Quellombra di memoria


Recensione di Nelvia Di Monte su 'Lu scure che s'attonne' e 'La distanza' di G. Rosato

A pochi mesi una dall’altra sono state pubblicate due raccolte poetiche di Giuseppe Rosato: Lu scure che s’attonne, in dialetto abruzzese, e La distanza. Molte le differenze ma unica la profondità da cui la poesia attinge: rendere visibile la presenza dentro l’assenza mantenendo vivo un legame con la persona amata, compagna di una vita, nonostante il vuoto che sembra corrodere ogni senso intorno e dentro di sé. Una forma di resistenza tenace, a volte ironica, a volte affettuosa, più spesso amara ma mai disperata o compiaciuta, che appartiene a chi non camuffa la realtà intrisa di perdite però non rinuncia a cogliere quei barlumi di luce, di incontro, di attesa (speranza è troppo forte) che ancora vi persistono. È poco ma è tutto ciò che resta: comprenderne il valore e salvaguardare la funzione necessaria delle parole per esprimerlo sono due elementi inscindibili della scrittura poetica di Giuseppe Rosato, una continua riflessione che nella tensione affettiva trova la sua particolare tonalità, la mezza luce, il crepuscolo, il chiarore avvolto dall’oscurità dove talvolta fa capolino la percezione che, oltre le nuvole, persista ancora l’azzurro. E la domanda se, oltre la fine, ci sia un altro inizio. Franco Loi, nella prefazione alle poesie in dialetto, evidenzia la feconda dicotomia: “una intelligenza onnipresente, che taglia inesorabilmente ogni illusione del cuore; una versificazione che dà invece respiro al cuore”.

La prima parte di La distanza è sicuramente più dolorosa nel tentativo di far emergere dal buio e dal silenzio quell’ombra di memoria dei volti amati, sapendo che non c’è voce, verso o parola che possa oltrepassare quei limiti: al nulla / che di lì si spalanca potrà solo / coniugarsi altro nulla. Eppure c’è come un imperativo categorico che invita chi resta – nonostante la fatica di continuare il proprio viaggio nella solitudine – a mostrare chi e ciò che è stato, la cura paziente / nel ricucire uno per uno i lembi /  da silenzio a silenzio, forzando gli interstizi nelle mura invalicabili del tempo e creando un estremo (per quanto inutile) fronte prima / che in tutto si chiudesse la foschia.

Ci sono libri di poesia che ci prendono al di là del loro valore estetico, poiché questo è portatore di uno sguardo sulla vita – e sulla morte – che aiuta ad affrontare l’inesorabile  senso di finitudine. È vero che non se ne assottiglia / la pena, non se ne partisce il peso ma la condivisione non è inutile, poiché deriva dalla improrogabile necessità di esprimere questo umano sentire e patire in cui, di tanto in tanto, si intuisce o ci si illude che qualcosa riverberi simile al biancore della neve che, forse, rimanda a ben altra luce. La terza sezione de La distanza è più aperta a cercare punti di contatto, di somiglianza, di sovrapposizione tra diversi tempi e luoghi, come nell’inverno che declina la nuova stagione se ne fa / per dormirvi un disegno di culla. Come la sera che si apre perché Se la memoria è un luogo, o forse / un tempo, può essere una sera / di confluenze, o di invasioni... La finalità del nome, ultimo incerto baluardo contro il nulla, è reso con un’irrimediabile dolcezza in un testo dove un insieme precario di fonemi resiste / all’assedio pressante del silenzio, / un amore lo salva per poco / ancora da un futuro di maceria.

Molti di questi tratti si ritrovano in Lu scure che s’attonne ma qui la percezione della fine si associa spesso alla constatazione che tutto un mondo storico-sociale ormai è concluso, si è svuotato di persone amiche, di linguaggi lì radicati, di modi di pensare e di ambiti vissuti, come un vecchio quartiere dove si è abitato e ora appare spopolato ed estraneo. La prima sezione, la più recente, è la più struggente e i testi sembrano un unico poemetto, un canto d’amore per chi non c’è più ma la cui vicinanza è così forte da costituire l’unico punto di sostegno in una lancinante mancanza. Una luce che si cerca pur sapendo che illumina solo una lontananza invalicabile: ‘Mmèzz’a tutte stu scure / chele parole che ‘n so’ ditte è gne / na lume che se tê ‘ppicciàte, e i’ / je ggire attorne gne na ciarmarelle – “In mezzo a tutto questo buio / quelle parole che non ho dette sono come / un lume che si tiene acceso, e io / gli giro intorno come una falena”. Più varie le tematiche della seconda sezione che raccoglie poesie dal 1990 al 2005, dove la riflessione sul tempo e le stagioni, sui luoghi e gli affetti, sulla vecchiaia e la morte lascia decantare il peso della realtà e ne recupera l’essenza, intensa e lieve come i sogni, quotidiani compagni del poeta: “notte e giorno, mi avete visto crescere / e io vi ho cresciuti”. Ora, come dice l’ultimo verso, anche da questi sta giungendo il tempo del commiato: Durmète, sunne, ca nen v’aresbèje - “Dormite, sogni, che io non vi sveglio”.

Nel suo stile colto e ricercato ma non oscuro, con immagini terse e tonalità pacate, con una musicalità così curata da diventare espressione naturale, il poeta riesce a fondere un’ineludibile malinconia con un atteggiamento stoico, convogliando i sentimenti lungo una riflessione che non smorza il dolore ma vi si apre per trattenerlo e rispondere ad un tacito richiamo con un gesto d’amore: testimoniare che una persona è stata al suo fianco e c’è stato un modo diverso di vivere, di parlare e di abitare perché “non c’era nessuno / ma io  sapevo di dover rientrare, la casa / mi aspettava perché le accendessi la luce”.

Come una fedele amica, la poesia meditante di Giuseppe Rosato guida lo sguardo alla profondità – trasformata in parole – di chela bellezze che s’à fatte àrije, / vente che vê da la marine, luce / che se spanne ugn’a ddò, fin’a stu scure - “quella bellezza che s’è fatta aria, / vento che viene dal mare, luce / che si spande in ogni dove, fino a questo buio”.

 Nelvia Di Monte

 Giuseppe Rosato, Lu scure che s’attonne – versi in dialetto abruzzese 1990-2007, Raffaelli Editore, 2009, euro 12,00

Giuseppe Rosato, La distanza, Book Editore, 2010, euro 12,00