Ricordo di un tanguero


di Achille Serrao

Combinava note, Pablo Martín García, graficamente esili; ha continuato ad esprimere, fino alla fine, il suo amore per una terra lontana con i lucciconi di chi sente qualcuno sussurrargli dentro: “Tornerai?”. Era un delizioso tanguero, Pablo, ricco di estro, di pulsionale inventiva che imbrigliava dentro le regole di una razionalità sempre poco soddisfatta dell’ultimo spartito. Creava tanghi, milonghe, sembrava un meridionale delle nostre parti, anche perché amava le cose di Napoli, i fatti, la gente, la creatività della gente di Napoli: in questo la sua musica si imparentava con la poesia; è con noi, ora, qui, in un luogo forse non deputato, forse non adeguato a raccontare di un musicista. Ma tant’è.

Pablo Martín García, argentino nato a Buenos Aires nel 1959, residente a Roma da molti anni nel quartiere di Tor Tre Teste; Pablo maestro di coro e flautista e compositore, è morto. In dicembre, di poco travalicando il mese delle commemorazioni, nella notte tra il 3 e il 4. Se ne è andato in punta di piedi, come era vissuto, con discrezione, senza pretendere compianto, odiava il compianto. Lascia un vuoto che non so dire.

L’ho conosciuto che mi mostrava una gamba gonfia per difetto di circolazione,  per la prima volta l’ho visto in casa sua che assumeva medicine disparatissime, a ore, una specie di orologio farmaceutico che fiaccava l’anima prima del corpo con i suoi temibili rintocchi. Lui ne rideva, sorrideva del male e della sorte indisponente; sbeffeggiando la terribile signora, mostrava un corno rosso mentre intonava con flebile voce passaggi de “La gatta Cenerentola”, l’opera di Roberto De Simone che adorava.

Conseguito il titolo di studio in flauto al Conservatorio di Buenos Aires, aveva frequentato i corsi del M° Edgar Alandia del Conservatorio di Perugia, diplomandosi in composizione per banda. Mi lascia una ferita che non si sana. Il suo interesse maggiore era rivolto al tango e aveva creato gruppi come il “Tango de a tres” (con Paula Gallardo e Ruth Ajzen), “sperimentale”, o come il “Tinto peñaflor”, di approfondimento stilistico, con i quali provava gli arrangiamenti personalissimi della sua antica passione. A questa predilezione esaltante affiancava quella dell’insegnamento, altrettanto intensa: per qualche anno aveva svolto con gioiosa professionalità compiti di direzione artistico-musicale presso l’Associazione “Il geranio” di via dei Rododendri a Centocelle, dove aveva formato un ensemble di adolescenti. Mi lascia una ferita profonda che niente aiuta a medicare, neanche la distrazione più fantasiosa. Pablo è qui, anche qui mentre aduno queste parole insufficienti per raccontare solo sommessamente di lui (così avrebbe voluto), del tanto lui generoso amico, sempre sorridente e disponibile a caricarsi di pene altrui. Se ne è andato in punta di piedi per non disturbare la nostra inquieta speranza di vivere, di continuare a sperare, soffiando forse la battuta di Eduardo che amava come un parente assai prossimo: “Adda passà ‘a nuttàta”.

Roma, 15 gennaio 2007