Risante


L'opera di Sante Rinaldi (Roma 1921-1999)

(LAZIO) - Il nome d’arte Risante nasconde quello vero di Sante Rinaldi (Roma, 1913-1999), un artista capace di dipingere, scolpire il legno e scrivere versi in romanesco con la stessa semplicità e bravura. Desidero far conoscere Risante poeta, che tanto ha fatto discutere i suoi contemporanei, sia per il suo carattere, sia per il suo particolare modo di forgiare versi ma, soprattutto, per il suo singolare acume critico, che spesso sfociava in lunghissime diàtribe senza soluzioni.

E’ stato considerato il poeta romano della sintesi, della plasticità, della sonorità, capace di rifare un verso o un sonetto decine di volte, finché non risultasse, almemo per lui, perfetto. Risante sostenava che c’era sempre una soluzione a tutto, bastava cercarla. I suoi primi approcci alla poesia romanesca risalgono agli anni Trenta quando con l’amico Aldo Fabrizi, da lui conosciuto a Campo de’ Fiori, si divertiva  a trovare le parole alle canzonette. I Romani più anziani ricorderanno una orecchiabile canzoncina che diceva: Ninetta che pena, Ninetta che strazzio / si vince la Roma e perde la Lazzio. Lui sosteneva di esserne stato uno degli autori. Ritroviamo Sante Rinaldi subito dopo la guerra con dei versi ancora legnosi, ma già sintomatici della sua verve, in  un opuscolo dal titolo “L’Americani a Roma”, dei quali però in seguito rinnegò la paternità.

Nel 1950 per l’editore Staderini di Roma e l’Associazione fra i Romani uscì il primo volume di una Antologia Romanesca in formato tascabile, contenente tre sue poesie in versi sciolti: Carità matematica, Candidati e La pozzanghera, commentate così dal curatore delle opere: “E’ tra i poeti giovani che meglio scrivono la satira e la favola romanesca. I versi, che quasi improvvisa, con estrema facilità, gli riescono fluidi e ben martellati. La sua produzione, non ancora raccolta in volume, è copiosa e assai promettente”.

Proprio nella satira e nelle favole Risante darà il meglio di sé, pur non disdegnando l’approccio alla lirica che in certi casi raggiunge il massimo vertice (come in Da lo sfasciacarozze e Fumanno ‘na sigheretta). E’ stato un artista rigoroso prima di tutti con sé stesso, tanto che una sua brevissima poesia dal titolo “Pensiero N. 1” potrebbe essere la sintesi della sua condotta. I due versi che la compongono recitano:  A dì la verità succede spesso / che diventi er nemmico de te stesso.

Subì il fascino della poesia di Mario dell’Arco, del quale fu amico per diversi anni. Anch’io vanto una profonda amicizia e frequentazione dell’artista, ogni tanto interrotta da silenzi lunghi anni, causati, magari, da una mia parola da lui male interpretata. Sono stato testimone di vere e proprie rivoluzioni di suoi sonetti o di semplici versi, solamente perché, come ho già detto, non avevano quella forza da lui desiderata. Il poeta una volta mi raccontò di una sua favola che alcuni poeti romani sostenevano fosse di Trilussa, a quei tempi ancora vivente. La poesia venne sottoposta a Tri il quale non la riconobbe come sua, ma l’apprezzò.

Risante provò a cimentarsi in tutte le forme poetiche: sonetti, poesie libere, ottave. Proprio in ottave scrisse il suo bellissimo poemetto epico: Fra’  Diavolo in cui si trovano ottave estremamente drammatiche e liriche, dove ogni parola ha un significato preciso e deciso, dove i suoni sono corposi e significativi. Tante sono le ottave magistralmente scritte da Risante, che ne voglio citare due a caso, dato che una scelta mirata sarebbe inutile. La prima: Co la grevezza de le campagnole / la donna s’avvicina e je s’affianca / a due a due l’impronte de le sòle / timbreno a secco quela strada bianca. / Dietro a li monti s’è fermato er sole / p’aritrovà la luce che j’amanca, / e le parole sorteno appannate / dar fiato che l’ha prese e l’ha incartate.

La seconda, che chiude il poemetto: Legato come un Cristo, a grugno smòrto, / Fra’ Diavolo barbotta l’orazzione. / Si ne la vita ha camminato storto / la Morte vò pijalla co le bone. / La corda preso er collo, tira a corto / mentr’er boia, pe chiude la funzione, / co uno strappo je sfila lo sgabbello / e… un brigante diventa in giocarello. Sentite quanta drammaticità, attenuata dalla trovata del brigante diventato un giocarello: non c’è un vocabolo inutile, la costruzione ha sempre lo stesso passo ma in crescendo. Risante è anche il poeta dei versi brevi, dove fa emergere la vera poesia, sia satirica, sia lirica, con le trovate sempre originali, come quando spiega: Er cipresso. La natura ha lassato / la penna intinta dentro ar calamaro. O nel Pensiero N. 2: Ogni amicizzia vola / quanno che, fra du’ amichi, /  li sòrdi vanno da una parte sola.

In quale filone artistico si può collocare Risante: crepuscolare, romantico, satirico? Forse in tutti, meno che tra gli ermetici. E’ stato sempre di una chiarezza solare, pur nella sua continua icasticità e ricerca di metafore. Ma Risante è anche femminista e alle donne, che ha sempre amato, fa un omaggio dedicando loro una nutrita serie di sonetti sui mestieri femminili, tanto quelli onorabili quanto quelli meno onorabili. Rileggere i suoi versi, specie se si è stati presenti al loro parto, dà una forte emozione e dispiace constatare che a sette anni dalla morte del poeta, ancora non sia stata realizzata un’antologia completa delle sue poesie.

Sante Rinaldi ha voluto pure cimentarsi nella difficile, e non so quanto utile, riveditura di bucce al grande G. G. Belli. In molti cercammo di farlo desistere da questa operazione, ma Sante non volle sentire ragioni. Noi amici gli consigliammo di scrivere altre poesie, da lasciare al godimento dei posteri, ma lui rimase fermo nella sua idea, con il risultato che la fatica fatta nel rivedere i sonetti del Belli non so se verrà mai apprezzata. Mi piace riportare un paio di esempi di questo suo lavoro per rendere chiara la fatica fatta dal Risante critico. Sicuramente le sue modifiche, soprattutto nel dialetto, migliorano i versi belliani, ma a che pro? Belli resta grande.

Per esempio, il primo verso della prima terzina del sonetto L’ammalata recita: Dimme cos’hai, eppoi te fo un rigalo: Risante corregge: Dimme che ciài, eppoi te fo un rigalo. Nel sonetto La bbestemmia reticale, titolo corretto da Risante in La biastima reticale, nel primo verso della seconda quartina Peppe er Tosto scrive: Nun  più tardi de jeri, qui, in sta stanza, il nostro Sante corregge: Proprio come che jeri in de sta stanza. Dal punto di vista della purezza del dialetto e anche dello scorrere del verso ha sicuramente ragione, ma a quale scopo tanto lavoro?

Un’altra opera di Risante, costata anni di fatica vera, è il Rimario romanesco. Due tomi rimasti inediti, anche se alcuni poeti romani sono in possesso delle fotocopie del testo originale, perché gratificati dall’autore. Una ricerca incredibile, migliaia di vocaboli, dove risultano soltanto quelli da lui giudicati romaneschi e dove sono state tenute distinte le rime con gli accenti chiusi da quelle con gli accenti aperti, es.: còre e core. 

     

Claudio Sterpi

Le poesie di Risante


La pozzanghera

È gocciata dar celo e, trasparente,

 

sta immezzo ar vicoletto.

Trema quanno ‘na rota de caretto

l’affetta prepotente

e poi se slarga quanto è largo er letto.

 

Le case che je stanno a pochi passi,

ce se guardeno, come in uno specchio,

le crepature sopra ar muro vecchio

che mostreno le grinze de li sassi.

 

Sur serciato

c’è un monno arivortato.

 

Mentre giocheno vedi li pupetti

ariccoje la palla

tra le nuvole a galla

come tanti angioletti.





Fumanno ‘na sigheretta

Fumo ‘na sigheretta e, trasparente,

er fumo me diventa fantasia,

e insieme ar fumo vedo volà via

li pensieri sbocciati ne la mente.

 

Si un pensiero me porta l’alegria

er fumo vola in arto alegramente;

si me dà la tristezza, lentamente,

se porta in celo la malinconia.

 

Ma quanno ch’aripenso ar primo amore,

che me scottò ner mejo de la vita,

er fumo pare che diventa un fiore.

 

Allora fumo tanto e nun m’importa

si la cica se scorcia tra le dita

e me lassa scottato un’antra vorta.




Da lo sfascia carrozze

 Dànno ar pensiero un non so che d’amaro

‘ste machine lassate all’acqua e ar vento,

co li ricordi priggionieri drento

ammuffiti dar tempo troppo avaro.

Sopra a li vetri, quann’è giorno chiaro,

ce se scapriccia er sole e, in un momento,

fiorisce alegro un luccichio d’argento

che aridiventa luce in ogni faro.

La ruzza, sopra ar ferro, ce se sfama:

li motori so’ fermi come er canto

de la cecala morta su la rama.

Appena se ne va l’urtima voce

‘sto piazzale diventa un camposanto

senza nemmanco l’ombra de ‘na croce.