Gli acquerelli poetici di Rosangela Zoppi


Presentato alla Rodari il libro “Framezzo ar maruame”

Roma, 27 gennaio 2006. Il 26 gennaio l’associazione Periferie ha organizzato con una buona partecipazione di pubblico, presso la biblioteca G. Rodari di via Olcese 28 la presentazione del libro di poesie in dialetto romanesco di Rosangela Zoppi Framezzo ar maruame (Edizioni Cofine, 2005, 10 euro) con interventi di Vincenzo Luciani ed Achille Serrao e letture a cura dell'autrice.

La nuova raccolta della Zoppi rappresenta il punto di arrivo di un percorso alla ricerca di un linguaggio poetico della maturità che vede nel dialetto l’approdo, dichiarato dall’Autrice in apertura del libro attraverso una triplice citazione di tre poeti grandi poeti: Nino Costa, poeta torinese, afferma che il dialetto non è morto; il veneto Giacomo Noventa, secondo il quale non c’è lingua che valga il dialetto che una madre ci insegna fin dalla nascita; il romano Mauro Marè "il dialetto, lingua precapitalistica e pretecnologica delle cose, dei nomi e degli elementi concreti, è la lingua del Paradiso Terrestre".

“La rivincita del dialetto, - ha esordito Luciani - la sua rivalutazione, la dichiarazione di fedeltà ad esso e il faticoso ritorno alla lingua di “tata” (lingua del padre) sono esplicitati nella poesia ’Nun lo dico più’. I grandi temi di Maruame sono: 1) il tempo che passa (simboleggiato da l’orloggio a porverino, la classidra); 2) il ricordo, la memoria (simboleggiati dall’altalena, la canoffiena); 3) la culla (la cunnola) che in Rosangela Zoppi, come in Leopardi fa rima con nulla. In "Mejo allora smorzalla" la Zoppi dice: Dellà, che dichi, ce sarà quarcosa? / Lo domanno a chi è vivo / e nun me sa arisponne: / lo domanno a chi è morto / e un silenzio stantivo, / ch’è peggio d’uno strillo de dolore, / peggio d’un pianto nero de sconforto, / me scassa la speranza in fonno ar còre. / Mejo allora smorzalla / Sta smania de sapé / E fa come la rosa, / che campa fra le spine e nun se lagna, / e quann’è spampanata / piega la testa e more, / senza tanti perché. / O tirà avanti ar paro d’un uccello / che zompa qua e là / E nun se chiede mai perché lo fa. / Mejo nu stroligaccese er cervello / pe capillo sto monno, / che un giorno o l’antro avemo da lassà.
Ma nonostante le miserie della deriva umana, dell’essere tutti maruame (termine mutuato dal Belli che sta per detriti), sbattuti dall’onda della vita che ci abbandona sulla riva del mare, Rosangela Zoppi non si lascia abbattere dalla negatività irredimibile della condizione umana e si aggrappa tenacemente ad: … una sperella, / sortanto la fiammella d’un lumino, / per seguità er cammino a la sicura. D’altra parte il mondo che non può essere così brutto,. deve essere bello: pure si ciài er còre / serrato stretto drento a una tajola, / pure si ciài puntata qua a la gola / ‘na lama de cortello”.

Secondo Achille Serrao “l’Autrice prende le distanze dal realismo del Belli, dalla narratività pascarelliana, dal trilussismo di maniera ed àncora la propria dizione e visione del mondo all’aerea, lirica visione di Mario Dell’Arco. Il suo uso del dialetto è profondamente interiorizzato, reinventato nella sua interiorità trasformandosi in ‘idioletto’, come avviene ad altri dialettali di vaglia. Dei suoi acquerelli, la Zoppi traccia i segni e i colori essenziali; li veste volentieri di umana ‘pietas’, di rado allungando sul verso l’ombra della contrizione personale nel timore che si disperda il po’ di luce strenuamente desiderata. Alla luce l’Autrice aspira, come crede nel ‘còre’. Il suo è un continuo canto di sole, d’aria, damore e di quiete, di possibile comunicazione con l’altro da sé, canta di creatura ‘offesa’, ma non del tutto delusa, confidente che in un ‘filo d’aria der passato la vecchia altalena della vita diprenda ad andare e venire, smuovendo aria, magari solo per tirare avanti come un uccello.”