Anna Elisa De Gregorio




[MARCHE] Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abita ad Ancona dal 1959 dove lavora presso una agenzia di marketing.
Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie Le Rondini di Manet per i tipi di Polistampa di Firenze, prefazione di Alessandro Fo (Premio internazionale Pisa 2010 opera prima; Premio Contini Bonacossi 2011 opera prima. Nel mese di marzo 2012 ha pubblicato il suo secondo libro di poesie Dopo tanto esilio per i tipi di Raffaelli Editore di Rimini, prefazione di Davide Rondoni (nella cinquina dei finalisti premio Gradiva New York 2013). Con quest’ultimo ha partecipato al Festival La Punta della Lingua 2012. Nel 2013 pubblica la plaquette Corde de Tempo in dialetto anconitano grazie alla generosità delle Edizioni DARS di Udine.
E’ presente in numerose antologie, pubblica articoli su riviste letterarie (Periferie, Poesia, Caffè Michelangiolo, Atelier, Le Voci della Luna, L’Immaginazione), nei blog (La poesia e lo spirito, Fili di Aquilone, Poesia 2.0) e organizza incontri nelle scuole per diffondere la poesia haiku.
Le poesie che seguono sono tratte dalla raccolta inedita ’L tempo de l’imperfeto, terza classificata al Premio Ischitella 2009.

 

Le poesie di Anna Elisa De Gregorio


Le bole de la schiuma

Ubligata ogni sera,

puntata a ’na segiula,

strufinava svujata

i piati ’te l’acquaio

de granija sbreciata.

 

Sa la parnanza streta

a la vita smiciava

gèrbi i deti de fiola

cumpagni a saraghine

scumpari’ ’te la schiuma.

 

La scudela ’na barca

salvata da ’n naufragio

’n’antra vorta afugata,

a la fine risorta

a rimesa ’tel porto.

 

Vulava dal catino

le bole de la schiuma,

spechiava la finestra

de cucina e muriva

de gnente, ogni sera.

LE BOLLE DI SCHIUMA – Per obbligo serale, / in piedi su una sedia, / strofinava svogliata / stoviglie nell’acquaio / di graniglia sbrecciata. // Con i fianchi abbracciati / dal grembiale, fissava / acerbe le sue dita / alici appena nate / in schiuma scomparire. // La scodella una barca / salvata da un naufragio / e poi ancora sommersa / alla fine risorta / in rimessa nel porto. // Volava dal catino / una bolla di schiuma / specchiando la finestra / di cucina e moriva / di niente, ogni sera.
 





’N albero d’ulivo


                      udore amaro
                      de l’ulivo, dulceza
                      d’ojo e de tera

Pasato ’l cancelo me fermo cunfusa,
ché nun so da che parte ho da gira’:
na’ volta i morti se meteva soto tera,
che so io ’ti campusanti nun c’era
le strade, le sezioni, le scale longhe
de fero pe’ riva’ su pî furneti alti.
Te pugiavi lì, cost’a la tomba,
genochioni, se lu pudevi fa’,
la futografia a purtata d’ochi,
pasavi dô parole sa Qûlaltro
e la tera purtava l’imbasciata,
arcojeva su ’n po’ de lagrime,
’nzoma, era ’n trapaso più umano.
A ’n amigo mio, j ani è pasati, tanti,
sopro la tomba je cià meso ’n ulivo,
dô rami ’n croce alora, ade’ ’n albero,
guasi che se so’ sgambiati vita.
Vedi le foje che se move piano,
il culore de loro mudesto, ’mpulverato,
e senti la dulceza de qûl’ omo,
’n po’ d’amaro te lo porta l’aria,
vòi crede’ verità che tuto resta
vivo de ’na sustanza che nun gambia
al fondo. e, nun pare, ma te cunzoli tanto.

UN ALBERO D’ULIVO – odore amaro / dell’ulivo, dolcezza / d’olio e di terra. // Passato il cancello mi fermo confusa / perché non so da che parte devo girare: / una volta i morti si mettevano sotto terra, / che io sappia, nei cimiteri non c’erano / le strade, le sezioni, le scale lunghe / di ferro per arrivare ai loculi alti. / Ti appoggiavi lì, vicino alla tomba, / in ginocchio, se lo potevi fare, / la fotografia all’altezza degli occhi, / facevi due parole con Dio / e la terra portava l’ambasciata, / raccoglieva un po’ di lacrime, / insomma era un morire più umano. / A un mio amico, sono passati tanti anni, / hanno messo sulla tomba un ulivo, / due rami in croce allora, adesso un albero, / si sono quasi scambiata la vita. / Vedi le foglie che si muovono piano, / il loro colore modesto, impolverato, / e senti la dolcezza di quell’uomo, / un po’ di amaro te lo porta l’aria, / vuoi credere vero che tutto resta / vivo di una sostanza che non cambia / al fondo, e, non pare, ma ti consoli tanto.
 





Aquì se parla de angiuli

Pòle sta’ su ’na mano:
’tel sguardo suo velato
sapienza d’ogni cosa.

E˘ ’n fiolo ’pena nato.
Ma ade’ l’angiulo pasa
sopro ’l mènto sa ’n déto,
je leva ogni memoria
lasciando ’na fusséta.

De gnente lù s’acorge
e ’l mondo ’ndo’ è cascato
sa ochi d’omo arvede
ch’apare tuto nòvo.

’Te la schina chi bozzi,
ricordo de dô lale
vechie: ’ncora traluce
distanza da ’ndo’ ’riva.

QUI SI PARLA DI ANGELI – Può stare in una mano: / nei suoi occhi velati / sapienza d’ogni cosa. / è un bambino appena nato. // Ma adesso l’angelo passa / con un dito sul mento, / gli toglie ogni memoria / lasciando una fossetta. // Non s’accorge di nulla / e il mondo dove è caduto / riguarda con occhi umani / e tutto appare nuovo. // Quei nodi sulla schiena / ricordo di due ali / antiche: ancora traspare / la lontananza da dove arriva.