Quando sarà stato l'addio


Un'ampia raccolta di poesie in lingua di Luigi Bressan

Dopo diverse sillogi di poesie nel dialetto veneto di Agna, suo paese d’origine, Luigi Bressan con Quando sarà stato l’addio? presenta  un’ampia raccolta in lingua. Viene spontaneo cercare la necessità espressiva sottesa al cambiamento di codice linguistico, all’interno dei molti elementi di continuità con Vose par S. (Collana “La barca di Babele”, Meduno, 2000 – Premio Lanciano), un intenso e complesso poemetto a più voci dove un inesorabile senso di perdita si dispiegava attraverso la poesia, come se le parole fossero diventate non strumento di ricordo, ma l’eco attraverso cui era ancora possibile avvertire qualcosa ormai inabissato nel tempo che tutto annienta, “memoria anche finìa n’inporta / che almanco el fenire no fenisse – memoria anche finita non importa / che almeno il finire non finisce”.


La nuova raccolta si apre con un invito Per Laura: “Vieni a conoscermi adesso / che il nostro tempo si spartisce / dal punto della tua caduta”, mentre il poeta si sente “lasciato al gergo quotidiano”. Anche questa scrittura, dunque, si posiziona lungo una linea che scandisce le irrimediabili fratture lungo la vita e le osserva come da un orizzonte postumo, dove tutto sembra già accaduto, sia le vicende di tante persone amiche,  alle quali il poeta si rivolge in un “parlottìo rinchiuso”  da quando un incolmabile iato le ha separate; sia quanto avviene al presente ma è osservato con la percezione della sua repentina scomparsa, come immagini colte dal finestrino di un treno “mentre accese facce trascolorano // S’incontrano emozioni e l’esser lì / nel folto lavorìo che un fischio / lascia a disfarsi con l’attesa”. Labili tracce di tante esistenze permangono in chi guarda e ascolta, suscitano emozioni mentre si dilata il vuoto della lontananza così che solo nelle parole permane un segno, “il tremito che fa riscuotere / L’ombra lunga del passare”.


Una continua oscillazione di elementi ossimorici agisce come nell’illogica temporalità dei sogni. Attraverso un dialogo ininterrotto si avvicinano figure scomparse. Altrove, invece, lo sguardo distanzia quanto è immediato relegandolo in un paesaggio insieme realistico e onirico, dove le tonalità più amare vengono mitigate da una malinconia arresa “al tempo che suscita e placa” e dall’empatia di fronte allo stillicidio di congedi e schianti insito nell’umano convivere. Basta osservare la voragine creata per una nuova costruzione per ricondurre in una dimensione notturna e inquieta il divellersi di un’intera civiltà fin dalle fondamenta: “Non avevo mai pensato lo scavo / Esistevo   Lui era / Adesso mi porto quel guardare / spalancato fin dentro il sonno”.


In questo ulteriore disorientamento individuale e storico si origina, forse, il mutato codice linguistico con il quale, come  Dai confini,  si osserva un mondo trascorso quasi fosse un insieme di reperti sopravissuti ad una guerra o un cataclisma: “Adesso o forse allora / ingoiate le parole / del nostro dialetto come / faremo a chiedere per dove”. All’incertezza dell’esistenza si è affiancato il venir meno del senso dell’abitare nel mondo, l’impossibilità di una direzione certa in un’atmosfera che collassa sul presente, “come oggi che il sole senza palpebre / fissa gli ossari di gennaio / Un viale calcinoso s’allontana / minato da piccole frane di ghiaia / che d’ogni passo cancellano il ritorno”. Lo stile è diventato più composito e ingloba spesso elementi espressionistici disgreganti: gli spazi vuoti dentro i versi, il variare rapido delle strofe e della metrica, la limitata punteggiatura, le maiuscole che danno inizio a nuove riflessioni e descrizioni prima che il già detto sia giunto ad un significato concluso. Insieme modulano una tensione poetica compatta ma aporetica dove frammenti di un vissuto riconoscibile vengono accostati in modo da impedire un’immagine integra e rassicurante.


Eppure, attraverso questo doloroso senso di finitudine,  la poesia di Luigi Bressan riesce a cogliere la profondità umana insita in ogni accadere: la caducità, che inevitabilmente separa le creature, crea un legame inscindibile che ha l’intensità di un’essenza che si intravede nitida ma in una temporalità straniata, intima e inesorabilmente perduta. La sola dove i luoghi conservino intatto il senso di un destino condiviso con figure familiari, come Amedeo Giacomini, compagno di cammini letterari e umani dell’autore, che è rimasto da solo a solcare i magredi “e c’è silenzio di ciottoli // Candidi e grandi li vedi / sulle scapole del tuo Tagliamento”. O dove (rivolgendosi all’amico poeta Lionello Fioretti e al suo dialetto) anche il linguaggio sia libero di accedere ad una dimensione di piacevole pienezza “modellando la voce con le mani / come per un assaggio prelibato / di note    e ricordarle nella bocca”.

Nelvia Di Monte  

Luigi Bressan, Quando sarà stato l’addio?, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2007, pp. 144, euro 14

10 febbraio 2009