Us de ruch - Voci di ronco di Maurizio Noris


La Presentazione del libro di Franco Loi

 Nel maggio 2010 è stato pubblicato da LietoColle la raccolta poetica in dialetto bergamasco di Maurizio Noris Us de ruch, di cui riportiamo la Presentazione al libro di Franco Loi, una sintetica notizia biobibliografica dell’autore e il testo di una poesia.

 
Presentazione di Franco Loi

La prima qualità che colpisce nel leggere le poesie di Noris è la sua capacità nel far risuonare in una lingua montanara, di per sé aspra e rugginosa quale il bergamasco delle valli, le più sottili e sensibili essenze delle cose. Due versi in una delle prime poesie ci dicono lucidamente di questa possibilità della lingua: “Öna scataràda de stónge paròle / che del bósch i par letanéa”, una scatarrata di potate parole / che del bosco sembrano una litania.
Certo, a volte, quest’asprezza bergamasca è anche magistralmente idonea a far sentire al lettore le difficoltà del vivere e le vicende della natura, ma in altri casi danno una scorza tanto più espressiva alla tenerezza e alla delicatezza: “ol preustì ècc / a l’gira / co i sò öcc de carta / che i vàl /ö vèl ” – “il piccolo parroco vecchio / gira / con i suoi occhi di carta / che valgono / un velo”.
Splendido esempio è la ballata che sembra seguire le volute della mazurka: “Dùdes mazurche / i fa / i tò pass ligér, / compàgn di mis / a ü a ü / tó ma slàrghet / i sentér. // Ol tò vestidì / sfarfula, / i mà / i è fórte, / ma i öcc, chèi, / i ó vés-cc, / caége svèlte / ’n di pensér. - Dodici mazurke / fanno / i tuoi passi leggeri, / come i mesi / ad uno ad uno / mi allarghi / i sentieri. // Il tuo vestitino / sfarfalla, / le mani / sono forti, / ma gli occhi, quelli, // li ho visti, / caviglie svelte / nei pensieri”.
In realtà, il poeta è tanto attento ad ogni avvenimento della propria e dell’altrui vicenda dal cogliere ogni sfumatura sia del teatro naturale in cui il fare si svolge, sia dell’interna gioia o sofferenza che l’essere o il muoversi attraversano nel viverla. Allo stesso modo la valle e i suoi abitanti sono visti e raccontati dall’interno di una condivisione che li rende immediatamente simbolici di una realtà più vasta di quella che si può supporre in riferimento alla lingua e ai luoghi.
 
Per addentrarci nel simbolismo di questa sua poesia prendiamo “Il giocatore di bigliardo”: “Ol zögadùr / a l’pisa / l’öltima biglia / ma l’è finida / la partida”. Non avvertiamo subito il nostro coinvolgimento ? Si tratta di un giocatore di bigliardo o di un uomo a confronto con la vita ? Cosa soppesa, la boccetta o gli avvenimenti su cui riflette ? E l’ultima biglia non somiglia a un’ultima possibilità ? È anche per questo che “sul biliardo si piega lento / come avesse una ferita” e quest’ultimo tiro “ è un dolore che arriva da lontano”. Non si tratta solo di un gioco – e, del resto, per un bambino il gioco non ha l’importanza di una prova con sé stesso e con la vita?
Si, il dolore arriva da lontano, giacché assomma tutti i travagli e i rimorsi e le nostalgie e gli errori di una intera esistenza. Ma proviamo anche a soppesare quel “per non morire due volte”. Lo sappiamo o lo abbiamo qualche volta sentito dire o l’abbiamo letto da qualche parte che la vita è un incessante “morire e rinascere”.
Si muore all’uomo che ci siamo immaginati di essere, a volte nell’infanzia o nell’adolescenza o via via via nel crescere, e speriamo di rinascere ad una nuova immagine di noi. Si spera sempre che un giorno ci si possa cimentare con l’ultima morte e l’ultima rinascita. Non solo. Speriamo di aver imparato la lezione, che non sia necessario morire ancora per realizzare noi stessi – non si vorrebbe mai riaffrontare il dolore per passare a nuove immagini di noi. Si vorrebbe aver “rinchiusa la notte / che chiama e grida”. Forse nessuno ha spiegato agli uomini che persino la morte corporale è necessaria al nostro cammino di uomini sordi e ciechi.
Certo qui, la chiusa è terribile quando dice: “è troppo tardi”. Ma purtroppo per tanti uomini è così: si dorme, e all’ultima bilia si giunge nel sonno, e la disperazione è figlia del sonno.
Allora riprendiamo per un momento “ Il giocatore di biglie” e consideriamo lo stato d’animo del giocatore – che forse è il poeta stesso: “Non ha fatto / razzia / l’ombra del corvo / nella mia vita”.Chi è il corvo ? A me sembra l’impulso egoico e, insieme, la troppa attenzione alle “sirene di Ulisse”, il lasciarsi sopraffare dalle ideologie e dalle teologie o dal normale fascino delle cose. Ma in questo verso ci vien detto che non tutto è perduto, c’è ancora speranza. Anche l’ultima morte può nascondere un segreto.
 
Noris, comunque, è un poeta, e qui molte delle sue poesie testimoniano il suo amore per la vita e una attenzione incessante per tutto ciò che intorno a lui vive e germoglia. Ascoltiamolo in “novembre”: “Ha fatto i solchi / la terra rara / sul fondo della valle, / tra i capannoni / si è pettinata / i dolori / con gli erpici. ”. Proviamo anche qui a ricorrere ad un altro dei suoi numerosi riferimenti simbolici: “Sotto un cielo nudo / di rami / davanti alla fine del mondo / piange le sue larghe foglie / ma ostinato resta / giallo di macchie / e per suo conto”. L’albero sembra morire, ma, come diceva il pittore Morlotti a un critico che asseriva che, essendo lui a contatto con la natura, certamente sentiva ogni giorno il sopravvenire della morte nell’erba, nelle piante che coltivava, “attorno a me non fa che rifiorire la vita…. Certo, tutto sembra morire al venire dell’inverno, ma poi tutto rinasce in primavera…”. In fondo solo le foglie sono perdute ma l’albero, ostinato, rimane vivo con la linfa che di nuovo darà fioritura. Così sarà per la valle bergamasca, e così, forse, anche per l’uomo e la sua persona più profonda.
E non dobbiamo mai dimenticare che Noris è anche un poeta, cioè qualcuno che vive con profonda aderenza il dono dell’esistere e il rapporto con tutto ciò che lo circonda.
Non ci si deve soffermare soltanto su qualche poesia, ma considerare l’insieme del suo dire. Naturalmente in queste poche righe di una introduzione non posso scrivere un saggio. Mi è sembrato di dover però sottolineare la doppia faccia di alcune che mi sono apparse tra le più amare riflessioni poetiche della raccolta per invitare il lettore ad una meditazione più complessa di ogni poesia di questo libro.
Quanta somiglianza con noi stessi ritroveremo di volta in volta!
 
Un’altra qualità che subito ci porta a considerare queste poesie come segni di un’arte non minore è la sua libertà dalla lingua. Si pensa spesso che la poesia debba aderire ad una lingua, quasi fosse il calco delle regole interne stabilite da grammatici e linguisti; così come si pensa che, specialmente se si tratta di lingue locali o regionali, i buoni sentimenti e i ripiegamenti nostalgici di luoghi e vicende debbano essere caratteristici dei suoi contenuti. Ma la poesia possiede, nei veri poeti, una sua lingua. Basta rammentare, uno per tutti, Dante che, pur usando il fiorentino, introduce nella sua Commedia vocaboli a volte lombardi o siculi o veneti o umbri, e tratta argomenti di alto livello senza limiti nostalgici o sentimentali.
 
Sicuramente la lingua aiuta molto Noris da ogni scivolamento patetico o sdolcinato, ma credo si tratti anche di cultura e autonomia della persona. Si raffronti la versione bergamasca rispetto all’italiana, specie nelle poesie amorose. Certo, la poesia dobbiamo giudicarla dall’originale, tuttavia anche la versione attesta l’atteggiamento del poeta verso la materia che tratta. Vediamo a questo proposito, una breve strofa di “ Noèmber”: Dal muto del bosco / è un fiato di cane l’inverno / e un sole striminzito / è nostalgia del calabrone / che scoreggia curioso / sotto il vuoto / dei portici “. Anche qui non vediamo nessuna caduta retorica. Il bergamasco è più musicale, più efficace, ma tanto di più si nota qui il distacco del poeta da ogni effetto decadente.
 
Noris è con questo al suo quarto libro. Spero che a nessuno sfugga la finezza del suo sguardo e lo spessore dei suoi versi.
 
 
 Notizia - Nato nel 1957. Libero professionista, formatore e promotore socioculturale nel contesto delle professioni sociali e delle politiche giovanili, Maurizio Noris, di Comenduno - Albino (BG) ha pubblicato le raccolte Santì (TeraMata 2001); Dialèt de nòcc d’amùr (Cofine 2008) e la plaquette Us de ruch (TeraMata 2009).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in premi letterari tra cui il I premio Ischitella- Pietro Giannone.
 
Òm de ruch
 
I sbordèla sóta sèa
pensér de crösca e rasgadüra
ad üso di póer diàoi
e öna rösnéta passiènsa
 la ma brüsa ’l cör
che gna i beàti pàoi.
 
Só òm de ruch e de rìe,
de cornèla
scundìda dal màgher,
crést de crus
co i mà sgarbelade da i ‘nsògn
e ’l fiàt pìgher.
 
I sa spiana i grèspe
de sta nòcc
e l’is-ciafùna dóls ol sambüch
che l’incóntra ’l vènt,
us de rosare.
 
Piö ligér i sentér
tra i bissù e ’l cél
de sto möt calvare.
 
Öna scataràda de stónge paròle
che del bósch i par letanéa
e del mónd,
per ön àmen,
südare.
 
UOMO DI RONCO - Rumoreggiano sotto ascella / pensieri di crusca e segatura / ad uso dei poveri diavoli / e una rugginosa pazienza / mi brucia il cuore / che neanche i beati paoli. // Sono uomo di ronco e di ripe, / di piccola roccia / nascosta dal (fieno) magro, / cristo da croce / con le mani malridotte dai sogni / e il fiato pigro. // Si distendono le rughe / di questa notte / e schiaffeggia dolce il sambuco / che incontra il vento, / voci di rosario. // Più leggeri i sentieri / tra le bisce e il cielo / di questo muto calvario. // Una espettorata di potate parole / che del bosco paiono litania / e del mondo, / per un amen, / sudario.