Presentazione di Albe e ne albe a Roma


La silloge di Mario D’Arcangelo presentata il 26 novembre 2011

A Roma il 26 novembre 2011, presso la Libreria Il Mattone in via Bresadola a Centocelle, presentazione del libro di Mario D'Arcangelo Albe e ne albe, con la partecipazione dell'autore, dell'editore Vincenzo Luciani, di Achille Serrao e di Nicola Fiorentino di cui riportiamo qui di seguito la parte conclusiva della sua presentazione.

(...) "E veniamo alla seconda silloge poetica, Albe e ne albe, locuzione che indica l’ora dell’albeggiare incerto. Nel frattempo, il Nostro ha conseguito riconoscimenti prestigiosi, come il Premio Tagliacozzo, attribuito non a questo o a quel singolo componimento, ma all’intera sua prima raccolta. Due anni fa, poi, ha vinto il concorso nazionale, Vie della memoria. Inoltre, proprio in questi ultimi mesi sta uscendo a puntate sulla rivista “Poesia” - edita a Milano - un saggio di Anna De Simone, in cui il nostro amico viene inserito tra i più insigni poeti d’Abruzzo.
Dunque, le due opere formano come un dittico, in cui le due tavolette presentano soggetti e colori diversi ma si caratterizzano entrambe per lo stesso livello artistico. Bisognerebbe aggiungere, poi, che ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, anche se poi per sua natura lo trascende; e se in Albe e ne albe prevalgono i toni malinconici e angosciati, è perché, accanto a ragioni di carattere soggettivo, concrete e reali situazioni socio-antropologiche hanno avuto il loro peso, specialmente in questi ultimi tempi. Capita ad ognuno di noi di attraversare momenti di sconforto, che, però, non alterano il fondamentale equilibrio di una sana personalità. Alla stessa maniera non si può dire che una poesia luminosa ed espansiva sia da preferire ad un’altra dai toni pensosi e vellutati, o viceversa. Nel caso di D’Arcangelo - come di un poeta autentico - a raccordare l’una e l’altra tonalità sentimentale è, appunto, lo stile che eleva e nobilita il tutto.
 
In Albe e ne albe, si accampano, dunque, i toni smorzati, le meditazioni della sera, le ombre nel pensiero, lo sbigottimento per un presente svuotato di senso e di speranza, per una realtà sempre più virtuale che ci disorienta e dove noi - come dice il poeta - fiati di bosco, con le braccia stese ci trasciniamo fino ai limiti del mondo come anime sante del Purgatorio.

Questo senso di dolente smarrimento il lettore lo avverte un po’ in tutta l’opera.

Leggiamo, ad esempio, E nen ze n’addone nesciune(p.24).
 
Come te l’arecconte, sciore,
massére, dope tant’anne...
Se tu stisse a ècche, 
se tu ce fusse e putisse huardà...
Come te pozze accuntà 
ca s’apperde e se more
parole e cunzole,
o ca lu sciorve s’ha strutte, 
e dentre a la calure de luje
nen fa chiù lu nite
tra lu rane la starne...
E nen ze n’addone nesciune.
E  NON SE NE ACCORGE NESSUNO - Come te lo racconto, nonno, /  questa sera, dopo tanti anni.../  Se tu fossi  qui,/  se tu ci fossi  e potessi guardare.../  Come ti  posso  raccontare/  che si  perdono e muoiono/  parole e contento/ o  che il sorbo  è scomparso,/  e dentro la calura di luglio/  non fa più il nido/  tra il grano la starna.../ E non se ne accorge nessuno.
 
 Dunque, dopo l’accorata reticenza iniziale, si scioglie la pena del poeta nel vedere appassire parole e conforto in un mondo inaridito, non solo nel paesaggio ma persino nel cuore dell’uomo, che ha smarrito il senso della sua intima appartenenza alla natura, e non avverte più il legame di fratellanza con tutte le altre creature della terra. Il poeta lo dice con pochi tratti di penna, ma ben caratterizzati ed incisivi e, proprio per questo, di grande potenza figurativa. E quel dialogare, sommesso, tenero ed evasivo con il nonnoprelude a parecchi altri componimenti in cui si afferma la religione degli avi, della famiglia e della comunità: religione che postula continuità di affetti, di solidarietà, di memoria ed è un po’ come un caldo mantello che ci avvolge e ci protegge dalle storture del mondo e dai mali del vivere. Sentite quanta pace e che commozione promana dal componimento L’ùtema vóte (pag.17).
 
Pròpie la sere annante nonne vascése la crone,
(jìve a penzà...), vascése la tàvule, appena pejate
n’ogne de cibbe. Po’ nghe nu ccune-ccunelle de fiate:
“Mo me ne vaje da hàvete”, disse, purtènnese ‘n glòrie
tutte chille de nnante, aunite nghe l’àneme sante 
de lu prehadòrie. Apprèsse sajése la mbrìje,
dope l’Angele e po’ jìve i’, nghe lu nome de Dì.
 
Lùtema vote accuscì salutive e vascive la nonne,
ligge de chiù de na piume. Aveve landate a nu pizze
vìnnele, fuse, vurtécchie e chenocchie, urdenate e repuste
tutte a lu stesse poste addò ci-avé pazzejate,
ucchie de stelle, facce a surrise nghe l’ànzeme ‘n ganne,
forze la rima vote quande tenéve tre anne.
L'ULTIMA VOLTA  -  Proprio la sera prima nonna baciò la corona,/ (andavi a pensare...) baciò la tavola , appena presa/ un'unghia di cibo. Poi con un poco-pochino di fiato:/ “ora vado di sopra”, disse, portandosi in gloria/ tutti gli antenati, insieme con l’anime sante/ del purgatorio. Dietro salì la sua ombra,/ dopo l'Angelo e poi andai io, nel nome di Dio.//  L'ultima volta così salutai e baciai la nonna,/ leggera più d'una piuma. Aveva lasciato in un angolo/ arcolaio, fuso, fusaiolo e conocchia, ordinati e riposti/ tutti in  quello stesso cantuccio dove ci aveva giocato,/ occhi di stelle, sorriso in volto con l'ansia in gola,/  forse la prima volta quando aveva tre anni.
 
Ma quel mantello ora appare in più punti lacerato. Fuor di metafora vogliamo dire che siamo stati abbagliati dai luccichii della cosiddetta civiltà tecnologica, edonistica e consumistica, ma, alla resa dei conti, sentiamo di essere stati spossessati della nostra cultura e, quel che è peggio, della nostra identità, della nostra stessa anima. E verifichiamo uno stacco fortissimo tra il mondo dei nostri padri e quello attuale, tra le avite tradizioni e lo squallore presente.
 
Leggiamo, ad esempio, Ci-hanne lassate (pag.18).
 
Quande se n’ome jite
ci-hanne lassate aunite a la fehure
felare de parole sparpajate,
sumenta vive de sta parlature
che jéme areccujènne
tra l’olme e lu fejéne, 
sopre a lu fuculare e ammezze a l’are. 

E po’ se n’ome jìte
zitte e cujéte e senza fa remore, 
nghe na péne a lu core pe parole 
che nen capéve chiù.
CI HANNO LASCIATO  -  Quando se n'andarono/ ci hanno lasciato insieme all'amor proprio/ filari di parole sparpagliati,/ semenza viva di questa parlata/ che andiamo raccogliendo/ tra l'olmo e il fieno,/ sopra al focolare e in mezzo all'aia.//  E poi se ne sono andati/ zitti e tranquilli e senza far rumore,/ con un cruccio nel  cuore per parole/ che non capivano più.
 
La nostra parlature, dunque è sumenta vive: è il legame che tiene saldo il nostro vincolo sociale, che ci fa sentire tutti fratelli, appartenenti alla stessa storia ed allo stesso destino; è il tramite che ci consegna le tradizioni degli avi perché noi le si possa rivivere con devozione filiale; è il lievito che fa fermentare quella continuità di affetti, di solidarietà, di memoria, di cui abbiamo già detto e su cui potremmo contare per aprirci con animo sereno all’avvenire. Ma i nostri padri se ne sono andati, senza far rumore, con una pena in cuore perché intorno a loro echeggiano parole che essi non intendono più.
 
Sfogliando queste pagine non possiamo fare a meno di interrogarci: ma s’intravedono nel nostro presente i segnali di una possibile svolta, di una riumanizzazione dei nostri rapporti economici, sociali, morali?
 
Certo, questo libro è lo specchio di una crisi esistenziale di cui non si conoscono ancora gli sbocchi, è la coscienza di un grave disorientamento, ma - come vedremo - contiene pure la buona novella di una possibile redenzione, solo che lo si voglia seriamente e si torni a mettere a frutto il lascito buono dei padri, ovviamente adeguandolo alle necessità del presente. E allora possiamo affermare con sicurezza che la validità di tale messaggio non può essere circoscritto al solo ambito regionale ed, anzi, è degno di rivolgersi ad una comunità molto più vasta.
 
Come abbiamo già detto, c’è una sostanziale continuità nello stile delle due opere. Ma se in Senza tempe l’arte dell’autore prediligeva le immagini aeree, solari, la tecnica del chiaroscuro ed una musicalità sinfonica, sempre di ampio respiro ma spesso incline al cantabile, qui gli oggetti appaiono immersi nella luminosità incerta del crepuscolo o nella profondità della notte, la musica si fa sostenuta e solenne, e le immagini si condensano in rilievi a tutto tondo, tanto più efficaci quanto più breve è il respiro della composizione.
 
E’ il caso, ad esempio, di Abballe djìste (pag.36):
 
Se ne jése abballe djìste
na matina preste
de mmerne jelate
senza remenì chiù. 

La fémmene, stucche
jenùcchie e vracce,
mbunnéve a hocce
nghe l’ucchie de jacce
lu stracce de nterre.
 
Nu mbèrne de calavèrne
a straorge, chell’anne
abbruscése a tonne
ràdeche e fronne.
CHI SA DOVE  -  Se ne andò chi sa dove/ di primo mattino/ di un inverno gelido,/ senza tornare più.// La donna, a pezzi/ ginocchia e braccia,/ bagnava a gocce/ con occhi di ghiaccio/ lo straccio del pavimento.// Un inferno di gelicidio/ fuori misura, quell'anno/ bruciò a tondo/ radici e foglie.  (Letteralmente costaggiù. Abballe = giù;  djìste =  costà (latino istūc).

Con altrettanto vigore espressivo si staglia nel cuore della notte la scena di povera gente costretta dalla follia della guerra ad abbandonare le proprie case. Leggiamo Sfullate (pag.39).

Se n’hanne jìte tutte, quacchedune
de notte, come fusse na vrehogne,
e s’ha nghiuttite lu scure le lùteme
carre, fantàseme sotte a le stelle. 

Ci-ha remaste pe strade nu cacciune, 
alma sperdute, ciucche a usemà
spìcule e porte e hattarole acchiuse,
senza truvà patrune. E nu cellucce
scurdate a na cajole, senza cante 
e senza chiù cunzole.

SFOLLATI  -  Se ne sono andati tutti, qualcuno/ di notte, come fosse una vergogna,/ ed ha inghiottito il buio gli ultimi/ carri, fantasmi sotto le stelle./ C'è rimasto per strada solo un cucciolo,/ anima spersa, china nel fiutare/ spigoli e porte e gattaiole chiuse,/ senza trovar padroni. E un uccellino/ scordato in una gabbia, senza canto/ e senza più conforto.

 
Ritorna la infinita pena per le creature incolpevoli su cui incombe una sorte atroce, vittime spesso della insensatezza umana. Qui, nella nitidezza della rappresentazione, lo svolgimento del tempo è lineare. Ma in altri componimenti, secondo una sensibilità compositiva tipica delle moderne poetiche europee, le sequenze temporali si intrecciano e si accavallano in una successione determinata dal flusso di coscienza o dai capricci della memoria.
 
Facciamo qualche esempio. Curre, bardasce (pag.30):
 
Firre stritte ‘mpette, tesse cuturne de vasce,
jòmmere accote nzéne, done d’amore che nasce.
E’ nu scuncerte d’ànzeme arréte a na rise,
tremore de huerre, strille aremaste pe nganne.
Spare, sellustre, na faccia scerite e pe voce
nu file de fiate struzzate a la vocche dell’alme.
Durme nennì, nen piagne... (Sciore sajéve da vasse,
nu técchie a la spalle, dumane la vrasce che scalle.
Aveve sprangate la porte a zepponte de varre).
Jennòtte, Madonne, de nu che tu pozze avé pite... 

Curre, bardasce de jìre, mbujune a la scite
de tutte le strate, capille sbianchìte, sta mamme,
sciosce, annaspènne, reggènnese a lume de nase
e nen s’arecorde la vije che porte a la case.

CORRI, RAGAZZO  -  Ferri stretti al petto, tesse calzini di baci,/ gomitolo raccolto al seno, dono d'amore che nasce./ E uno sconcerto d'ansia dietro a un sorriso,/ sussulto di guerra, un grido rimasto in gola./ Spari, lampi, una faccia di cera e per voce/ un filo di fiato strozzato sull'orlo dell'anima./ Dormi piccino, non piangere...(Il nonno saliva dal basso,/ un ceppo sulla spalla, la brace che scalda il domani./ Aveva serrato la porta a puntello di sbarra.)/... Stanotte, Madonna, che tu abbia pietà di noi.// Corri, ragazzo di ieri, immobile allo sbocco/ di tutte le strade, i capelli imbiancati, c'è mamma,/ cara, che annaspa, reggendosi a lume di naso/  e più non ricorda la via che porta alla casa.

 
A questo punto ci piace sottolineare come altri stilemi che impreziosiscono la poesia darcangeliana siano:
- un accorto fonosimbolismo;
- il significante che, certo, non prevale del tutto sul significato ma, pure, si avvale di una sua relativa autonomia;
- una studiata dialettica tra iperconnotazione e desemantizzazione del lessico in grado di conferire un’ondeggiante mobilità alla metafora ed alla scena poetica;
- una interrelazione tra concentrazione delle immagini e dispersività degli elementi fantasmatici: correlativi, questi ultimi, di un mondo flagellato dalla sorda insignificanza del nostro tempo.
 
Converrebbe analizzarli uno per uno tali elementi; ma ci manca il tempo e perciòtorniamo alla fisionomia fondamentale del libro.
 
Felicemente, non tutto è sconforto in questa seconda raccolta. Ci sono anche momenti di estatici abbandoni o - se mi è permesso usare una tipica espresione crociana - ci sono lagrime rischiarate da un sorriso. Ed è proprio questa disposizione d’animo la più propizia ai vertici della poesia. A questi caratteri aggiungerei un senso di pacata leggerezza, di ambiguità e di mistero che rende particolarmente affascinante la poesia  Da longhe (pag.31).
 
Da longhe, nnammonte,
na file de chiappine cujéte.
Ma n’àvetre a tire de schioppe, 
vicine a le casa mupe. 

La neve ch’ammante muntagne
a spettà pacejìnze de sunne, 
de làcreme crute, secrete,
assucate e stampate sott’ucchie. 

E le sturne, a chelònne,
ch’areccoje fatìje e memorie
e trascine e areporte a campà
ogne storie de monne.

LONTANO  -  Lontano, lassù,/ una fila di cipressi quieti./ Ma un'altra a tiro di schioppo,/ vicino alle case mute.// La neve che copre montagne/ aspettanti pazienze di sogni,/ di lagrime crude, segrete,/ asciugate e stampate sotto gli occhi.// E gli storni, a colonne,/ che raccolgono fatiche e memorie/ e trascinano e riportano a vivere/ ogni storia del mondo.

Se poi proviamo a chiederci quale sia, in definitiva, il nucleo centrale del credo poetico darcangeliano, almeno in questa fase, penso si debba indicare Àneme e vracce (pag.25). Qui il poeta attinge la sua residua ma inestirpabile fede al fondo della cultura contadina, che, nonostante tutto, è ancora un po’ la weltanschauung delle genti abruzzesi: a primavera tutto rifiorisce. Nulla può impedire il ripetersi di questo miracolo: a nulla possono il gelo, la siccità ed altre calamità naturali, che di tanto in tanto si abbattono sui campi. La forza della natura è più potente, rimargina le ferite più profonde e le messi tornano a ondeggiare sotto il sole. Felice l’uomo che si uniforma al ritmo delle stagioni, a questo ciclo di eterni ritorni! Allo stesso modo, anche il mondo umano conosce alternanze di ascese e declini, di edificazioni e distruzioni, di turpitudini e di redenzioni: ma la vita è più forte e, in un modo o nell’altro, finisce con l’affermare la sua vittoria.
 
Le vracce nute e scarne
tè le cèrque lu verne, 
trame de trine
racamate a merlitte,
varve a telaragne de ciarlotte.
Che mùseche je pò cantà
la tramuntana secche...
la luce streuse e stracche
de nu quarte de lune
che j’arescalle chiù
o che j’allume...
Ramate spuje spase
pe cîle annebbiate.
Ma a pite cespuje de ràteche
che scàvene a fonne e aremanne
mestire assupite
de mejare e mejare de sunne,
de vule, de cante, de nite,
d’arie, de sole e calore.
E la turmente de jele
ne je po’ crepà l’alme.

ANIMA E BRACCIA  - Le braccia nude e scarne/ hanno le querce d'inverno,/ trame di trine/ ricamate a merletti,/ barbe a ragnatela di accattoni./ Che musica gli può cantare/ la tramontana secca.../ la luce strana e stanca/ di un quarto di luna/ cosa più gli riscalda o che gli illumina.../ Rami spogli stesi/ per cieli nebbiosi./ Ma ai piedi cespugli di radici/ che scavano a fondo e rimandano/ misteri assopiti/ di migliaia e migliaia di sogni,/ di voli, di canti, di nidi,/ d'aria, di sole e calore./ E la tormenta di gelo/ non può spaccargli l’anima.

 
Dunque, una filosofia semplice, ma saggia: ed antica quanto l’uomo. Qui non si esalta acriticamente il passato, tanto meno lo si ripropone paradigmaticamente, non ci si sdilinquisce in un sospiroso nostalgismo, come accade a principianti ed orecchianti. Chi incautamente lo credesse, verrebbe subito smentito perché, al contrario, il poeta - nonostante tutto il suo carico di delusioni - è pronto a scommettere sulle risorse dell’umanità e sulla  possibilità di uscire dal tunnel, per respirare finalmente a pieni polmoni la luce della nuova aurora.
 
Leste a remenì (pag.48).
 
Sùrje le ferlenghélle a lume d’albe,
lu cante appése ‘n cime all’aurore
aspèttene aunite nghe la tèrre
ch’arrive da l’acquare lu cunzóle. 

L’arie che sciùvele ammèzze a la jèrve
ligge aresolve tremore e paure
‘n zene a la scroscia dure, a lu sciambrà
de lu nite a lu scì de lu sole. 

Smuve le scénne a ventelà lu scure,
fratèlle, vule a sulecà la luce,
apre lu bécche, l’ ucchie e va luntane.
Ma nen t’appèrde e lèste a remenì.
LESTO A RITORNARE  -  Sorgono i fringuelli al primo albore,/ il canto sospeso in cima all'aurora,/ attendono insieme con la terra/ che arrivi dalla  rugiada il conforto.// L'aria che scivola in mezzo all'erba/ leggera scioglie tremori e paure/ in seno alla crosta dura, all'aprirsi/ del nido innanzi all'uscire del sole...// Muovi le ali a ventilare il buio,/ fratello, vola a solcare la luce,/ apri il becco, gli occhi e va lontano./ Ma non  smarrirti e lesto a ritornare.
 
 
Ecco, questo, a mio avviso, è il punto più alto del messaggio darcangeliano. Albe e ne albe recita il titolo. Ma sotto il titolo molto opportunamente l’editore ha impresso la foto di un’aurora radiosa.
 
Ma potremo davvero vederla? Certo, con i tempi che corrono è arduo immaginarla vicina. Ma, come si dice?, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce ancora. E’ bello credere, perciò, che dal regno della poesia risuoni l’annuncio della profezia.
                                                                        
                                                                             Nicola Fiorentino