Un sonetto di Carlo Bardella che sembra scritto oggi


SÓbbito senza sole!, poesia per tempi di crisi mondiale

Questo sonetto sembra scritto oggi; parla, come solo i poeti sanno fare, della crisi economica e dei profondi guasti che la stessa produce nelle famiglie, soprattutto in quelle in cui il capofamiglia ha perso il lavoro, oppure la casa ed il lavoro contemporaneamente, come purtroppo sempre più spesso accade a tantissime famiglie italiane.

Nella piena indifferenza di quelli che hanno la trippa piena (top manager, grandi economisti, banchieri, finanzieri, politici di alto bordo, ricchi, insomma, di svariate categorie professionali), che quindi non riescono a capire le buone ragioni di chi è digiuno.

Ecco il sonetto.

Sàbbito senza sole!

È sàbbito! ’Gni sàbbito che passa
me fa penzà’ ar proverbio… Ch’eresia!
Nun manca er Sole a un padre de famîa
che ar sàbbito ha da di’: l’ho fatta bassa?

Cammino, cerco, chiedo: “No”. “Ripassa”.
“Forse”. “Nun dò nessuna garanzia”.
Io, se nun fosse ’na vijaccheria,
sbrojerebbe pe’ sempre la matassa.

Crédeme, me ce sento schioppà’ er côre:
sentì’ ’na forza da potecce sfragne
una montagna, e nun trovà’ lavore!

E quanno er pupo ha fame e ce lo dice
Tèta riggira er viso e sbòtta a piagne…
Cristo, che Croce!, che campà’ infelice!

Questo splendido sonetto è del 1933. L’autore è Carlo Bardella (1903-1981); il sonetto è tratto dalla raccolta “Centenario” a lui dedicata dal figlio Massimo (anche lui valente poeta). La famigerata crisi del ’29 arrivò in Italia nel 1932 e Mussolini cercò di diluirla con le imprese sportive, il cinema e la neonata radio.

“Il sonetto – precisa Massimo Bardella nella lettera di accompagnamento alla segnalazione – è sicuramente autobiografico, ma papà con me ne fu sempre sfuggente, vago, perché, pur estremamente estroverso, era schivo di certe intimità dolorose. Papà fu a lungo disoccupato anche perché non aveva mai voluto iscriversi al Partito fascista, cosa quasi indispensabile per trovare lavoro (se ce n’era). Quindi, sono passati ottanta anni e questo sonetto sembra scritto adesso. E sarebbe interessante per il Centro di documentazione “Vincenzo Scarpellino” fare una ricerca, con un saggio sulla poesia dialettale da 1930 al 1935, anche se la crisi durò più a lungo. Quel 1933 fu un anno stranamente ricco di eventi: l’Anno Santo, il volo transoceanico di Italo Balbo, la conquista del nastro Azzurro da parte del Rex, la nascita dell’I. R. I. e l’avvento di Hitler al potere. Le poesie di papà dormirono per molto tempo, perché aveva cose più gravi da pensare. Nel 1943/1944 fu uno dei capi della Resistenza romana nelle file clandestine del Partito socialista. Con la pace esplose la sua sopita ispirazione poetica e molto frequenti le sue notti di poesia, vino e cazzotti, anticipando di molto la Dolce Vita.”