La vena impigliata di Claudio Porena


La presentazione ai sonetti italiani scelti del giovane poeta romano

Quando il poeta (e Claudio Porena lo è) descrive se stesso e la sua poesia, il critico, ammesso che io lo sia, deve prestare rispettoso e comprensivo ascolto.
Nelle note dell’autore, poste alla fine della raccolta, egli ci informa che i 70 sonetti italiani selezionati (tra 144) fanno parte della sua produzione, iniziata nell’ottobre 2008.
La vena “impigliata” è rappresentata appunto dai sonetti in lingua italiana mentre quella “spigliata” è rappresentata da un lato dai preponderanti sonetti in dialetto romanesco (oltre settecento) ma anche, a seguito di un apprendistato lungo e strenuo (ho fatto l’artigiano a tempo pieno), dal risultato sorprendente di una vena sempre più palpitante ed ispirata, raggiunto anche in quelli in lingua: La vena che credevo destinata / ad essere impigliata in italiano, / in questo stesso libro, piano piano, / è divenuta sempre più spigliata (“La vena si è spigliata”).
Ma non anticipiamo, più di quanto già fatto, l’esito finale, e torniamo al punto di partenza della silloge, quello de “La vena impigliata”: Mi affaccio alla finestra e nella grata / osservo la mia vena che si aggruma, / che stenta a volar via come una piuma / e resta nel reticolo impigliata.
Registriamo tuttavia che premeditatamente la raccolta si apre con “La vena impigliata” e si conclude con “La vena si è spigliata” alla ricerca dell’anelito poetico che, in avvio, “rimane inadempiuto”. E non a caso la prima delle sette sezioni in cui si articola la silloge, prende l’avvio con quella intitolata “Voce bianca”, e prosegue con “Viator”, “Scorci”, “Aprire il cuore”, “Incontrarsi”, “Vince la notte” e “Voce in capitolo”
Voce bianca, quindi voce di fanciullo, il quale si stupisce che i sentimenti (“Voci del cuore”), a lungo imbavagliati, prorompano e si propaghino come l’onde che un sasso / ha smosso a pelo d’acque insonnolite. Di nuovo il poeta, ritornato (anzi rimasto “fanciullo” (“A naso in su”), riscopre l’ebbrezza del vagabondare, del rifugiarsi “dentro la foresta”, dell’incapacità di acconciarsi alla normalità (quella dei cosiddetti uomini maturi) e quindi dello sbandare lungo “la pista della vita”. “Bimbi sempre” è il titolo di un sonetto dedicato a Paolo Buzzacconi, che Porena ringrazia perché lo fa sentire un uomo regredito, // un bimbo che si interroga sul Vero / e scopre che, sognando all’infinito, / ha l’Infinito scritto nel pensiero. “Gloria dell’alba”, titolo ed acrostico di un sonetto, scioglie un inno alla nascita del giorno e, al tempo stesso, al progressivo riaccostarsi al fuoco di una fuga di ritorno in cui digiuno, inalo odor di pane al forno / e a froge gonfie séguito il cammino. La felicità mattutina (“Mattino”) investe di nuovo il poeta mentre si immerge nella natura (Strie di bambagia il sole posa senza / alcuna gravità, senza violenza, / e sbrina i campi e sbianca le foreste) ed invoca le caste acque del fiume perché lo preservino da paure, rimorsi e angosce. Il giorno appena fatto (“Gloria del vivere - tirà a Campari”) che odora dell’odor dei panni stesi suscita in lui il ricordo di quant’aurore, quant’albe e giorni spesi / a macinare passi da gigante ha fronteggiato, fredde, aride e indifferentemente immobili per giungere infine ad una sosta lungo un ponte / che scavalca la vita e le sue fasi.
Un risveglio con grido di gabbiano… e la magia di un nuovo mattino e poi il giorno che filtra dalla persiana lo stimola a rimettersi in cammino in “Viator”, il sonetto che dà nome alla seconda sezione. Viator è un termine che si riferiva al messaggero o cursore pubblico incaricato di compiere un determinato percorso per portare ordini, corrispondenza, messaggi o incarichi similari. Il viator percorreva la via, un cammino ben tracciato e individuabile nel territorio. Ma nella Patristica è Cristo la via. Viator, nel nostro caso sta ad indicare il racconto di un viaggio, metafora del pellegrinaggio interiore, attraverso i luoghi della vita alla ricerca della “vena” sia di quella dell’ispirazione poetica (dell’ossessione della poesia, del metro e della rima) che di quella dove scorre il sangue della vita. Della vita di tutti i giorni, della vita da poeta.
Quello di Porena è un diario minuto, con l’ossessiva indicazione del luogo, del giorno e dell’ora e persino del minuto della composizione e della eventuale revisione della stessa, quasi a voler fissare l’istante della creazione poetica. La seconda poesia della sezione citata così inizia: Stamani sveglia presto. È il primo Maggio. / In strada passa l’anima mia sola, / e solo qualche rondine che vola / inaugura l’ennesimo mio viaggio… Il poeta rivisita un’altra Ariccia che non mi angustia più né mi fa male. Ed Ariccia è rivissuta ancora (“Cerchio”), quasi un anno dopo, con amici ritrovati per poche ore: un filo che si spezza, / un altro che conduce a casa mia. // Si chiude un cerchio, senza nostalgia: / stavolta un nuovo sogno mi accarezza… E riparte lasciandosi dietro un tavolo e una pizza, / ma in cuore mio già palpito all’idea / di ritornarvi rondine che guizza. A distanza di un mese circa eccolo di nuovo, in treno fino all’Anagnina e poi in pullman, tornare ad Ariccia, impaziente di arrivare in un luogo per lui pieno di lacrime e di gioia, soprattutto per raggiungere quel ponte da quale vola l’anima leggera (“Un ponte per chi vola”).
In questa ed in altre sezioni della raccolta, non mancano quasi mai le indicazioni dei mezzi pubblici che accompagnano il suo cammino di “viator” (quando non cammina a piedi su vestigia già calcate con l’inseparabile zaino e, dentro, le sue “sudate carte”): la metropolitana, il 90 espresso e di nuovo la metropolitana a Roma e poi da Roma alla sua “tana” di Ostia Lido (“Da un capo all’altro”) oppure diretto a Tor Tre Teste, nel Parco dei Poeti (“Berio 556”): Così intraprendo un altro viaggio in treno / e intorno alle otto e trenta di mattina / mi sento già ubriaco di sereno. // Passata la stazione Tiburtina, / cinque fermate ancora e in un baleno / sarò tra Prenestina e Casilina. Oppure ancora (“Per la vita”) alzataccia alle cinque di mattina per giungere a stazione Tiburtina / quando lo storno fa la ritirata e recarsi, zaino in spalla e sandwich con frittata, con la corriera spoletina a trascorrere una giornata in gita su e giù per la Valnerina, mentre un’altra volta si dipana / tutta la mia passione per la vita. Ma è soprattutto in “Soffio” che Porena svela il senso profondo del suo viaggiare. Dopo aver dato le coordinate del suo itinerario (Col sole in fronte, viaggio sul 60, / che fa viale Aventino, via Imperiale, / piazza Venezia, tutta Nazionale, / fino alla Nomentana tutta quanta) e del suo muoversi, lasciandosi guidare dal ritmo non ossessionante del mezzo pubblico (propizio come sempre al suo poetare) che gli consente di osservare: nel traffico, stasera Roma canta, / come non la toccasse nessun male: / gente che muore, o soffre in ospedale, / o piange, o fa la fame (…) Ed io, che n’esco salvo per un pelo (…) mi guardo dall’andare anch’io a sfacelo… Come? Con il sapersi piegare sulle sofferenze degli altri e contemplare quello che a tanti sfugge: davanti a me una siepe s’apre al vento / e un pino spara gli aghi verso un cielo / che il soffio del tramonto ha quasi spento.
In “Scorci” ritornano i “luoghi vissuti” a partire dalla poesia che ha lo stesso nome della sezione: Mi affaccio ad una pozza che si affonda / in uno scuro nugolo di storni: / in fila, già si snodano i miei giorni / che arrembano in un lampo all’altra sponda. E poi, in “Pioggia”: L’odore della terra e delle biade / si esalta con la pioggia. A frotte striscia- / -no le lumache lente per le strade; in “Morta gora”: di là da un muro d’edera a strapiombo, / e il cuore spara colpi di mitraglia / su un inatteso volo di colombo; in “Scoppia una vita”: ha strozzato il suo canto la cicala / nell’azzurro che soffoca il canneto, / per ammirare un fiore che dal greto / si schiude e fende l’aria come un’ala; in “Tra nere nuvole”: Un pipistrello schizza da un’imposta: / al suo squittio fa eco la pianura, / e odor di sale esala dalla costa; in “Il mare tra le dita”: A passi lenti e soli sulla spiaggia / sentire il sussurrio sordo del mare, / raccogliere conchiglie, le più rare, / mentre la fantasia si svaria e viaggia; in “Di punto in bianco”: …un colpo di fucile / ridesta il dormiveglia della valle: / erutta di colombi il campanile, // muggiscono i vitelli nelle stalle, / si stacca dalle siepi del cortile / un numero mai visto di farfalle.
Porena è meno convincente nella sezione “Aprire il cuore” in cui tenta di suggerire regole di comportamento come in “Segui te stesso”: Circondati di amici, vivi amando / quello che fai, rispetta il tuo sentire / e prendi tregua un po’ di quando in quando! Ed anche nella sezione “Incontrarsi” dove prevalgono temi di convivi, di rimpatriate, di momenti distensivi (in “Un’ora lieta”: ed io, seduto qui come su un trono (…) mi sgravo d’ogni cosa e mi abbandono). Degna di essere segnalata è “Via del Podere Rosa” in cui festeggia il suo primo libro: io striscio un muro d’ombra e, senza fiato, / percorro il cielo e assorbo il verde attorno. // E in compagnia di me, che attendo e sforno / barlumi di un sonetto già pensato, / via del Podere Rosa va in un prato / che sprizza l’apatia del mezzogiorno. E mentre per la felicità tocca il cielo con un dito: l’occhio sguincio di un gatto insonnolito / mi squadra e sembra farsi di noi scherno.
Nella sesta parte “Vince la notte” spiccano “In exitu… de Aegypto” in cui Porena descrive con tocchi lievi la sua liberazione dalla schiavitù dei sensi: E in questa mia crisalide, protetto, / vicina come dentro ad una cruna / ammiro la risata di una luna / che mi rabbocca il cuore di diletto. // E come un bimbo sopra l’altalena, / lungo un filo d’argento per tragitto, / le volo incontro come una falena… e “Per cuore e gioco d’ombre” in cui sull’onda emotiva del concerto mozartiano / per pianoforte e orchestra in re minore il poeta si assopisce e, nel sogno, sente scorrere una mano / che, ridestando il corpo dal torpore, / lambisce e suona i tasti del mio cuore (…) La luce del display rischiara il nero / che ottenebra la stanza, il disco suona, / e un gioco d’ombre, intriso di mistero, / materializza accanto alla poltrona (…) lo spirito di Mozart in persona.
Nella parte conclusiva “Voci in capitolo”, di sole tre poesie, il poeta, al di là del perseguimento della fama per la fama (“Un vento che ti acceca”), e dell’improbabile auspicio che i suoi genitori (“Genitori poeti”) possano narrare in versi, come lui, le allegrie / colori, spunti, immagini, agonie…, tiene ad annunciare soprattutto che “la vena si è spigliata” e dopo l’apprendistato ora si sente di avere voce in capitolo come poeta, anche in lingua oltre che in dialetto.
 
Per quanto riguarda la metrica è opportuno rilevare che, in dialetto romanesco, Porena ha pubblicato il manuale-silloge poetica Dar trapezzio vocalico ar sonetto. Manuale di linguistica romanesca, retorica e metrica con sonetti scelti (Terre Sommerse 2010). Ha concepito e codificato due varianti di forme metriche: la terzina poreniana che ha una struttura invariabile, che consta di tre endecasillabi su quattro rime: il primo e il terzo endecasillabo rimano tra loro all’esterno, il secondo rima all’esterno con la cesura del primo, cioè con una rima al mezzo situata sempre nel primo endecasillabo. Essa può essere semplice o composta (per lo più tripla) che può eventualmente dilungarsi ad libitum, per generi che lo richiedano (epica, romanzo in versi, autobiografia ecc.). Per quanto riguarda la forma dei suoi sonetti Porena non deroga mai, e sottolineo mai, dallo schema ABBA CDC DCD, ma si impone altri vincoli che il lettore esperto saprà individuare.
 
Claudio Porena, La vena impigliata. Sonetti italiani scelti, Terre Sommerse, Roma 2011, pp. 120, euro 15,00
 
Vincenzo Luciani
 

23 luglio 2011