Sulla poesia veneta di Renzo Favaron


di Lorenzo Gobbi

[VENETO} Della sua produzione poetica in lingua veneta, Renzo Favaron aveva dato alle stampe poche raccolte, sottili e non semprefacili da reperire (ora riunite qui in una compatta e, beckttianamente, vibrante Trilogia). Favaron, però, è poeta perfettamente
bilingue: le sue poesie italiane, sono uscite per la prima volta presso il Centro Internazionale della Grafica di Venezia, nel 1989 (Voci d’interludio); a seguire, hanno visto la luce Di un tramonto a occidente, Lietocolle, 2006 e Al limite del paese fertile, Book Editore, Bologna 2007.

La sua produzione italiana richiederebbe un discorso a parte, che ne mettesse in luce il rapporto delicato e complesso, di reciprocità e identità dialogica, con la produzione in “lingua veneta” (nel caso di Favaron è senz’altro opportuno dire così, pur senza nulla concedere ai particolarismi linguistici); ma credo che sia bene rimandarlo a quando sarà disponibile una nuova raccolta che la presenti organicamente al pubblico. Si tratta, comunque, di una marginalità non esibita, reale e perfettamente accettata: da un lato, infatti, il poeta ha scelto fino ad ora un’editoria “periferica” estremamente selezionata (una recente uscita di prestigio è stata presso Pulcinoelefante, Istà, con un disegno di Giancarlo Consonni); dall’altro, impiega un veneziano con coloritura occidentale, e in modo particolarissimo.

Il veneto è per Favaron respiro e sussurro / cofà de fontana che se suga (respiro e sussurro come di fontana che si asciuga) – per la quale mancano fradei d’acento, conpagni materni (1). La sua poesia, dunque, è frutto di isolamento; è colloquio con i morti, cioè con le presenze, e osservazione attenta e attònita dei vivi, presenze o conparse che siano; è attraversata da una perplessità diffusa sul
fatto di esistere, un problema che potremmo definire “cognitivo” – o meglio: “gnoseologico” – e che è al centro di Presenze e conparse, mentre resta sullo sfondo di Testamento (Favaron è psicologo di professione, e uomo di vaste e profonde letture filosofiche); animata da una richiesta forte nei confronti degli interlocutori, contiene un’esigenza in cui si radicano le poesie “teatrali” che troviamo qua e là nelle due raccolte, e significativamente nella suite ’L magnafogo di Presenze e conparse.

Più volte, Favaron afferma un non-sentire, che sorge da un dato oggettivo: si tratta della constatazione di una difficoltà percettivo/cognitiva, che prescinde dalla volontà e dall’intenzione, e che diventa a propria volta dubbio gnoseologico sull’esistenza
di ciò che dovrebbe essere percepito – o sulla sussistenza dell’io che dovrebbe percepire: Sento tuto che tase, / che se sfalda e se ’lontana: / vosi care, robe care, / ’desso e me fa star male / parché no’ sento gnente…; Xe finìo tuto, anca de provar / calcossa: me ’scolto tanto spesso/ sensa sentir che esisto, cussì / da no’ parerme vero de essar al mondo (2).

A monte di ogni constatazione c’è il dubbio: senbra è voce verbale ricorrente, assieme a par e a me par – è un tratto di “umiltà percettiva” che relativizza i giudizi, si riverbera sul senso stesso del fare poesia e dà sostanza alla “marginalità” naturale di Favaron (che impiega per lo più i verbi all’indicativo, qualche volta al condizionale, quasi mai al congiuntivo, e non senza significato). Il dubbio investe la presenza stessa del poeta, prima che la correttezza della sua percezione e la conseguente veridicità dell’interpretazione cognitiva: la percezione potrebbe essere sbagliata o illusoria, perché il poeta è – o meglio: si sente – stranìo, “estraneo”: Par cue’o che vorìa essare e no’ so’, / par cue’o che so’ e no’ vorìa essare, / stranìo me sento – sóto ’na luse ciara – / come de star cuà ma no’ fin in fondo. Eppure, c’è qualcosa che dà valore al vivere, e a maggior ragione al vissuto dell’estraneità, ed è ciò che dona alla poesia non tanto una funzione, quanto piuttosto un luogo per esistere – così prosegue Favaron, nella stessa breve lirica: No ’xe da poco, se sa, darse senpre on viso / pa’ sentir ’l peso de ’na roba voda,/ ma cuel che inporta pì de ’sto vivare / xe sentirse ciari sóto cue’a luse (3). Non si tratta solo di essere, ma di sentire che si è in una zona chiara del mondo, sotto una luce chiara che sussiste di per sé –anche l’immagine basta a se stessa: il lettore può riempirla dei propri contenuti. La poesia si inserisce qui, nel problema dell’identità, da cui dipendono la percezione e l’interpretazione gnoseologica: si tratta di darse sempre on viso / pa’ sentir.

Per questo, forse, il colloquio con i morti: sottratti in pari misura all’essere e al sentire, essi sono fuori dalla portata della percezione in quanto ne sono a propria volta privi. Per ritrovarli, per trattenerli, la mente deve agire cognitivamente: deve ordinare l’esistente e organizzarne la percezione sulla base della propria volontà di trattenere/ritrovare ciò che non è più – Su tute le face nove che la incontra, / la ghe fraca de sora le vece / inpronte e pa’ ognuna la ghe trova / la mascara che se adata de pi’ (4). Si tratta di uno stratagemma congnitivo per l’immortalità, per la permanenza. Ai morti è chiesto di insegnare modi di esistere – di donare, cioè, identità: sono invocati come nuclei accentratori di percezione, come particolari punti di vista sul mondo che il poeta vorrebbe o dovrebbe fare propri. Così è, ad esempio, del defunto Egidio: Fusse mi cofà ti, / cuà, ’desso, n’altro passando / anca par mato. /Sarìa pì fasie, se no ghe fusse chéa piera, / de meso ’l tempo morto / cofà on impedimento,/ sarìa lo stesso sensa essarlo (5).

Così, allo stesso modo, della defunta Apollonia: Apollonia, Apollonia, Apollonia, / el nome dovarìa bastar… / da solo esso vale cuanto / no’ sa gnessuna parola (6) – perché, forse, la concretezza della vita è già minacciata dalle incertezze tanto della percezione quanto dell’elaborazione cognitiva, e l’elaborazione espressiva potrebbe annientarla; il dialetto, invece, consustanziale al mondo di Apollonia e di Egidio, non esprime in senso proprio, ma amplifica, ascolta, fa risuonare, lascia esprimersi autonomamente ciò che non è più – e dunque non rischia di tradire né nell’atto di elaborare né nell’atto di esprimere, perché è parte del mondo perduto.

Da ciò, l’essenzialità del dettato di Favaron, la sua tendenza alla paratassi, l’impiego diffuso della similitudine contro la quasi totale assenza della metafora, la presenza di verbi di sembrare, credere e dubitare in posizioni significative; l’utilizzo controllatissimo delle figure di suono, l’assenza della rima, la preferenza per il settenario e il novenario e la pressoché totale assenza di ottonari; il lessico preciso, tendenzialmente medio, più sottotono se necessario, mai arcaico, mai popolareggiante e altrettanto lontano da qualsiasi registro iperletterario; il rifiuto netto di patine folkloristiche o popolaresche. Il veneziano di Favaron è lingua distillata, duttile, e perfettamente radicata nel territorio – con lo straniamento che la coloritura tipica dell’ovest può provocare nel lettore attento, come a offrire un corrispettivo linguistico alla spesso affermata sensazione di estraneità. Si tratta di una lingua capace di accogliere e mediare echi e spunti alti e preziosi, per lo più dalla letteratura tedesca, rielaborandoli in profondità: Kafka, Benn, Trakl, Larkin, Rilke, Celan, Hölderlin – più Celan che Rilke, per la verità, e più Benn che Hölderlin. Un testo di Presenze e conparse, ad esempio, sembra come prolungare un celebre frammento di Kafka, Nachts (di notte) (7); mentre una lirica di Testamento sembra riprendere e fare propri gli inviti che Gottfried Benn pose a sigillo di Aprèslude, la sua ultima raccolta poetica: No’ digo poco, ma fa che la vita / no’ se fassa mai lisiera… / Cuesto inpara: tiente da conto / e insisti, ora co’ zogia / e ora sensa vela de fortuna, no’ secar el to cuor a cue’o / che no’ te gh’è el coragio de ciamar… / fa che la vita no’ se fassa / mai lisiera, cofà in istà/ on vestito de lin, che, / ’na òlta tolto da indosso, / vodo el xe in tuto de ti (8).

Favaron assume come propria la preoccupazione di Benn: riempire la vita, occupare il presente, dilatarsi, cogliere in pienezza la realtà presente, che è unica, potenziando la percezione/cognizione. Nello stesso senso leggerei un altro testo di Testamento, che ha qualche affinità sia con Il gallo cedrone di Montale sia con alcuni versi di Bonnefoy e che mi sembra opportuno riportare, come il precedente, per intero: Ghe xe giorni, cô el sienzio/ xe squasi insoportabie, che sento / (credo / forse de ’scoltar, cissà) / on crac del bosco, on crac / cofà de on corpo che smesa d’i rami. / vien squasi voia de rinpiansere el sienzio / pa’ cuanto longo, orbo e lento / pare / el so’ piroare, tanto pì / che no’ lo ferma mai / o tronca anca pa’ on fià / on cualche sigo. // E forse so mi cue’o che va zó, / casca, cue’o che come ciamando/ siga drento de élo e anca / on fià fora, par sbajo / forse ciapà drento la vita senza nassare e morire (9). Percezione, identificazione e dubbio su di sé si saldano in un unico atteggiamento: la problematica dell’identità (e delle sue conseguenze: percezione, cognizione ed espressione) mostra i propri risvolti etici, e ne dichiara tutta l’importanza.

In Presenze e conparse l’apostrofe è rivolta ai morti, e mai al lettore. La prima persona è presenza costante, ma Favaron limita a se stesso le constatazioni negative, i dubbi e le esortazioni, e perciò il lettore la accetta con facilità; eppure, l’esigenza c’è, ma come sottaciuta o attenuata dalla cortesia di non esplicitarla mai. Il poeta sembra parlare tra sé e sé, come incurante di un pubblico ristretto e casuale che lo ascolta – come senza volerlo direttamente coinvolgere in ciò che egli va dicendo. così è del magnafogo, il mangiafuoco del teatro popolare di strada, presenza tipica nelle fiere e nelle osterie di paese (e nella ripresa “colta”di tale mondo, cioè nel Pinocchio di Collodi), che è protagonista di una suite posta al centro di Presenze e conparse: le poesie sono messe in bocca a questo personaggio, quasi che il poeta ne udisse il soliloquio davanti a un bicchiere vuoto, in osteria, la sera, o davanti a un capannello vario e casuale di passanti, finito lo spettacolo, mentre il magnafogo riordina le proprie cose e si prepara al congedo.

Le liriche che seguono, sotto il titolo di Conparse, rievocano in parte il circo, con alcuni elementi tipici dello spettacolo itinerante: domatori, maghi, nani, giocolieri, clown – le cui riflessioni e parole possono anche essere sottovalutate o addirittura disprezzate da chi le ascolti: non hanno autorità per chiedere attenzione, meno che mai per chiedere ubbidienza. Al contrario, già il titolo della seconda raccolta, Testamento, ci avverte che ci sarà rivolto l’appello di una volontà che esige di essere eseguita: un testamento, infatti, non è solo un messaggio o una testimonianza, ma anche e soprattutto un impegno per chi lo riceve. Ancora, in Testamento, troviamo i morti, le comparse in preda alla follia, la scarsità del tempo, la solitudine e l’estraneità tra gli uomini; ma ora il poeta chiede, chiede insistentemente e senza sosta: è maturato un atteggiamento esplicito di richiesta, che si trasforma in vere e proprie invocazioni.

La domanda di senso, ora, è radicale e quasi urlata; il dettato è più teso e forte, più immaginifico, con una forte presenza di Celan: Basta poco e no’ inporta / cue’o che dise le boche / se anca el ricordo xe ormai / ’n’imagine tuta falsa / e la facia no’ la specia / che on al-de-là da i oci geatinosi, / altro no’ séndo che riflesso, / sguardo del gnente, in zó ne la tana / de l’ora che no’ gà pì ’na sorela (10). C’è come un gelo sottile, una sorta di orrore diffuso che esaspera i toni della luce e marca i contorni; la riflessione si fa cruda, mentre si allungano le dimensioni delle frasi, unite nelle loro parti da nessi di consequenzialità o dalla semplice giustapposizione, come nell’approfondirsi di un’analisi o nell’ampliarsi di una descrizione. Da tanta durezza, però, nascono liriche struggenti: ’N’acua de sogno xe corsa / par gnente. / ’Ndove li toremo, ’desso / che xe inverno, / i fruti de l’istà? / persa la ciave de la cità, / semo deventà veci d’un trato. // E ’desso gnente pì resta, / a parte ’sto silensio / che te dago ’ncora co’ le parole./ Altro no’ se concilia: i fruti in istà / i ritornarà, ma ogni ùn / a l’altro’l mancarà (11). La concessione alla dolcezza è misurata, accorta, trattenuta per una preoccupazione di verità – e la verità, ci insegna Christian Bobin, è il contrario della consolazione. Emerge nettamente, in Testamento, anche una dimensione etica molto concreta del dire poetico: del male – afferma Favaron – se deve diremale (12).

Nella lirica eponima di Testamento, la lingua (il veneziano dell’ovest e tutto ciò che porta con sé, unico superstite di un mondo) è vista come un pesce boccheggiante, morente – la lingua che sola è indispensabile alla vita. La decisione del poeta è presa: Ben, a gò deciso che no’ la morirà, / che la morirà cô sarò sóto tera.
/ […] / parché no semo fati solo de ore, / ma anca de sangue, de vento, / de ’sta lengua che te me senti / senpre manco ’doparar (13). Al lettore è chiesto forse di permettere che ciò accada condividendo la dimensione etica che è connaturata alla lingua, così come Favaron la vive e la presenta.

Lascerei aperto il discorso su In cualche preghiera: tutti i temi di Favaron vi si approfondiscono all’insegna dell’essenzialità, e la voce, incredibilmente, si fa ancora più piena e intensa mentre più si avvicina al sussurro. Non c’è finzione, alla presenza della morte: la dimensione etica si fa assoluta. Ascoltare la poesia di Favaron significa, sempre di più, rinnovare se stessi.

NOTE
1) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 30, vv. 6- 13: “’desso, ’vendo vivesto squasi / in-te on esilio, me manca fradei / d’acento, compagni materni / da ciamar col sòno in-te ’l pèto. / Ansi, deventa scura la vose / ’traverso i fiachi vocaboli / in dialetto, respiro e sussurro / cofà de fontana che se suga”. (“Adesso, avendo vissuto quasi esiliato, mi mancano fratelli d’accento, compagni materni da chiamare con il sonno nel petto. anzi, diventa cupa la voce attraverso i fiacchi vocaboli in dialetto, respiro e sussurro come di fontana che si asciuga”). Le traduzioni riportate nelle note sono di Renzo Favaron.
2) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 33, vv. 3-7: “Sento tutto che tace, si sfalda e si allontana: voci care, care cose, adesso mi fanno star male perché non sento niente”; p.
35, vv. 6-9: “E' finito tutto, anche di provare qualcosa: mi ascolto così spesso senza sentire che esisto, al punto da non sembrarmi vero di essere al mondo”.
3) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 17: “Per quello che vorrei essere e non sono, per quello che sono e non vorrei essere, estraneo mi sento – sotto una luce chiara – come di star qui ma non fino in fondo. non è da poco, si sa, darsi sempre un viso per sentire il peso di una cosa vuota, ma quello che importa più di questo vivere è sentirsi chiari sotto quella luce”.
4) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 36, vv. 7-10: “Su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che si adatta di più”.
5) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 13, vv. 15-21: “Fossi io come te, qui, ora, un altro che passa anche per matto. Sarebbe più facile, se non ci fosse quella pietra, di mezzo il tempo morto come un impedimento, sarei lo stesso senza esserlo”.
6) R. Favaron, Presenze e conparse, p. 16, vv. 4-7: “Apollonia, Apollonia, Apollonia, il nome dovrebbe bastare… da solo esso vale quanto nessuna parola sa dire”.
7) Mi riferisco a R. Favaron, Presenze e conparse, p. 67.
8) R. Favaron, Testamento, p. 81: “Non dico poco, ma fa’ che la vita non si faccia mai
leggera… Questo impara: non sciuparti e insisti, ora con gioia e ora senza vela di fortuna, non seccare il tuo cuore a ciò che non hai il coraggio di chiamare… Fa’ che la vita non si faccia mai leggera, come in estate un vestito di lino, che, una volta tolto da indosso, vuoto è in tutto di te”. Il testo di Benn è nel suo vol. Aprèslude, prefazione e traduzione di Ferruccio Masini, Einaudi, Torino 1966ss, p. 62.
9) R. Favaron, Testamento, p. 86: “Ci sono giorni, quando il silenzio è quasi insopportabile, che sento (credo forse di udire, chi sa) un crac del bosco, un crac come di un corpo che spezza dei rami. Viene quasi voglia di rimpiangere il silenzio, per quanto lungo, cieco e lento pare il suo cascare, tanto più che non lo fermai mai o tronca per un po’ un qualche grido. E forse sono io quello che va giù, cade, quello che come chiamando grida dentro di lui e anche un po’ fuori, per sbaglio preso dentro la vita senza nascere e morire”.
10) R. Favaron, Testamento, p. 69: “Basta poco e non importa ciò che le bocche dicono se il ricordo stesso è ormai un’immagine completamente falsa e la faccia non rispecchia che un al di là dagli occhi gelatinosi, non essendo più nient’altro che il riflesso, sguardo del nulla, verso il fondo della tana dell’ora che non ha più sorelle”.
11) R. Favaron, Testamento, p. 85, vv. 9-22: “Corse un’acqua di sogno, inutilmente.
dove li prenderemo, adesso che è inverno, i frutti dell’estate? Perduta la chiave della
città, siamo invecchiati d’un tratto. E ora niente più resta, a parte questo silenzio che ti offro ancora nelle parole. Altro non si concilia: i frutti dell’estate ritorneranno, ma
ognuno all’altro mancherà”.
12) R. Favaron, Testamento, p. 106, v. 7: “Del male si deve dire male”.
13) R. Favaron, Testamento, p. 105, vv. 14-15 e 21-24: “Bene, ho deciso che non morirà, che morirà solo quando sarò di là. […] Perché non siamo fatti solo di ore, ma anche di sangue, di vento, di questa lingua che mi senti sempre meno celebrare.
 

Le poesie di Sulla poesia veneta di Renzo Favaron


Ecetera ecetera

Parché no' te-ssì,

chi xe che sa de ti?

'Na neoda lontana,

la brosema o la pónta

dea matita che intardiga.

Parché te-ssì sta

anca se l'ora no' dura

o no' xe scominsià.

 

Chie xe che sa?

Posti -ma distanti cofà i Poli.

Giorni -ma tuti

no' pì andà che restà.

Siensio,

caro ae paroe.

 

Gnente altro, mare.

La pónta dea matita

intardiga e 'desso xe cofà

se no' se podesse

segnare che on ecetera

ecetera invesse del nome.

 

Parché no' te-ssì, no te-ssì

parché no' ghe xe gnente

da dir, parché

no' ghe xe gnete da taser.

 

E cussì xe senpre.

Posti -ma distanti cofà i Poli.

Giorni -ma tuti

no' pì andà che restà.

E ti, par ti stessa -

cara a la forma,

e ti, par ti stessa

-pifaro, verso e piera.

 

Eccetera eccetera Perché non sei, chi è che sa di te? Una nipote lontana, l'aurora o la punta del lapis che indugia. Perché sei stata anche se l'ora non dura o non è cominciata. Chi è che sa? Luoghi -ma lontani come i Poli. Giorni -ma tutti non più andati che rimasti. Silenzio, alle parole caro. Nient'altro madre. La punta del lapis indugia e ora è come se non si potesse che tracciare un eccetera eccetera invece del nome. Perché non sei, non sei perché non c'è niente da dire, perché non c'è niente da tacere. E così è sempre. Luoghi -ma lontani come i Poli. Giorni -ma tutti non più andati che rimasti. E tu, per te stessa -alla forma cara, e tu, per te stessa -flauto, verso e pietra.





Fa che la vita (vose de pare)

Fa che la vita (vose de pare)

No' digo poco, ma fa che la vita

no' se fassa mai lisiera...

Cuesto inpara: tiente da conto

e insisti, ora co' zogia

e ora sensa vela de fortuna,

no' secar el tó cuor a cue'o

che no' te gh'è el coragio de ciamar...

Fa che la vita no' se fassa

mai lisiera, cofà in istà

on vestito de lin, che,

'na òlta tolto da indosso,

vodo el xe in tuto de ti

 

Fa che la vita (voce di mio padre) – Non dico poco, ma fa che la vita/ non si faccia mai leggera.../ Questo impara: non sciuparti e insisti, ora con gioia/ e ora senza vela di fortuna, non seccare il tuo cuore a ciò/ che non hai il coraggio di chiamare..../ Fa che la vita non si faccia/ mai leggera, come in estate/ un vestito di lino, che,/ una volta tolto da indosso,/ vuoto è in tutto di te.