66, di Stefano Strazzabosco


Recensione di Maurizio Casagrande

Il titolo “66” allude, in primis, al numero di testi che compongono la raccolta, ma assolve anche a possibili simbologie numeriche, non nuove in poesia da Dante fino a Soffici, Sinisgalli ed oltre: scomponendo la doppia cifra, infatti, si ottengono due multipli del 3 e allora l’opera si qualifica nei termini di un’apertura all’oltre, al mistero, o a una trinità che aspira a risolversi nell’unità. Né sono da escludere valenze cabalistiche od esoteriche (66 è anche un multiplo dell’undici, il numero magico di Marinetti), pur se su di un impianto giocoso, o da poesia visiva. Libro complesso e stratificato fin dal titolo, dunque, quello di Strazzabosco, che si articola in sette sezioni delle quali la prima, “B.A.O.”, quasi a simboleggiare il principio e la fine come pure l’intreccio babelico delle lingue (dal vernacolo al franco-provenzale), richiama esplicitamente il vincolo di sangue contratto alla nascita col dialetto, mentre l’ultima, “Potlatch”, che in lingua chinook significa “dono” (nella forma, però, della dissipazione e dello spreco), allude alla gratuità che appartiene alla poesia. Ma andrà segnalata anche la sezione “Chivau” che vale ad istituire un nesso, non puramente esteriore, con la lezione di Guglielmo IX d’Aquitania e con la scuola dei trovatori, soprattutto nella maniera di trattare il tema politico, ma altresì nella fascinazione per la natura, i mesi e le stagioni, o nel personalissimo ed onirico bestiario di Strazzabosco popolato da istrici e maiali, pesci e capre, scimmie ed aquile, galli e lepri, chimere e canguri, bovini e serpenti, pantere e galline, pescicani e creature dalla pelle squamata con testa di rettile che sembrano uscite dagli incubi di H. P. Lovecraft. E tuttavia l’approccio al modello della letteratura cavalleresca appare sempre filtrato da un sottile intento parodico, vuoi attraverso il rovesciamento dei temi cortesi (il servizio d’amore ridotto ad appisolamento e sonno, cfr. In direzione del martedì notte si viaggiava, p. 24; la riduzione della tenzone cavalleresca ad abbuffata collettiva, in assenza di un vero competitore, con la mediazione di un misterioso pifferaio, cfr Era uno schieramento tattico eccellente, p. 15; oppure la semplificazione della tenzone nei termini dello scontro ferino e primitivo, agli antipodi della solennità tragica della Liberata, che pure trova qualche eco nella lirica L’uno copriva l’altro. Nella terra, p. 60), vuoi con l’abbassamento sistematico del ruolo della domina (Cfr. Di notte la casa volava, p. 40, o Nella stagione umida la carta, p. 71) nello spirito ribelle e giocoso che era di Palazzeschi come di Folgore.
Dissimulati, ma riconoscibili, citazioni o rimandi a Caproni, Rilke, Dante, Leopardi, il Tasso delle Rime. Un tema chiave, ricorrente magari sotto traccia, è inoltre quello della prossimità ai morti (si veda, ad esempio, Parlavano senza dire una parola, p. 61), che ha senz’altro illustri antecedenti in tanta poesia del 900, ma che s’incontra anche nei romanzi più stranianti di Parise. Viene così a definirsi una poetica d’impianto surreale, molto legata al territorio ed intonata ad una sua “musica algebrica”, che forse non sarebbe improprio definire delle “briciole”, degli scorci, dei voli onirici, senza peraltro dare a queste formule alcun valore minimalista: «Se l’infinito è una nuvola viola / io sono crepa e tazza, / l’aria diffusa sopra l’alto piano / cartesiano» (p. 33). Ad attribuire equilibrio e leggerezza all’insieme, il sale dell’ironia, distribuito con misura sulla scorta di Caproni, dell’Ariosto del Furioso o delle Satire, del Leopardi delle Operette e di Marino Moretti, presenze discrete ma indubbie tra le pieghe dei versi.
Che si tratti di un libro ricco, decisamente sbilanciato sul registro lirico, basterebbe a confermarlo l’analisi di un paio di testi: (res publica), dalla sezione “B.A.O.” e Legato a un palo il logaritmo, dalla sezione “Controtempo”, sui quali ci sembra opportuno richiamare l’attenzione:
 
«Legato a un palo il logaritmo dei secoli
dormicchia nel suo sonno millenario.
È presto per partire e nonostante
il freddo quello insiste
sul suo tasto di sempre. Sogna. Quando
io taglio il pane, lo condisco, lascio
briciole buone per gli uccelli e i morti
che aspettano pazienti di mangiare»
 
La lirica (alle pp. 66 e 69), in versione autografa, occupa, nell’economia del volume, la pagina 66 e assume pertanto un valore particolare ed esemplare rispetto alla poetica dell’autore, molto sensibile anche per ascendenze familiari (la madre era una matematica, il padre ingegnere), oltre che alle suggestioni della poesia, a quelle della geometria e della matematica: una pulsione interiore all’ordine, all’armonia, all’equilibrio, all’illimitato e al rigore della razionalità che si scontra inevitabilmente con l’asistematicità della vita, la sua apparente casualità, l’esperienza quotidiana del limite e della perdita. Rimettere ordine nel caos primordiale sembrerebbe la causa fatta propria dal poeta, ma con l’ausilio di strumenti insoliti: il cuore ed il ritmo (salvo un settenario e un verso ipermetro – il primo – gli altri sono tutti endecasillabi), come i romantici sulla scorta di Omero e Virgilio con le loro discese all’Averno, anche se a polarità invertite, perché sono i morti, qui, a risalire tra i vivi; la risorsa dell’immaginazione e del fantastico/surreale sulla scia di tanta letteratura ispanoamericana (e tuttavia, si tratta di un surreale tutto veneto, condito in salsa vicentina alla maniera di Parise); la razionalità delle geometrie non euclidee, che aveva già ispirato le opere di Escher e Dalì (gli Orologi molli), in controtendenza rispetto agli orientamenti delle scienze moderne; e ancora lo strumento povero di un palo, che funge, allo stesso tempo, da simbolo cosmogonico di ordine ed equilibrio, così come da equivalente del legame strettissimo con la terra e con la città natale, Vicenza, che ci viene restituita, con grazia ed eleganza, nei suoi luoghi più autentici: le sue chiese barocche, le piazze e la Basilica Palladiana (C’è ancora questa piazza larga e bagnata, p. 22), Villa Valmarana sul Colle di San Bastiano (p. 23) e il Ponte di San Michele, testimone fuori campo e muto del dialogo notturno nella lirica Stanotte la pioggia è erratica e argentina (p. 16).
Legata al palo dell’oggettività e della non contraddizione, la scienza non può dirci più nulla sul mistero della vita, come già riconosceva Wittgenstein, non a caso citato in esergo alla raccolta: le sue aspirazioni appaiono pertanto sogni e in un “sonno millenario” si risolve la sua storia. Sono, piuttosto, le briciole del pane dopo che è stato condito, ovvero le cose in apparenza più insignificanti e che non si lasciano ridurre a misura, che ci sostengono davvero e rompono il velo delle apparenze: tra queste briciole, un posto di rilievo è occupato senz’altro dal linguaggio poetico. Sono i defunti, ancora, i nostri angeli custodi, il sale con cui condire il nostro pane, in linea con un’apertura ai morti tutta novecentesca e veneta.
L’impianto metrico della lirica appare abbastanza regolare, distribuita su sei versi endecasillabi, più un settenario ed un verso ipermetro, e con l’adozione di una forma chiusa quale l’ottava. Dal verso 3 alla fine, però, Strazzabosco ricorre insistentemente all’inarcamento, con una spezzatura della sintassi che interrompe e rallenta anche il ritmo assumendo valore di controcanto antiletterario e antilirico. Antilirico appare anche l’apparato fonico del testo, del tutto privo di rime, rimpiazzate da assonanze e consonanze. Il “canto” tuttavia, anche se volutamente compresso, non viene sacrificato del tutto e non manca di armonici. Da segnalare, inoltre, l’opposizione velata, ma forte, fra la prima e la seconda parte della lirica: quella cioè fra l’area tematica del “sonno” e l’area della “veglia”, con echi che rimandano alla parabola evangelica delle vergini sagge, in solerte attesa dello sposo, come al pensiero di Eraclito nell’opposizione tra svegli e dormienti.
Nel finale s’intravede una sfumata citazione del più surreale fra i dialoghi di Leopardi, il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, risolto da Strazzabosco in chiave ironica. Ma è possibile anche un’altra lettura: dopo aver giocato coi numeri e con le loro pretese di verità, il poeta opera uno scarto deciso sia nei temi (la vita e la morte), sia nel tono che, da ironico e scanzonato, diviene serio e quasi sentenzioso, mentre nel testo, dopo le astrazioni del calcolo matematico, fa irruzione la vita attraverso il riferimento concretissimo al pane e agli uccelli.
 
(res publica)
 
«Per quale causa indifferente e aliena
per quale fato, caso, impulso o lena
si tinge ancora di colore scuro
la superficie del futuro
mentre la luna è cosí alta e piena
della virtú satellitare extensa
come la sola res: che pensa?»
 
Quanto a (res publica) (p. 12), già il titolo di questa lirica, in latino, testimonia di un’altra costante del libro, ossia l’oscillazione perpetua tra diversi registri linguistici (dal latino al vernacolo, passando per lo spagnolo, l’italiano colto o tecnico, l’inglese, il provenzale e le parlate dei nativi del Nordamerica). Nello spazio di soli sette versi si alternano endecasillabi a novenari liberamente rimati, con una scelta metrica che richiama implicitamente la lezione di Leopardi, creatore del metro della canzone libera giocata sull’alternanza di endecasillabi e settenari. Ma il poeta di Recanati viene chiamato in causa anche a livello tematico, là dove Strazzabosco mette in scena la luna (presenza ricorrente nel libro), una luna piena ed alta nel cielo, che il poeta in qualche modo interroga. Si tratta di poesia lirica, come è confermato dal ricorso costante alla rima, ma con una forte componente civile: a testimoniarlo il titolo, che vale  quale “cosa pubblica”, destinata cioè a tutti e per la quale tutti hanno vitale interesse: tale, infatti, è la natura della poesia. Oltre che al sommo Leopardi, Strazzabosco rende omaggio qui anche al più grande fra i nostri lirici del 500, il Tasso del madrigale Qual rugiada o qual pianto. Nel Tasso, tuttavia, è decisamente più forte la centralità dell’io, un io che riflette il proprio dolore proiettandolo sulla natura e sulle stelle. In Strazzabosco questa centralità non si riscontra, per la ragione che il suo non è il canto dolente di un amore non corrisposto, ma piuttosto una riflessione sul senso delle cose ed un gioco sottile di rimandi letterari, con possibili valenze barocche.
Il tema della poesia è costituito da un’interrogazione, ma leggera ed ironica, sul senso del vivere, o meglio, dalla domanda sul perché il nostro futuro ci risulti inesorabilmente avvolto nelle brume indistinte dell’oscurità, del mistero, del dubbio. Il poeta ci dice anche di più, dà un “nome” e un “volto” al nostro malessere esistenziale: lo chiama “causa”, o “fato”, o “caso”, ed esso gli appare leopardianamente “indifferente” al destino dell’uomo.
In questi versi, tuttavia, l’autore non fa i conti semplicemente con la tradizione poetica ma anche, e soprattutto, con le radici del pensiero dell’Europa moderna, vale a dire col razionalismo e il meccanicismo, quindi con l’intera storia della cultura scientifica e tecnologica occidentale: “res extensa” (materia inanimata) e “res cogitans” (l’io che pensa), infatti, sono i due pilastri fondamentali su cui si reggeva la filosofia di Cartesio e dell’intero razionalismo.
In questa chiave molto critica rispetto alle pretese dell’uomo e della tecnica, Strazzabosco s’avvicina alla posizione di Svevo, che chiudeva il proprio capolavoro con una grande conflagrazione universale. Qui non si arriva a tali estremi, e tuttavia la distanza dall’omologazione al “pensiero unico” e al suo ingenuo ottimismo è palese ed esplicita. Collocando infine  la lirica all’interno del suo contesto (il libro 66), si ricava l’impressione di un’aspirazione a conciliare l’inconciliabile, vale a dire, da una parte, di accordare l’arido razionalismo dell’Occidente alle “ragioni” del cuore e della poesia, dall’altra di trovare un punto d’intersezione e di sintesi, sul piano del reale e della storia, tra opposte tradizioni che hanno plasmato il mondo, vale a dire quella tecnologica e scientifica che punta tutto sul progresso e sui risultati e quella di culture “altre”, più attente alle ragioni dell’ambiente e della vita, quali le culture indigene del sudamerica, terreno quest’ultimo tutt’altro che estraneo al poeta di Vicenza.