Cenni dal caos, di Vincenzo Anania


La recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Linearità testuale e vitalismo intellettuale, moduli poetici in costante equilibrio tra commossa partecipazione e pudore, conoscenza intuitiva e conoscenza razionale: dalle precedenti, sino a questa raccolta, Cenni dal caos (Passigli, 2011), Vincenzo Ananìa dispone su pagine intense versi dal timbro asciutto capaci di affabulare, avvincere e suscitare riflessioni sul tempo, la natura, l’amore, la transitorietà dell’essere: motivi universali filtrati dalla osservazione del reale attraverso l’intelligenza del cuore oltre che della mente, discorso costante cui si accompagnano passione e fedeltà ai dettami etici.
 
Continuità tematica - da Le ali di Darwin (Loggia de’ Lanzi, 1999) a Noi (Zone, 2003) e Biblioteca (Zone, 2007) - dai risvolti talvolta inaspettati, nutrita com’è da nuove accezioni, da un diffuso senso ludico cui è dato compito quasi di alleggerimento della realtà, quel rigoroso ordine del precario che è fondamento dell’esistenza. Un sempre universale di cui Ananìa registra e trascrive con lucida consapevolezza sequenze, partiture di un immaginato ricordo ancestrale (dell’uomo edenico e dell’uomo preistorico, del suo cammino nel mondo); trepida e commossa testimonianza poetica tanto ne Le ali di Darwin che nel successivo esito Noi, in particolare nelle sezioni Albori (le immagini affioranti / con la notte) e Dialoghi (tra terra e cielo, immanenza e trascendenza): qui l’uomo, il poeta, si riconosce quale parte del tutto, goccia del fiume latteo e forma della natura. Che è madre, compagna, sorella, principio interrogante cui viene data voce, presenza, attenzione; flora e fauna, erba e bosco da attraversare lentamente, animali, piante con cui avviare intimi colloqui, silenzi e quiete per meditativi soliloqui dell’uomo sospeso tra finitezza e infinito. E ancora la memoria, i ricordi che sono resurrezione, un riportare in vita l’altro, gli altri – farne corpo nel corpo della scrittura, farne libro, ogni pagina un volto, una storia da rileggere (Biblioteca).
 
In Cenni dal caos l’autore è sì “sempre fedele a se stesso nella sostanza e nei temi, ma con un passo in qualche modo più leggero, e una scrittura più agevole, disposta più ancora che in passato al pedale dell’ironia e dell’invenzione fantastica, con un abbandono più divertito ai toni dell’apologo sornione (…)”, scrive il prefatore Roberto Pagan. Sono apologhi ironici a sfondo morale, versi nati dall’osservazione dei fatti di ogni giorno da altri o in prima persona agiti, vissuti. Che stigmatizzano azioni, comportamenti dell’umanità, per così dire, evoluta, del tutto immersa nel caos (e nella vanità) di questo mondo, in attesa passiva di essere assorbita da altro Caos i cui cenni, segnali il poeta avverte. Con il sale dell’ironia e l’assunto socratico del sapere di non sapere egli fa propria la massima filosofica del “conosci te stesso” e ne pratica i percorsi ché Indifferente è il Tempo a ciò che misura, / sia occhio che si schiude / o lo sbocciare di un Buco Nero, / (…) / Scorrere / è il suo solo sentimento, mentre è del poeta il rinnovato atto creativo con cui innestare nuovi sviluppi e nuove verità, squarci nella ripetitività del mondo, re-invenzioni e neo-trascrizioni come, ad esempio, nel tema della Genesi, in cui si ribaltano i ruoli dei progenitori edenici e altro è il tentatore, altro il frutto del peccato, della conoscenza (erotica, soprattutto); non Eva (assolta, e con lei il genere femminile), ma Adamo (nella poesia Bacche e baci) ha disubbidito, e alla compagna una pesca le passa sulla bocca per approfittare di quelle labbra schiuse. E dire dell’eros significa dire tànatos, coppia indissolubile, che cammina a braccetto. La vita è, dunque, un gioco molto serio tra amore e morte, ché ambedue leniscono e accentuano il dolore di vivere. Talvolta l’amore lo amplifica, il dolore, ed è rimpianto per l’amato assente. La terza sezione del libro (Ah, l’amore – ahi la morte!) s’apre con Ascoltando, eterno presente del sentimento di quando Simultaneo era il risveglio / nostro e del mondo, spalancata / la finestra alla collina / gareggiavamo a chi prima sentiva / i lamenti della notte vinta / la gioia dell’aria nel farsi luce / lo schiarirsi di voce delle brezze / (…) / Allora, fresca come il neonato giorno, / cantavi. Poesia del muto colloquio con un’ombra, in cui al di qua e al di là si toccano da che Il labirinto che ci separa è breve / senza mostri senza trabocchetti, / quasi un gioco infantile. Ci basta / uno sguardo fra i muri sconnessi, / un richiamo tenue, per sapere che ci siamo. Altre pagine hanno invece tono diverso, tra scongiuro e succosa ironia, come in Morte di tanto in tanto si fa viva: / (…) / con morsi erotici mi gusta qui e là, / che sia piede o un braccio (…) / pur soffrendone ne traggo godimento, / in eccitante complicità, le indico / a volte dove più mi va. // Morsi speciali riserva al cuore / (…) a me morto preferisce / il morituro, più il gioco dura / più gusto c’è. Anche perché giocando / so far ridere, e ridere si sa / che fa buon sangue – lei ne ha bisogno / magrolina com’è (da: Buon sangue). L’esperienza del reale, l’osservazione quotidiana di sé nel mondo, il sentimento del tempo sono sì interiorizzati da volgersi in un anelito di Assoluto, in sogni in cui si sogna la luna piena il cane e me / che in riva al mare sognavamo (…) / Forse è il mondo – pensavo- / il fantasma del mondo assassinato / e questa notte troppo nera è il mio rimorso; o immaginando La solitudine di Dio, creatore dell’universo per avere interlocutori; o scrivendo della propria stanza che ha il colore del tempo, / dell’esterno e del mio interiore, / è grigia, azzurra, verde (…) / (…) / secondo l’umore, / se nuvole di guerra o schiarite di pace.
 
L’impegno etico di Anania non è nuovo, da sempre la sua poesia è attenta (e presta voce e spazio e luogo) agli emarginati, ai deboli, agli esclusi, agli abusati (anche sessuali, si pensi alla pedofilia e allo stupro); di contro, ai potenti e ai servi dei potenti, ai corruttori, agli sfruttatori dell’uomo e della Terra il poeta lancia i suoi ironici strali: in Cenni dal caos sono le Storielle (quasi) esemplari, sezione nella quale troviamo (anche, tra poesie d’amore, il senso dell’eternità e della solitudine) il muratore con il secchio blu caduto dalle tavole ballerine, e sono poesie con titoli esplicativi, Il Potere (con la maiuscola), Esanime (il nostro pianeta), Lettera a un nero, Trasloco (l’anima finita nel tubo digerente), Amor sui (il narcisismo, l’ossessione di sé).
 
Summa tematica di sfacelo morale e cannibalismo umano è la poesia Indagine sul caos (altro titolo, altro contenuto esemplare), in cui il tempo attuale mostra il suo carico di piccoli e grandi orrori, aberrazioni di esclusiva pertinenza di questo mondo; è una poesia che chiede costantemente, e chiedendo pungola e incalza: Che nesso tra l’ovazione al leader corruttore / e un gregge belante(…) / tra la benedizione al condannato a morte / (…) la fame di cristi poverissimi / mentre straripano le mafie e i fiumi / (…) / Che nesso tra il nostro fiero tricolore / e i popoli migrati in fondo al mare / (…) foto-porno, cocaina, / mentre aumentano i safari / mentre la caccia agli omosessuali? / (…) angeli in coro e infortuni sul lavoro, / preti pedofili (…) / (…) colonizzato il cielo produrrà / neo-cocomeri o bombe di potenza esponenziale, / gli dei sfrattati alloggeranno in tuguri… // Mentre il debito, l’usura il dividendo.
 
Maria Gabriella Canfarelli.

Vincenzo Ananìa, Cenni dal caos, Passigli, 2011.

30 ottobre 2012