Notizie sui libri da Roma |
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Salvatore Gaglio[SICILIA] Nato a Santa Elisabetta (Agrigento) nel 1949, Salvatore Gaglio, medico e letterato, è autore di poesie, di opere teatrali e romanzi, in italiano ed in dialetto. |
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Le poesie di Salvatore Gaglio |
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[E caminu, e camini, e caminamu]E caminu, e camini, e caminamu, L’unu ammuttannu a l’antru, ni pistamu, Chi pïaciri c’è? Aria vacanti Lassi lu jocu, e ti fa sériu e granni, E cammino, e cammini, e camminiamo, / e sembra un gran piacere lo scalare. / Chi solo, chi nel branco, o nello sciame, / vincere ognuno vuole e trionfare. /Crescere, solo crescere, vogliamo; / e non ci basta più quello che siamo. // Ci spingono con forza le famiglie. / Ci spinge ardito l’allevato orgoglio. / Tu sei capace solo quando pigli; / quando non puoi, sei causa di cordoglio. / Incomincia la vita, e siamo in guerra, / rinfocolando in ogni cielo e terra. // L’uno spingendo l’altro, ci pestiamo, / e chiudiamo le strade all’avversario. / Con le mani e coi piedi ci aiutiamo / per fare nostra la montagna a picco, / da dove il mondo è tutto sottomesso, / e da specchio ci fa, come a Narciso. // Quale piacere c’è? Aria vacante / c’è sulla cima sopra la scalata. / Qual è la gioia d’arrivar su in alto, / se si perde la vita già vissuta? / Quanto si perde! E quante cose care, / per l’affanno di avere e di scalare! // Lasci il gioco, e diventi serio e grande, / poiché lo spasso è stravaganteria. / Devi crescer, t’impegni, e ti ci affanni; / devi provare la tua valentìa. / Quel fuoco che ti brucia carne e pelle, / vale per caso il canto degli uccelli? |
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[Chi notti è chista? è tanta la stranizza]Chi notti è chista? è tanta la stranizza, Pensu a li stiddri di la picciuttanza. Li striddi di sta notti hannu na luci Pirchì lu celu ni sta notti scura, Era la notti un àrdiri di stiddri; Che notte è questa? è tanta la stranezza, / che non conosco neanche le mie stelle. / Ognuna d’esse promanò bellezza / e riempiva il mio mondo di faville / fino a poc’anzi. Ed ora non mi arriva / niente di quel fulgore di sorgente. // Penso alle stelle della giovinezza. / Fu un ardere di cielo alla mia vita. / Mi davano speranza e poi speranza, / quando per San Lorenzo lor cadeva / una lacrima tenera d’amore / per i giorni presenti e pei futuri. // Le stelle questa notte hanno una luce / come di lampada al finir dell’olio; / e mi fanno un parlar con una voce / senza vaglia e neppure più rigoglio: / come quando la via cede alla fine, / e ci restano i rantoli finali. // Perché il cielo in questa notte oscura, / esso, al quale la sorte confidammo, / s’è oscurato e ci nega lo splendore, / che era per gli occhi incanto di festino, / e prorompeva all’aria fuoco e fuoco, / e dava lustro agli occhi quel suo gioco? // Era la notte un ardere di stelle; / mandava contentezza a tutta l’aria; / e scendeva sul mondo con faville / di vita calda, ardente e millenaria. / Notte, accenditi ancor: dammi speranza, / anche se ormai passò la giovinezza. |
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[I’ ni lu sonnu la vulìa acchiappari]I’ ni lu sonnu la vulìa acchiappari; Stenni li mani sempri e sempri all’antu Pirchì la luna ’n sonnu cumparìa Capaci ca viniva pi daveru Capaci emmeci ca la fantasia Io nel sogno bramavo d’acchiapparla; / essa passava, e ardente mi diceva: / “Dai che ti scappo! Corri ad afferrarmi! “ / La inseguivo e dicendomi correva: / “Non cercare le cose giù di terra: / che siano a fondo valle o sulla vetta. // Stendi le mani sempre e sempre in alto / e gli occhi al cielo con il tanto ardore; / vieni senza tremore né spavento: / son qui le cose buone e di valore. / Se tu ascolti la voce della luna, / grande-grande sarà la tua fortuna”. // Perché la luna in sogno mi appariva, / e accendeva le piane e i precipizi? / Perché ero giovanotto, lei veniva? / Perché era tempo di speranze e brame? / Ora quel tempo mio bello che fu / è già passato e non mi torna più. // Può darsi che venisse per davvero / quell’icona ammantata di magia, / sotto specie di luna e di mistero. / Ma se venne, chi disse che era dea: / la migliore del meglio, che nel mondo, / meglio non c’è, manco se giri in tondo? // Può darsi invece che la fantasia / là si stampava nella gran lucerna: / bramosia che figura si faceva / in quella bella lucentezza eterna. / Può darsi che lo spirito fanciullo / sia povero e innocente mal illuso. |
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