Maria Lanciotti: quasi un passo di tango


Una nota di Rodolfo Carelli sulla raccolta "Ricominciare da qui”

Ricominciare da qui (Edizioni Controluce, Monte Compatri - Roma, 2011, euro 12,00) è l’ultima raccolta poetica di Maria Lanciotti.
Nata a Roma nel 1942 vive a Velletri (Rm). Giornalista pubblicista, collabora con periodici di attualità e cultura e stabilmente con Notizie… in Controluce. Ha pubblicato numerosi libri in prosa e in poesia. Il titolo più recente è “Questa terra che bestemmia amore” (vedi su questo sito e sul n. 56 ottobre-dicembre 2010 dellla rivista “Periferie”)

Maria Lanciotti predilige lo stile minimale che le consente di raccontare la vita nei suoi aspetti più veritieri, convinta della necessità e bellezza stilistica di certa letteratura. Allo stesso tempo le piace anche misurarsi con le incognite che i “boschi narrativi” riservano, seguendo un percorso costante di ricerca e sperimentazione di contenuti e di linguaggio.
Vigile testimone di una contemporaneità rovinosa che sembra destinata a chiudere un cerchio, con l’avvento dei nuovi “consapevoli barbari”, così essa si pone: “Sono sempre stata dalla parte del gorilla, fin dai tempi di King Kong, ma ultimamente mi capita di sentirmi gorilla, un piccolo vecchio gorilla che scappa dai gas soporifici, dalle reti e dai reticolati e dagli imbonitori, e ancora porta nel naso l’odore di foresta e nella testa il rataplan di mille tamburi”.

Ed ecco una Nota sulla raccolta poetica di Rofolfo Carelli, parlamentare e poeta, Premio Viareggio opera prima 1974, fondatore e presidente del Premio di poesia Circe Sabaudia ed alcune poesie.

Quasi un passo di tango

Già dal titolo Ricominciare da qui, la raccolta di Maria Lanciotti traduce visivamente la poetica dell’autrice, l’intento di starci accanto, presenza discreta ed inquietante (l’inquietudine di Agostino) che ci accompagna nel nostro cammino e nei momenti più alti, tutt’uno con noi. Combaciano “i passi” i movimenti dell’anima che ne scandiscono il ritmo segreto. La diresti una poesia ripiegata su se stessa ma poi ti accorgi che si lascia alle spalle qualunque forma di intimismo narcisistico (una tentazione ricorrente) per fare da specchio ad una vicenda più grande di quella personale, perseguita con lucida determinazione: “Ti prenderò ne puoi stare certo/ se non in questa vita in qualche altra”.

La meta desiderata, manco a dirlo, è l’amore che “move il sole e l’altre stelle” raffigurato nel suo rapinoso movimento in una giostra, dal moto non uniforme, con improvvise accelerazioni e ritorni, quasi un passo di tango, che ti porta dove vuole, tenendoti sempre avvinto: “Così e la giostra del bastardo amore/ che avanza indietreggia e non perdona”.

Ma già quei quattro versi “Ti piace il bianco metallo…” si erano incaricati in premessa di raffigurare la condizione ricorrente dell’ “homo homini lupus” con un fermo e tagliente giudizio morale “ma non tagli mai pane…”. Sì, perché nel “bianco metallo”, fioretto o pugnale che sia, chi non vi legge l’incantesimo delle nuove tecnologie, il delirio d’onnipotenza dell’uomo contemporaneo? Il pensiero si sofferma sull’enorme potenziale bellico che potrebbe essere riconvertito in aratri per far fruttare la terra e debellare la fame nel mondo, conversione esemplarmente rappresentata dal gesto del “tagliar pane”.

Sollecitazioni che pervengono al lettore attento, partecipe, con la stessa forza evocativa di un sasso lanciato nello stagno della nostra quotidianità, sasso capace di allargarsi in centri concentrici e di smuovere tutta la superficie fino a rendere intollerabili le anguste sponde del vivere quotidiano, subite più per prigionia che per necessità. E così in “Lucciole” la disperata condizione umana di tante tragedie personali e collettive: “Si spegneva/ la lucciola tra i sassi” col senso diffuso e profondo della nostra impotenza a farvi fronte sicché “giungeva in ritardo la riposta frenetica d’amore”.

Più che volere, sono stato costretto ad indugiare sulle emozioni e riflessioni suscitate da taluni versi per invitare il lettore a fare altrettanto, a farsi coinvolgere centellinando i versi, senza aver fretta (il libro non scappa) lasciando che lavorino dentro. A volte potrebbe sembrare un messaggio disperato se non risorgesse puntualmente la speranza, quella Paolina della “spes contra spem”, esemplarmente e poeticamente espressa nell’immagine che ce ne dà Maria: “Poi ho visto il bucaneve/ spuntare dalla crepa di ghiaccio…”.
Potrei continuare a lungo seguendo i “passi” di questa avvincente raccolta, ma una volta data la mia chiave di lettura guidato per mano da Maria, in assonanza col suo verso finale chiudo con un “e qui mi taccio” lasciando che sia lei stessa a farvi gli onori di casa.

Rodolfo Carelli

 


Lingua della lontananza

Seduto su un fusto
di palma
portato dalla mareggiata
col cellulare all’orecchio
e l’occhio al di là
di questo mare
ascolta e parla
Khalid
la lingua della lontananza

Innocenza

M’hai morsicato
il cuore
dolcissima bambina
col tuo sorriso
placido
alla vita
che intorno a te
erano frecciate
di veleno.

Migranti

Hanno la forza
dei poveri
che avevano i nostri padri
e fratelli
quando lasciando la costa
masticavano grani di sale
per indurire il pianto.
Hanno la forza
dei disperati
che non temono sventura
peggiore
di quella ereditata
alla nascita.
Hanno il passo lento
di chi non insegue
vaneggiamenti
ma solo l’odore del pane
da spezzare ogni giorno.

Ricominciare

Ricominciare da qui,
dal lembo di prato
fra dune di rifiuti,
dal fiore di malva
e dal cardo.
Ricominciare da qui,
a ricercare parole
per dire della vita trascorsa
e che scorre,
l’incerto avvenire.
Ricominciare
dalle Nevi del Kilimangiaro
dove nessuno sa
perché un leopardo
vi andò a morire.


Corrispondenze

Ti guardo
e vedo me
da te guardata.

Sento l’odore di te

Non m’ingannano
i tuoi capelli bianchi,
le tue rughe.
Sento l’odore di te,
aspro di desiderio
e rabbia,
quando solcavi
deliri
per afferrarmi la mente.

Siedi, non aver paura
(per un incontro fra generazioni)

Siedi, non aver paura.

Non ti parlerò di bombe e cicoria
di panni rattoppati e ciocie ai piedi
di spaccapietre e vangatori
e serpi ingorde di calde mammelle.

Non ti parlerò delle feste paesane
fra canti e vino e santi in processione,
né della strolaga che affatturava l’amore
né dell’arcidiavolo a cavallo dei monti.

Siedi, non aver paura.

Non ti parlerò di soccida e abusi
di cinghiali ingordi e faine
di moria di gelsi e suini
e della rassegnazione dei poveri.

Siedi, non aver paura.

Non ti parlerò di lucerne senza petrolio,
di frati cercanti e sempre la parola di Dio contro la tua:
raccontami invece il tuo tempo
e quello che sarà il tuo futuro. 

 

27 settembre 2011