Brevi parole ancora


La presentazione di Paolo Ottaviani del quaderno postumo di Ilde Arcelli

Ecco la presentazione di Paolo Ottaviani del quaderno postumo di Ilde Arcelli "Brevi parole ancora". 

AI MIEI FIGLI

Non morirò del tutto
se in voi vivrà pietà
per le piaghe roventi
dei poveri scordati,
se userete il freddo ambrato
dell'ironia,
se vi accompagnerà la forza
dolorosa
d'esser voi stessi
contro emozioni astratte
e cerebrali.

Una parte di me,
tra finzioni ardite
droga di suoni
e antidoti sbagliati,
frugherà sorniona
nel ciarpame del mondo
con le vostre mani, libere
e scomode, per isolare
la pietra bella
della verità.
(2000)

Ho voluto iniziare la presentazione di questo quaderno postumo di Ilde Arcelli - Brevi parole ancora - con la lettura della poesia che chiude la raccolta perché credo fermamente che le vibranti parole che in essa si leggono siano fortemente rappresentative di molte delle tematiche, dei problemi, degli interrogativi che assillavano l’animo della poetessa e delle risposte o dei tentativi di risposta, spesso assai originali, che lei stessa proponeva. Chi pratica la poesia, sia attraverso la sua lettura sia ricercandola nella scrittura, sa perfettamente che si può rimanere irretiti da quella “droga di suoni”, da quelle “finzioni ardite” e da quegli “antidoti sbagliati”, per usare le stesse graffianti metafore presenti nella lirica d’apertura, di cui la stessa poesia talvolta si nutre. Ma la ricerca poetica di Ilde Arcelli non si è mai fermata sulla bellezza, sull’ornamento della parola: ha voluto invece frugare - e uso ancora le sue parole - “sorniona nel ciarpame del modo”. Il prefatore della prima raccolta pubblicata da Ilde Arcelli nel lontano 1983 - quella raccolta andava sotto l’emblematico titolo di Perplessità - aveva già colto questa sua tensione morale che viene molto prima e che anzi fonda la ricerca estetica della parola bella e aveva parlato, a proposito di questa poetica, di “brividi che attraversano l’anima per il dolore del mondo”. E in questo quaderno postumo, quasi disegnando un arco ideale di coerenza con quel tanto di buono e di bello che può essere espresso dalla poesia, Ilde Arcelli ci ricorda che la lotta per arginare il male ha bisogno di mani “libere e scomode”. Per queste ragioni credo che la poesia dedicata ai propri figli, pur partendo da un nucleo di affetti intimo, privato, familiare, si trasformi invece in una sorta di testamento spirituale offerto a tutti. E, certo, la ricerca inesausta della “pietra bella della verità” resta l’eredità più preziosa di questo poetare.
Ma prima di entrare brevemente dentro la casa poetica di Ilde Arcelli io desidero, credo anche a nome degli amici che mi hanno accompagnato in questo viaggio, ringraziare l’Associazione culturale “La Luna” che così generosamente ci ospita e vorrei anche esprimere un mio sentimento di gratitudine del tutto speciale a Eugenio De Signoribus che è stato molto più che il “Direttore Editoriale” di questo quaderno: ne è stato l’amorevole ispiratore e il sapiente consigliere nella difficile scelta dei testi, e vorrei ancora ringraziare pubblicamente il dr. Mario Arcelli, il marito della poetessa, che non solo mi ha concesso il permesso, con tanta signorile benevolenza, di accedere al materiale inedito della consorte ma è stato un aiuto sicuro nel mio lavoro di archiviazione e in quello, ancor più difficile, di datazione delle varie poesie. La mia gratitudine è davvero grande perché attraverso questo lavoro di curatela ho potuto conoscere quegli aspetti intimi, in qualche modo segreti, del fare poesia, di quel colloquio, talvolta persino di quella lotta che si accende tra il poeta e la propria opera, e di cui resta traccia nelle carte autografe o dattiloscritte: segni, interpunzioni, note a margine che continuano a testimoniare l’assillo continuo di un’anima in perenne tensione, con quella concentrazione quasi ossessiva sulla parola che forse distingue il poeta vero da un poeta possibile. E ho scoperto così come la passione di Ilde Arcelli per il poetare avesse radici lontanissime nella sua gioventù, radici che aveva tenuto nascoste, vorrei dire pudicamente nascoste, se è vero che la sua prima raccolta sarà pubblicata in piena maturità, a 48 anni, e come al centro di questa passione ci fosse un amore incondizionato per quel paesaggio umbro, così mite e schivo, eppure così intimamente gioioso. I fantasmi numinosi che animano i luoghi sono penetrati anche dentro i versi della sua poesia. Credo che Ilde Arcelli non abbia dimenticato mai nello scrivere i suoi versi che la sua terra, la terra di Francesco e di Jacopone, è anche la terra che ha dato i natali alla lingua e alla poesia italiana, - in Umbria lingua e poesia nascono insieme, un miracolo da non dimenticare mai! - ancor prima di quella che poi sarebbe stata la rivoluzione dantesca. E allora non può essere solo un caso che questo quaderno si apra con una poesia giovanile, ovviamente inedita come tutte le altre, - quando la scrisse, nel 1954, la poetessa aveva appena 19 anni – che è un tenerissimo canto d’amore per la terra natia. Un amore che certo cambierà forma e sostanza nel corso del tempo attraverso una sempre più acuta, dolorosa consapevolezza del male insito nella natura e forse nello stesso paesaggio. Quella terra che dispensava gioia a un animo fanciullo diventerà infatti “la terra muta” della maturità umana e artistica. Leggerò due poesie che testimoniano di questa trasformazione:

UMBRIA
E' bello
ascoltare al mattino
il tuo cuore - umido
di verde
nella bruma chiara
della prima vita:
e quando il tuo canto
non è più il silenzio
ti lascio.
A sera ritorno - fedele
a prenderti l'ultimo raggio.
Parliamo - non senti?
Son poche parole fanciulle
- mi scavano dentro
la gioia.
E' scuro - non vedi?
Riposa
(1954)
E dopo oltre un trentennio:
LA TERRA MUTA
All'ombra delle croci posano i merli,
il becco giallo schiocca sulla larva
intravista sull'erba
poi se ne vanno col vento della sera
che più densa rende l'attesa.

Tenuti dalla terra,
v'amò un tempo la vita, ma non si muta
il corso delle umane cose
né per noi s'apre il cielo alla domanda
che certezze chiede. E voi tacete.

Un silenzio di lumi e di cipressi
fascia stasera la malinconia
mentre l'anima impigliata al becco giallo
va raminga tra gli uomini implorando:

lei solo conosce
la dolcezza terribile d'esser viva
sulla sua terra muta.
(1985)

La “dolcezza terribile d’esser viva”. E’ l’anima della poetessa che sperimenta questa ambigua, ineffabile emozione. Ed è qui, credo, che si innesta l’altro tema che ritroviamo costante nella poesia di Ilde Arcelli, quello di una dubitativa, enigmatica trascendenza. Questo quaderno, seppur in modo estremamente sintetico, documenta tuttavia un percorso intellettuale di ben cinque decenni, quelli della seconda metà del Novecento. In questo arco di tempo anche il rapporto della poetessa con il trascendente e con l’assoluto si trasforma radicalmente passando dall’anelito a un “fuoco finale” di purificazione, alla “certezza d’un Dio” fino all’interrogazione sul “nulla del pensiero”. E voglio ricordare come Luciano Erba aveva sottolineato nella sua nota introduttiva all’ultima raccolta dell’Arcelli come il suo poetare si muovesse costantemente “nei territori di caccia dell’assoluto”, una ricerca che certo ha raggiunto un equilibrio artistico molto alto: lo aveva già testimoniato quell’esclamazione di Mario Luzi in una sua lettera all’Arcelli: “Ma che animazione, che levità e intensità di movimenti all’interno, che bella e toccante, vibrante oscillazione tra pensiero pensato e pensiero vissuto…”. E lo provano ancora le tre poesie che seguono:

PURIFICAZIONE

Esuli andiamo
vestiti di giada
per tacite strade
col cuore ferito
dai mille perché:
c'è un'eterna ricerca
che guida,
un'infinita pace
che chiama,
uno scarno fiato
che porta
come paglia lieve
al fuoco finale
della purificazione.

Di noi
lì rimarrà soltanto
la viltà o il coraggio.
(1984)


IL GUERRIERO

Il muro del futuro per me cela un guerriero
che non teme d'andare: in ostaggio porta
la certezza d'un Dio che dall'eterno
ama ogni suo ciottolo perduto nel vuoto
inconoscibile. Verrà l'istante
di varcare il muro e finalmente
sarà per lui il primo giorno vero,
puro di libertà sempre cercata.

Conquisterà il suo nido caldo
di silenzi fatto e vergine d'impronta.
(1985)

POETI

Forzare il mistero delle fuggenti cose
fermi come fiamma fioca
in notte senza vento, certi
della paziente cera e farsi
impercettibile faro di ricerca
per dare occhi all'uomo d'ogni tempo:
è questo forse presumere di sé?

Brevi parole ancora e poi
un silenzio siderale violenterà beffardo
queste quiete voci vaganti nel buio
dell'eterno, da sempre destinate
a rinascere dalle ceneri loro.
Oppure è preferibile il nulla del pensiero
succhiato delle fredde stelle del duemila?

Ora alti sui deserti stiamo
tra fulgori e dirupi solitari,
aquile erranti dal destino segnato.

(1985)

Un’ultima notazione, e non certo per ordine di importanza. Impreziosisce questo quaderno la splendida opera d’arte “Per le antiche strade” di David Giovannini, di cui ha già finemente parlato il critico d’arte Bruno Ceci. Io posso solo aggiungere che Ilde Arcelli amava quei vicoli bui e quelle antiche atmosfere. Si realizza così, un po’ inconsapevole, un po’ voluto dal destino, un felice connubio tra arti diverse ma in qualche modo sorelle. Città vecchia può essere anche letta come l’omaggio poetico di Ilde Arcelli all’arte grafica di David Giovannini:

CITTA' VECCHIA

Suono di organetto
vestito a festa - in un vicolo
breve: la voce più lieta
della miseria. Lampade
scarse e panni bagnati
aspettano il sole -
ho sentito l'odore del muschio
e l'ombra
e l'anonima voce
e il riso
dell'amore mercenario:
un uscio s’è aperto
- opaco occhio
su pietre di pianto.

(1963)