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(luglio 2006) - Sòpis e patùs (Zolle e alghe di fiume), poesie in dialetto friulano di Giacomo Vit, prefazione di Giuseppe Zoppelli, Edizioni Cofine, Roma, pp. 48, euro 7,00
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La raccolta in dialetto friulano Sòpis e patùs (Zolle e alghe di fiume) di Giacomo Vit rappresenta un incontro con la vita, interpretata nella sua complessità attraverso il filtro della natura. La prelazione può essere data a personaggi semplici – il padre, la madre, le figure di amici e di donne partecipi al pathos d’incontro con le cose.
A volte la scelta cade su personaggi d’eccezione in grado di parlare una lingua che nessuno è più in grado di ascoltare e di elaborare. La loro solitudine si rivela però altamente mediatica proprio perché improntata al fascino della natura e delle cose a un “lengàs / di sòpis e patùs”, ad un linguaggio di zolle e di alghe.
In copertina disegno di Gianni Pignat
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L'AUTORE
GIACOMO VIT, maestro elementare di Cordovado, in provincia di Pordenone, è autore di opere in friulano di narrativa (Strambs, Udine, Ribis, 1994; Ta li’ speris, Pordenone, C’era una volta, 2001) e di poesia (Falis’cis di arzila, Roma, Gabrieli, 1982; Miel strassada, Riccia, Associazione Pro Riccia, 1985; Puartis ta li’ peraulis, Udine, Società Filologica Friulana, 1998; Fassinar, S. Vito al Tagliamento, Ellerani, 1988; Chi ch’i sin..., Udine, Campanotto, 1990; La plena, Pordenone, Biblioteca Civica, 2002).
Nel 2001, per l’Editore Marsilio di Venezia, ha pubblicato La cianiela, una raccolta di sue poesie, edite e inedite, scritte dal 1977 al 1998.
Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia “Majakovskij”, col quale ha dato alle stampe, nel 2000, per la Biblioteca dell’Immagine di Pordenone, il volume Da un vint insoterat.
Con Giuseppe Zoppelli ha curato l’antologia della poesia in friulano Fiorita periferia, edita nel 2002 da Campanotto di Udine.
Ha pubblicato anche alcuni libri per l’infanzia.
Vincitore di numerosi premi nazionali, fra cui il “Lanciano”, il “Città di S.Vito al Tagliamento” e il “Thiene-Tonini”.
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DAL LIBRO
L’oru di me pari
Me pari al va a sgarfà
di matina bunora
tal ciamp da li’ vansadìssis,
in duà che la zent
a dismintiea pinsèirs
di fiar, plastica, lenc incarulìt.
Ulì al sercia, cun deis
di sbissa ingrispada,
’na sclesa di vita:
’na roda di bicicleta,
un vasùt di veri, un lustri
inciamò bon.
Cussì, cun chel puc
di oru ulì
al crot
di tornà a fà sù
il mont
che ator-ator di lui
al va in slanìs...
L’ORO DI MIO PADRE. Mio padre va a rovistare / al mattino presto / nel campo delle immondizie, / dove la gente / dimentica pensieri / di ferro, plastica, legno tarlato. / Lì cerca, con dita / di biscia raggrinzita, / una scheggia di vita: / una ruota di bicicletta, / un vasetto di vetro, un fanale / ancora funzionante. / Così, con quel poco / di oro / crede / di ricostruire / il mondo / che attorno a lui / va sfacendosi...