Poesie inedite di Mario Melis




Pubblichiamo qui di seguito alcune poesie inedite di Mario Melis.
 
Dal ciclo “Le parole dell’isola”
 
La consonante aleph o il moto della laringe
se il mondo comincia per vocale.
Dirama l’albero ma oppone il silenzio.
Quando sospendo il fiato prima di pronunciare
tutto giace nel grembo del preludio:
un bambino dentro la placenta
e pennuti nell’aia dalla finestra schiusa
al chiaro della luna.
Ieri c’era ancora la ragazza
tesa alla vita, della deportazione.
 
A ognuno la lettura della pianta
imprime il proprio corpo mortale.
Ogni foglia e radice è l’albero.
Se ometto o scrivo un verso più lungo:
il cortile o il sorriso dei fiori
piccole esplosioni le tocco
legate a un filo che fanno
la cronaca e il racconto.
 
 
 
Dal ciclo “Atalaia”*
 
Il passo intermittente della pioggia
come i tuoi trasparenti che dissocia in un travisamento
tenda alla luce del sole
con le parole dei padri non le voci
a braccia tese
la meridiana con i rami degli alberi.
Il tempo che prende la misura d’oceano
coi margini della terra intorno.
E dici tu
ma è solo un tuo riflesso.
Poi se ti leggi non ti riconosci
la tua isola fatta di pene e querce
cinta dal mare fumida
 
Un gancio impiglia la narrazione
o la culla della barca immobile
tra la poppa e la prora
con una memoria o una speranza
l’isola ambigua dei nomi.
 
Solo la presunzione dell’immagine
illusa della parola nell’intralcio
o nella pozza iridata di neon
sulla soglia
allorché il ricordo della mano arretra
il proprio corpo di ieri
se affacci il volto nel loro
Atalaia altra di trapassati
come qualcuno tornando scompare nel paesaggio:
guardiamo deambulare il nostro scheletro
mosso dal desiderio di parvenze
 
* Atalaia in catalano significa “osserva”. Qui diventa un nome di donna.
 
 
Dal ciclo “Alalaia”
 
Nell’umiltà delle parole
fino al silenzio come una preghiera
l’uomo un’ombra
della sua voce che si specchia.
Vivono al di là dello sguardo.
Non serve partire
per voler tornare
e in sintesi la distanza del viaggio dei pronomi
noi che siamo nell’isola,
salpati per raggiungerla
salvo la spirale delle scale
a una gabbia di vimini
una storia privata
con i passi
che chiamano poesia
e perdersi dentro il corpo d’un altro
per essere una cosa.
 
Sui trampoli femminili di nebbia
mentre giocano al duello degli ostacoli.
Si aspetta un’assenza dopo l’altra
senza cose da dire.
Anticipato il seguito è già qua:
il papavero sottratto dal suo prato
la donna pietrificata sopra il colle.
 
 
 
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Le vecchie foglie camminano
mutando dal pioppo al noce
senza alberi da piantumare nel verso desolato
per l’assenza della casa di un corpo
sebbene nel tremito
le trasferisca postume per la stagione totale
con i nomi escludendone il mortale.
 
Sono rimasti quelli che sono andati
in un labirinto di attesa di parole.
Percorriamo il sentiero dei capelli sulla fronte
nel calco divaricato di un’evidenza diversa
il testimone cieco del niente
oltre la soglia dei passi dello sguardo.
 
 
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Il popolo ci manca
una copia insegue per esistere.
La nostra vita sotto la nostra vita
appaiono le figure nello specchio
e dietro di noi appiattite sul muro
o un altro specchio le cose allo sguardo
con gocciolio di anime imbiancate.
Il colle della parola la parola non tocca
nel cunicolo buio della luce
di continuo ci spinge a aprire il libro
con la consistenza delle amate cose
di cui gli occhi divorano il corpo
consumano l’amplesso la foto con foto
con un mormorio grigio di preghiere delle isole
o il sussurro delle parole avare.
 
 
 
 
La mano carezza il volto
sotto la superficie della pelle.
Se con essa il nome pronuncio
è un altro nome lontano.
Nella singolarità siamo mortali:
perciò non dire il nome dell’esteso.
 
O la voce del tocco delle mani
quella dei neonati
prima dell’articolazione della voce,
uguale negli asfodeli,
per dislocare la nostalgia
che provano le cose
desolate dall’occhio.
 
La doppiezza dell’anima di carne
sotto la veste del corpo
col suo morso di volpe:
contro e a favore dell’esibizione.
 
 
Mario Melis è nato a Roma il 2 febbraio 1942 e vive a Palestrina (RM).
Ha insegnato lettere in un istituto statale della Capitale. Ha pubblicato ricerche di carattere storico-archeologico. È stato redattore della rivista letteraria «Il disordine».
Ha pubblicato il libro di poesie in lingua L’altro, con prefazione di Ferdinando Falco (Ed. Cofine, Roma, 2004, poesie, pp. 48 euro 6,00).