Gian Piero Stefanoni presenta 'Roma delle distanze'


Mercoledì 28 settembre 2011 a Roma

 Mercoledì 28 settembre 2011 alle ore 18 presso MelBook Store in Via Nazionale 254 presentazione di "Roma delle distanze" di Gian Piero Stefanoni. Con l'autore presenzieranno Alessandro Trigona, del Sindacato scrittori e il poeta e critico letterario Plinio Perilli.

GIAN PIERO STEFANONI (Roma, 1967). Laureato in Lettere moderne ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem, Roma- pr.ne di Mariella Bettarini), vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Segue nel 2008 Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo, Firenze- pr.ne di Plinio Perilli), premio “Le Nuvole-Peter Russell” nel 2009 e “Città di Venarotta” nel 2010. Presente in volumi antologici, tra i quali “La poesia dell’esilio” (Arlem, Roma 1998, a cura di Maria Jatosti) e “Dai parchi letterari ai poeti contemporanei” (Edizioni Arte Scrittura, Roma 2009), suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Malta e Argentina. Già collaboratore di “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada”, è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni” . Per l’inedito ha vinto nel 1997 il premio “Via di Ripetta” e il “Dario Bellezza”, nel 2000 il Garcia Lorca dell’associazione culturale di Torino “Due fiumi”.

dal sito Literary.it
Le poesie di Gian Piero Stefanoni si configurano come una fastosa, ricca e intensa (non barocca) serie di preghiere rivolte a Dio. Sembra di dire una cosa ovvia, data la presenza frequentissima di maiuscole nel riferirsi e appellarsi al divino, e il tessuto verbale che volentieri si rifà al testo biblico nonché, qua e là, a quello liturgico. Meno banale, e più importante, però, è l’essenza più profonda di questi testi, la quale risiede nella fertile coesistenza di supplica e ringraziamento.
Stefanoni non si perde in vane circonlocuzioni verbali per descrivere il divino, come è pessima abitudine di certa poesia religiosa probabilmente meno sincera, preferendo attenersi alla concretezza della vita umana con le sue scosse e difficoltà ma anche le sue gioie quotidiane, e ringraziare tanto per le une quanto per le altre. Il «nostro salmo oggi» potrebbe essere l’ascolto del «proprio limite»: il Signore non ci acceca con la sua luce ma ci pone «l’uno di fronte all’altro», e l’unico modo per pregare davvero è vivere la propria preghiera amando Dio e l’uomo, mentre il canto prosegue «giubilando ogni dubbio».
Sullo sfondo Roma, la città della cristianità che l’autore abita con amore critico, riempiendone le distanze con la generosità dello spirito; la ama come teatro dell’«ineluttabile amore» che innalza con versi tramite i quali va a costruire un amplissimo e personale Credo. 
Questo testo interpreta la fede cristiana in maniera originale e intensa, sulle orme della sacralità della memoria di cui è circonfusa Roma, baluardo della tradizione cattolica. Rivivono, così, veri e propri monumenti della cristianità, attraversando vie il cui nome diventa un pretesto per soffermarsi su ogni illuminazione interiore.
È una religiosità acuta e attenta quella dell’autore, capace di scandagliare la natura umana e di intuire il senso religioso dell’esistere alle radici: “Questa sconfessione che sempre | mi sgomenta, ognuno gli altri | pronto a mandar sui chiodi.” (Via Giulia). È una fede conscia dei propri limiti, e proprio per questo più sofferta e sincera, non idealizzata o trascendentale: “Tu non sei colui che sa o che non sa | ma colui che è e che in questo oscillare | sa che il suo sapere non conta; | che la misura è tra l’amare e il non amare, | uomo tra gli altri che con gesti chiari | non discrimina ma rimette | nell’ascolto il proprio limite. | Questo è il nostro Salmo oggi, | da confermare sempre, che ripudiando ancora | ancora resti complice.” (Via della Conciliazione).
Sfila come una galleria di personaggi illustri che hanno costellato la storia di Roma, caput mundi, un tempo grandioso impero di potere e adesso capitale della Chiesa cattolica: “ROMA, che vasta | e nuova respiri il tuo visibile Credo | toccando ancora l’Anello: Per noi | fatti di terra, con te prega l’Agnello.” (Piazza San Pietro). Suggestivo è questo omaggio al vittorioso vessillo della croce, al suo stendardo salvifico: “Grazie Croce Santa, Stormo dei pendii | che ci segui e anticipi il volo, roteando | e sorprendendo lo sguardo spinto | al freddo a sostare con Lui, gloria dell’inverno | che dischiude le distanze, ricorda | e illumina la meraviglia di un Tempo | che è sempre - ed ancora in questo tremore | d’Aniene sopra la città domata, | in questo dono del giorno che ci chiama | a testimoniare nel primo chiarore | l’ineluttabile amore che innalziamo nel Credo.” (Piazza Sempione). Si ricerca un rapporto intimo con il Signore, nella tensione dell’umana miseria verso la divina gloria: “Signore, Tu conosci di me ogni cosa, | ogni inferno, ogni parola che mi distanzia da Te | nella forma della paura – e della ritrosia. | Io ti vedo nei crocevia dove ci scambi, | ci poni l’uno di fronte all’altro, | il quel dominio dove il male ci tenta, | ci devia nell’ascolto di una libertà senza pena, | senza tavola dove a un ospite si possa servire. Ma è là che la nostra vita si compie | nella lingua che indovina il mondo: | perché è là ed ancora là che il nostro cuore | può rompersi trattenendoci insieme sul fondo.” (Via Ozanam).
A volte si avverte una lontananza incolmabile tra Dio e l’uomo, come un abisso insondabile: “io sento questo Dio | che troppo ci manca perché troppo | lo nasconde il tempo della nostra distanza.” (Via Ozanam). Vi sono invocazioni intense e struggenti: “Fammi più forte, Padre | fammi più vigile, ché il male | aggredisce sempre, aggredisce | e lo spirito apre spiragli | dove non c’è costanza di luce | o nella luce crede abbassarsi il calore | in un’aggiunta d’amore. | (…) Da spina fammi seme, da seme | fammi pianta: a Te sia resa carne.” (Via Ozanam). Ma la fede, oltre ad essere inquietudine, si esprime anche in gratitudine, nel riconoscere tutti i benefici elargiti dal Padre misericordioso alle Sue creature: “il Signore ci ha dato una perla, | sei tu, sono io, la sostanza | benedetta alla fonte, | la passione senza tempo | nel Tempo offerta | in meraviglia per noi.” (Via della Balduina); “Grazie Padre Celeste, | grazie, che ci vuoi a schiera | come pini fedeli verso il mare, | tra fronde e pensieri che Ti annunciano | guardando risoluti l’orizzonte.” (Olimpica). Sgorga un canto di lode che inneggia all’armonia universale che arpeggia la creazione: “Signore sia lode a Te | come ha insegnato e risuonato Francesco, | io sono nel mondo cadenzato | ai tuoi giorni: mandami | dove pronunzia ti attende, | dove l’oscurità ancora mi squarcia.” (Via Ozanam 7:12). Vi sono intuizioni incisive e folgoranti: “Quando sbagli sei lontano dal sole, | sei lontano da Dio, il cielo non parla, | la terra non parla: non ha sapore il tuo verso | e il vuoto che senti è la verità che ti guarda | dalla distanza che hai posto dal mondo.” (Via Ozanam).
Dopo queste prime sezioni all’insegna dell’introspezione interiore, s’inaugura quella, interessante nella sua apertura all’altro, dedicata al prossimo, “Ut unum sint”: “La persona in più, | che non attendevamo - | che ingrossa il numero - | incalzando e smentendo | i nostri giorni, si chiama | il nostro prossimo” (Via Cardinal Tripepi). L’anima si schiude anche al Totalmente Altro, in una trepidazione di rigogliosa primavera di rinascita dal battesimo di purificazione e di resurrezione dalla prova della croce: “I Tuoi prati, Signore, danzano, cantano, | lodano mentre ne amalgami le zolle. | Aiutaci a discendere, allora, prima | di salire, nella Tua acqua scoprendo bene il volto, scrostati dal fango | dopo averne provato a fondo l’anima” (Via Ozanam dal Salmo 65). Ma è anche una rivelazione che sgorga dal costato trafitto, da quel fianco squarciato da cui è scaturita la salvezza dell’umanità, ferita originaria della Passione di Cristo da cui s’intravede il cielo: “Ma Tu, TU sei per tutti dove la falla | è aperta e non solleva più l’onda, | dove la Gloria dei cieli è nella terra | riconsegnata alla luce del Padre. | Perché Tu sai, ci vuoi felici, | in una sola mano dimenticando noi stessi.” (Monteverde nuovo).
È la sublime poesia degli affetti, nobilitati dall’abbraccio trinitario, come quello, appassionato, verso la sposa: “sei la mia forza, | sei la mia luce, sei benedetta, | donna dello splendore, | mia ape regina… | (…) accoglimi | come ti è caro, come è | chiaro il profumo alla notte | quando mi cerchi e mi trovi” (Via Ozanam). O è l’amore viscerale per il proprio figlio: “Tu che mi hai bucato il sangue per ridare | Vita al calore, per farmi capire dal mondo | che Tu sei il bambino, e insieme | la meraviglia da crescere.” (Via Catel). Il sentimento amoroso è chiamato a vincere le barriere e l’innata inclinazione dell’uomo al ripiegamento su se stesso: “Questo cuore che chiama le distanze | come una conchiglia a cui manca il mare.” (Via Ozanam). Il trasporto religioso è molto intenso e raffinato, rievocando le sublimi interpretazioni ungarettiane (“Ecco, Ti chiamo, Santo, | Santo, Santo che soffri”), quasi immedesimandosi nel Christus patiens, nel suo eccesso d’amore per gli uomini, per cui è disceso nel loro inferno, pur di salvarli: “Non vivi la preghiera che alzi. | Ma ovunque, nel tuo girone Dio | che proprio lì tra quelle pietre ti attende. | “Discendi ancora, muori ogni volta, | dentro Me è quell’abisso | dove uno per uno vi ho perso. | Cercami sempre, cercami adesso, | inizia tu a porre fine al mio eccesso.” (Via Ozanam nel tuo girone). Quello dell’autore verso il Signore non è un amore intimista, ma molto concreto, intessuto di esperienza reale: “Chi non crede nell’uomo | non crede in Te, chi non crede | nel suo compimento non crede in Te | ed io senza misericordia | non potrò averti” (Monteverde nuovo Piazza Scotti). È abbandono totale e confidente in Lui, perché ci plasmi a Sua immagine: “Scrivimi Tu, cancella | di me ogni idea, | ogni immagine | che mi son dato. | Il giorno è | appena iniziato, | concimami, | fammi dettato.” (Via Ozanam). Vi sono come degli svelamenti di Dio, così casti e, nello stesso tempo, così suggestivi, da far tremare le viscere: “Solo Tu puoi dare luce alle ombre.” (Via Ozanam per Roma); “Sempre prima Suoni le campane, | Hai forse paura di perderci?” (Dalle distanze); “Gesù siede al centro mentre noi passiamo, | Lui che è morto anche per me | affinché fossi felice ora.” (San Benedetto del Tronto lungomare).
Attraverso queste geografie dello spirito, pur non dando, per leale umiltà, alcuna definizione che resterebbe pur sempre impropria e inadeguata rispetto all’imperscrutabilità di Dio, Gian Piero Stefanoni, con limpidi sprazzi di verità velati dalle nubi (come quella mosaica) del nascondimento, è come se operasse un restauro dell’immagine primigenia del Creatore, libera da incrostazioni e deformazioni con cui l’umana presunzione ricopre la propria inettitudine ad attingere all’assoluta purezza della divina essenza: “E Sei geometria della risacca, acqua che scopre e ricompone i giardini, | la mano guidando verso la forma che Ti è gradita. | Sia Lode a Te nell’alto dei cieli.” (Asse attrezzato). 
 
21-09-2011