stava ancora lì). Con queste sette parole lo scrittore guatemalteco Augusto Monterroso immagina un racconto di una sola frase di una potenza espressiva enorme, fornendo un dettaglio di concisione esemplare che perfino Italo Calvino lo cita nelle sue Lezioni Americane

Valerio Agricola, apre con un singolare incipit la sua poesia “Ischitella” nel libro Terra data in modo similare, come se riprendesse al volo un pensiero a lungo maturato e, riemergendo da un lungo riserbo, lo proponesse al lettore, quasi proseguendo una conversazione immaginaria non si sa quando iniziata:

Che poi il sole
qui si proclama
luce calda che grida
tra i volti degli ulivi
e vecchie viuzze
ove l’aria si raffina
e vivace cinguetta
in un canto dialettale

Alla mia terra sono
ad Ischitella aggrappato
come una pianta di fico
incastonata tra le mura

La dichiarazione d’amore per il suo paese natale che chiude la poesia è straordinariamente viscerale, affidata all’immagine di una pianticella di fico radicata tra le mura, simile a quella conficcata nel tetto della chiesa barocca ischitellana di Sant’Eustachio e che l’occhio esercitato di Valerio non può non aver “fotografato”.

Colpisce anche l’espressione “canto dialettale”, così peculiare di un piccolo centro, divenuto in questi ultimi dieci anni crocevia di readings in piazza dei migliori poeti dialettali italiani con il Premio Ischitella-Pietro Giannone ed orgogliosamente proposto come, su un altro versante, Gianni De Maso (di Vico del Gargano, un paese confinante) si adopra a tutelare manufatti locali (portali, portoni, edicole) che, non a caso definisce, “architettura dialettale”.

Chi è Valerio Agricola? Nato ad Ischitella (Fg) nel 1986 dove ha vissuto fino alla conclusione degli studi superiori, ha studiato Informatica ad Urbino, ma ben presto, abbandonando l’Università, si è iscritto all’Accademia delle Belle Arti di Foggia, sezione Scenografia. Si è poi trasferito in Molise dove per qualche anno, “attratto dal valore maieutico della terra, ha sperimentato, assieme agli studi di Scenografia, la necessità di una attività pastorale che lo ha portato a vivere dentro ai modelli di vita campestre e a contatto con antichi usi e tradizioni che formeranno in maniera determinante la sua anima poetica”.

Valerio Agricola è autore della raccolta poetica Terra data che testimonia la profondità delle sue radici in quel “Garganus Mons” (titolo di una sua mostra fotografica). Il suo occhio indagatore di poeta (fin dall’età di quindici anni) e di fotografo legge fin nelle pieghe più risposte il suo territorio, la sua terra. Il suo cognome Agricola, coerentemente al suo senso latino, rinvia al suo pezzo di terra che egli coltiva e alle sue zolle cui è radicato:

Sono pianta d’uomo
e questa è la terra data
cemento e cammino:
tanti sguardi e poche mani
in un fiume affluente
per strade a altre strade
che non hanno più il sole

Sono pianta d’uomo
e sulla cenere del mondo
sono nato tante altre volte
per me una sola volta

Questa poesia, programmaticamente, apre la sua raccolta e, a ribadire il concetto che la sua poesia è fatta di terra, di terra data, di quella sua peculiare terra ecco la poesia che campeggia significativamente nella quarta di copertina:

Terra femmina terra
nuda terra pelle
terra raspa terra
arsa terra aspra
terra amara terra
molle terra dura
terra battuta terra
vecchia terra madre
terra marina terra
nostra terra colma
terra ombra terra
libera terra sacra
terra malata terra
ferma terra fatta

terra data

Entriamo ora nel laboratorio poetico di Valerio Agricola: “La poesia - egli afferma - è sogno, immaginazione e anche finzione. Talvolta si finge di essere altro per dire ciò che veramente si sente e la costruzione di una poesia è molto simile alla costruzione di una scenografia in quanto entrambe devono rappresentare una realtà o un evento attraverso il gioco della finzione e dell’immaginazione”.

Felice Laudadio, in una sua nota critica, sostiene che la caratteristica più importante e originale della poesia di Agricola “è la tessitura della parola e la rarefazione della sintassi. La frase è sempre asciutta, le parole ridotte all’essenziale, al limite dell’ermetismo, il lavoro di levigatura della parola, della singola parola perviene a risultati singolari (sono pianta d’uomo / e questa è la terra data) un verso che merita da solo una vigorosa recensione”.

Ed ecco alcuni esempi di linguaggio scarno ed efficacissimo in “Tra aria e terra”: Dondolante, il grano / cicalare secco // al sole, avanza // con il cuore malizioso / un sospiro viaggiatore; in “Altro settembre”: Dimentica il cielo il girasole / e il ghigno del cardo a fianco / non sarà più la stessa luce / la prossima estate, non sarà / quella terra ancora e tale.

Sono da non trascurare quelli che Ugo Gregoretti, nella sua prefazione, definisce “i fondi ironici che sottostanno all’ispirazione e all’esistenza del giovane Agricola”. (…) che “diffonde con la sua cetra copiose note di ironia amara, di autoironia, persino di autocanzonatura”.
Anche in questo caso due esempi, il primo: “Lungo i viali della liquidazione”:

Già vent’anni sbattuti, a controvoglia
lungo i viali della liquidazione
e fisarmoniche d’albanesi
nei pomeriggi fuori orario
tra le forchettate condominiali,
attentati catodici e audience a palla.

Come un addetto alla negligenza urbana
segue le farfalle del giornale di ieri
e daccapo virgole sulle labbra
lunghe quanto la fine

e il secondo, “Senza titolo” (p. 14):

Noio e m’annoio, un esaurito
puttanaio di mosche all’inchiuso
rovista, affila ali, s’accoppia
nell’incepparsi diritto al capello
e invano le scansi, pensi ad altro
qualche sparuto ricordo di casa
a pena il fumo spazia delimitato

Ma il Valerio Agricola che preferisco è quello in cui esprime la sua pura potenza poetica immaginifica, consapevole del suo ardito linguaggio. Ad esempio in “Tra le risa”:

I tuoi occhi ad alta voce! Silenziano
tutte le bocche cornacchie e filosofe
e un canto infiora il tuo cammino
faccia chinare la testa ai palazzi
e piroetti i fiori diritti al cielo.
Ma i tuoi occhi che sono di nessuno
e piangono e godono del tutto,
sdrucciolano come due palline
senza una buca o una pedana
e la tua bocca s’inghiottisce
e sputa quattro versi, questi

Oppure negli ultimi tre versi della poesia “Senza titolo” (p. 45): Abbandonarsi alla propria natura / in un mattino in veste di passero / pieno di vento, senza più terra. Oppure ancora in “Carpire le foglie” in cui dapprima l’occhio indagatore del fotografo, “in un meriggio solerte”, osserva: sonda lo sputo la formica / la mosca tampona le braccia / la cicala il tempo. E poi il poeta prende il volo negli ultimi tre versi: Prenderei a morsi queste foglie / nel sapore più inaudito / il segreto conosciuto del mondo.

Meritano infine una citazione i disegni di Paolo Petti e il progetto grafico di Margherita Spatola

Vincenzo Luciani

Valerio Agricola, Terra data, Schena Editore, Fasano (BR), 2012, pp. 72, euro 15