Papez, di Claudio Pagelli


Dalla Prefazione di Andrea Tarabbia alla raccolta poetica ed alcuni testi

“(…) Ci sono dei momenti, in Papez, di una bellezza folgorante. Non mi riferisco ai passi – che pure ci sono – dove la poesia scova nelle pagine più lontane del dizionario delle parole ricercate e le fa rifiorire, e nemmeno alle occasioni in cui la mano di Claudio mostra di essere capace di virtuosismi; mi riferisco ad alcune intuizioni di straordinaria potenza narrativa – sì, narrativa: ho letto due, tre volte i primi quattro versi de Il visionario, per esempio, prima di riuscire a staccarmi dall’immagine di quelle unghie sulle corde di una chitarra e portare a termine la lettura della poesia; allo stesso modo, «la fame più grande» che chiude Tempi moderni, o il cuore appena sfiorato ne Il pugile, o quell’incredibile «Invece» che apre La mosca bianca sono frammenti di grande poesia. Immaginate di iniziare dei versi, o una storia, con un «invece», immaginate di andare avanti a raccontare, come Claudio fa, senza dire mai chiaramente che cosa precede quell’«invece»: ecco, con una parola avete creato due mondi.
Che si possa fare una narrazione attraverso i versi non è una cosa nuova nel mondo della poesia: da migliaia di anni, attraverso i versi, le persone raccontano storie o le ascoltano. Componimenti come quelli di Papez, che pure non sono poveri né di immagini né di ricerca formale, si inseriscono in questo solco e, pur non abbandonando il lirismo, ci dicono che con i versi si può non solo cantare il mondo, ma anche raccontarlo; si possono immaginare poesie-dialogo, e far sì che il lettore si immedesimi in un occhio che osserva una scena o in un orecchio che ascolta il racconto di un avvenimento dalle parole di chi l’ha vissuto.
Buona parte di questi componimenti ha per protagonista un «io» che si rivolge a un «tu»: il poeta si siede di fronte a noi al tavolo di un bar e comincia a parlare, rievocando episodi della sua vita (o della vita di qualcun altro, non è importante) o raccontando storie. Ne viene il garbato ritratto di esistenze normali, che proprio per la loro normalità sono universali.
Prendete la seconda sezione, Tempi moderni: c’è il mondo del lavoro descritto per come è, con le sue vergogne e le sue piccinerie; vi si parla di aumenti di stipendio, di mobili da ufficio, del procurarsi il pane: ma anche in questa rappresentazione della monotonia e la difficoltà del quotidiano ci sono una «faccia dritta come un ago nella luce», un «vampiro introverso», un universo «sbilenco». Ci sono immagini potenti, fulminanti, che dicono più di mille racconti. La poesia ha ragion d’essere se, come la letteratura in generale, non si separa dal mondo ma si pone come una chiave per capire il reale.
Nella poesia intitolata La cena, che chiude l’omonima sezio12 ne, Claudio racconta di una cena in cui si parla di letteratura. I nomi che il suo interlocutore tira fuori sono i soliti: Dante, Montale. All’obiezione del poeta («i soliti noti le solite cose di sempre») l’interlocutore fa il nome di un altro grande, Pasolini, e con ironia sostiene che «la scuola ne ha fatti di passi avanti». Per Claudio, la formazione, l’educazione alla letteratura costituiscono un valore irrinunciabile: si può essere poeti solo se si conosce la poesia; di più: si può essere lettori – di prosa o poesia – se e solo se si ha coscienza del fatto che ciò che ci troviamo sotto gli occhi appartiene a una tradizione e ne è per così dire una declinazione contemporanea.
Non si può scrivere una poesia se non si conosce – e non si ama – il lavoro degli altri, dei vivi e dei morti. La scuola, che è il principale punto di incontro tra le persone, la tradizione e la lingua, dimentica troppo spesso l’esistenza dei vivi, e dunque non educa mai veramente alla poesia. La cena esiste per dirci che non è vero che la letteratura italiana è finita, che non è vero che non si può più scrivere e leggere niente perché tutto è già stato fatto, e che dopo i grandi nomi del nostro Novecento c’è ancora qualcuno che ha delle cose da dire. Le poesie di Papez sono il lavoro di un poeta che si è educato alla lettura e alla ricerca letteraria, e che, attraverso
il proprio talento, è riuscito ad aggiungere la propria voce a quella dei vivi e dei morti".
 
Andrea Tarabbia
 
Claudio Pagelli, Papez, Casa editrice L’arcolaio, di Gian Franco Fabbri, Forlì, 2011
 
 
“tempi moderni”
 
mi bruciano gli occhi ma va bene così
ho tradotto per ore dall’inglese all’italiano
un libretto per bambini - pochi fronzoli, zero sdruccioli -
e quattro soldi tipo rimborso spese
o giù di lì. il fatto è che giù di lì
si cade proprio in bocca ad un niente,
ad un nano-abisso che sadicamente mina l’autostima.
(traduttore o poeta che uno sia
o che pretenda da sé d’essere)
la pelle delle mani tirata e asciutta,
poche briciole di gloria attendono
l’incontro di una fame più grande.
 
 
“la mosca bianca”
 
invece ho questa fobia che qualcuno
m’aggredisca - così, d’improvviso -
con un ferro arrugginito, una specie di rostro
che mi agganci la carne, le guance, l’osso...
o per un calcio distratto ad un cartoccio abbandonato
vedermi saltare il piede tra i fumi di un attentato,
e poi lì sulle stampelle a fumare sigarette
davanti ad un televisore di quelli vecchi, senza sonoro,
e una magra infermiera a metter su garze in tutta fretta,
neanche un paio di belle tette per rifarsi un poco gli occhi -
la cena fredda, una mosca bianca nel piatto.
 
 
“dettagli”
 
vedi, se Ibra non soffrisse
d’ipertrofia agli arti bassi
neanche pregando
avrebbe deviato quel pallone
anticipando d’un soffio il portiere..
è la legge di sempre, lo sai,
sono i dettagli che fregano la specie -
il goal sbagliato di un niente
o la rete che invece si gonfia
in un cascame di luce di gloria...
minuzie, amico, astri che girano distratti
e ci disegnano a terra il profilo del naso,
la pancia del cielo, le gambe del caso...
 
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975.
Autore de "L'incerta specie" (LietoColle, 2005, prefazione di Manrico Murzi), "Le visioni del trifoglio" (Manni, 2007, prefazione di Fabiano Alborghetti),  "Ho mangiato il fiore dei pazzi" (Dialogo, 2008), l'e-book "Buchi Bianchi" (Clepsydra, 2010), "Papez"(L'Arcolaio, 2011, prefazione di Andrea Tarabbia).
Con opere di Emanuele Gregolin, Gianluigi Alberio e Massimo Monteleone pubblica inoltre  alcune plaquettes artistiche (PulcinoElefante, Osnago).
Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale tra cui "Il Fiore", "Antica Badia di San Savino", "Città di Capannori", "De Palchi Raiziss", "Dialogo", "Il Lago Verde", "Tommaso Grossi", "Ugo Foscolo".
Sue poesie compaiono in cataloghi d'arte, riviste di settore e siti a tema.
Dal 2011 propone uno spettacolo teatrale basato sui testi di “Papez”, con i musicisti Luca Foglia e Matteo Goglio, la voce recitante di Simone Giarratana e la regista Chiara Tarabotti.
Dal 2004 presidente dell'Associazione Artistico Culturale Helianto, vive e lavora a Rovello Porro (CO). 
 

 

Il video: