Ricordo di Giovanni Pascoli


Nel primo centenario della morte

Il difficile viaggio esistenziale di Giovanni Pascoli, iniziato a San Mauro di Romagna il 31 dicembre del 1855, si concluse a Bologna il 6 aprile del 1912, alle tre del pomeriggio. Era il sabato santo, la vigilia di una Pasqua che l’autore di Myricae non avrebbe visto. 

Il 18 febbraio il poeta, gravemente ammalato, aveva lasciato in macchina Castelvecchio di Barga dove aveva trascorso gli ultimi dieci anni con la sorella Mariù, per essere trasportato a Bologna in treno, in un vagone speciale. Prima di separarsi definitivamente da quel luogo, così importante nella sua vita e nella sua poesia, Pascoli, secondo la testimonianza del medico che lo accompagnava, il professor Bianchini, “rivolse uno sguardo alla sua casa, e guardò la veranda vestita di edera”. Come scrive Augusto Vicinelli, “avrà ripensato ai momenti sereni della sua vita lassù, fra i canti degli uccelli e il suono delle campane… Ma bisognava partire. Invece che alla stazione di Fornaci (sulla linea Lucca-Bologna) si scese alla più vicina, piccola, detta del Salice… Ivi il treno era pronto. Ancora una volta, l’ultima, “si fermò”; ancora una volta “con uno sguardo lungo, profondo… abbracciò tutto quello che era intorno: le case di Barga e di Castelvecchio, il bel San Niccolò, e tutte le cose a Lui famigliari … Poi salì sul treno con Maria e i due medici […] Verso le 18 si arrivò a Bologna (erano alla stazione alcune delle autorità bolognesi, lo Zanichelli, studenti…) e poi la casa di via dell’Osservanza” (in M. Pascoli, Lungo la vita di G. P., 1961).

Ma che cosa aveva rappresentato per Pascoli la casa di Castelvecchio? E quale ruolo aveva avuto Barga nella sua poesia? Nel momento del distacco, avrà ripetuto dentro di sé i primi versi de L’ora di Barga?

Al mio cantuccio donde non sento
se non le reste brusir del grano.
il suon dell’ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade
come una voce che persuade.

O avrà ripensato ai versi finali di quel canto?

E suona ancora l’ora, e mi squilla
due volte un grido quasi di cruccio,
e poi, tornata blanda e tranquilla,
mi persuade nel mio cantuccio:
è tardi! è l’ora! Sì: ritorniamo
dove son quelli ch’amano ed amo.

Sì, forse Pascoli avrà sognato ancora una volta, l’ultima, di ritornare a casa, per ritrovare le figure amate da cui è abitata tutta la sua poesia. La casa di Castelvecchio domina la scena, nella sua placida bellezza. Ma altre case si saranno affollate nella mente del poeta nei giorni del distacco definitivo dalla vita. Così come si erano stipate nei suoi versi. Penso alla casa-nido dell’infanzia a San Mauro, dove era nato, quarto di dieci figli. Il suo ricordo si è fissato, incancellabile, in Casa mia, assieme a quello della madre: «Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! / Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore! // M’era la casa avanti, /tacita al vespro puro, / tutta fiorita al muro / di rose rampicanti».

La stessa casa compare in Sogno: «Per un attimo fui nel mio villaggio, / nella mia casa. Nulla era mutato. / Stanco tornavo, come da un viaggio; / stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato… ». Sì, perché questo grande poeta visionario sa evocare nei suoi “sogni” luoghi, persone, stati d’animo (“Sentivo una gran gioia, una gran pena; / una dolcezza ed un’angoscia muta”) .

O forse nel momento del distacco definitivo da Barga e dalla vita, Pascoli avrà rivissuto l’incubo evocato in quella grande poesia un po’ simbolista e un po’ espressionista che è Il lampo, tanto simile a La tempesta di Munch: una casa bianca in una notte nera, che appare e scompare di colpo, così come era scomparso il padre del poeta, ucciso il 10 agosto 1867 lungo la strada che stava percorrendo per tornare dal mercato di Cesena a San Mauro: “E cielo e terra si mostrò qual era: // la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto: / bianca bianca nel tacito tumulto / una casa apparì sparì d’un tratto; / come un occhio, che, largo, esterrefatto, / s’aprì si chiuse, nella notte nera”.

Pascoli era stato anche poeta finissimo e originale in latino, autore di poemetti meravigliosi, i Carmina, e mentre era a Bologna, l’11 marzo un telegramma da Amsterdam gli annunciò che aveva vinto ancora una volta, la tredicesima, la medaglia d’oro per il poemetto Thallusa. Ma era tardi, troppo tardi.

Il 3 aprile il poeta di San Mauro fa testamento e lascia sua erede universale la sorella Mariù. Muore a Bologna il 6 aprile alle tre del pomeriggio, dopo trentasei ore di agonia. «È il sabato santo: sabato, il giorno della fucilata» (Garboli 2002). Il giorno dell’assassinio del padre.

A Bologna Pascoli aveva insegnato letteratura italiana all’università, succedendo a Carducci. Ma la strada verso quell’approdo era stata lunghissima. Se nelle ultime ore di vita avrà ripercorso il suo cammino di professore, forse avrà rivisto il liceo Duni di Matera dove era arrivato il 7 ottobre 1882: “all’una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli” (in M. Pascoli 1961). Scrive Giuseppe Lipparini che “pioveva a dirotto, ed egli e un suo compagno di viaggio dovettero passare la notte sotto un voltoncino fra due case, seduti sulle valigie” (Lipparini, Duni 1965). Vita faticosa quella del giovane professore di prima nomina, con uno stipendio di “lire 1728 annue”, e con la sola compagnia delle proprie angosce in quella città così estranea al suo mondo. L’anno successivo scriverà a Carducci lamentando l’ignoranza di studenti e insegnanti: “Non c’è un libro qua: da vent’anni che c’è un liceo a Matera, nessuno n’è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d’un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa…”. Tuttavia, di questa città chiusa in un suo impenetrabile non tempo di povertà, il non tempo dei “Sassi”, Pascoli conserverà sempre un bel ricordo: “Sì, delle città dove sono stato, Matera è quella che mi sorride di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia e di malinconia” (lettera a Vincenzo di Paola, 25 giugno 1911, in Garboli 2002). Corre da Matera a Bologna il percorso, non lungo ma drammaticamente difficile, di un’esistenza tutta spesa nell’insegnamento e… nel culto della poesia.

Il 9 aprile di quel 1912 era lunghissimo il corteo di giovani che si snodò lungo le vie di Bologna, per dare l’ultimo saluto al professore e al poeta. Poi la sorella volle portarlo a Castelvecchio, dove il 6 ottobre, dopo una solenne commemorazione a teatro, trovò finalmente la pace nella cappellina di Castelvecchio.

C’è una poesia, l’ultima di Myricae (terza edizione), che racconta un sogno ricorrente. Quello dell’annullamento di sé, del proprio io, in uno stato di inerzia assoluta. Tutt’intorno solo il silenzio, rotto da un fruscio misterioso. Il rumore della vita, “un immoto fragor di carriaggi”, è cessato. Rimane quel fruscio, “quasi di cipressi”, “quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano”. Tutto finito? Paure, angosce, lutti, incubi? Il poeta è rimasto solo, libero, proiettato verso quel “vano sussurrare”. L’indeterminatezza della visione esprime forse l’indicibilità della vita con il suo mistero: corsa di un fiume verso il mare/morte dove ogni voce, ogni sussurro si dilegua. La dissolvenza finale accentua la suggestione evocativa della lirica, una delle prove più alte del simbolismo pascoliano o, per dir meglio, del simbolismo europeo. Mi piace immaginare che prima di lasciare questa terra, Pascoli abbia riascoltato dentro di sé questo miracoloso Ultimo sogno:

Da un immoto fragor di carrïaggi
ferrei, moventi verso l’infinito
tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi…
un silenzio improvviso. Ero guarito.

Era spirato il nembo del mio male
in un alito. Un muovere di ciglia;
e vidi la mia madre al capezzale:
io la guardava senza meraviglia.

Libero!… inerte sì, forse, quand’io
le mani al petto sciogliere volessi:
ma non volevo. Udivasi un fruscìo
sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d’un fiume che cercasse il mare
inesistente, in un immenso piano:
io ne seguiva il vano sussurrare,
sempre lo stesso, sempre più lontano.

 

Anna De Simone

02-10-2012