Verdemare. Cronologia inversa di un andare di Alba Gnazi


Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Un incontro tra Dafne e Ondina, tra l’umana che si fa albero e corteccia e la creatura dell’acqua che osserva e sprofonda e poi riemerge. Questo è ciò che ho pensato, sin dalla prima lettura di Verdemare, la seconda raccolta di Alba Gnazi, recentemente pubblicata dalle edizioni La Vita Felice.

Verdemare si colloca perfettamente all’incrocio tra l’omaggio agli affetti più profondi, il «carteggio postumo», la memoria, la commozione (la dedica A Nonna Anna costituisce a mio parere una chiave di accesso ai testi raccolti) e la luce della bellezza. La bellezza è di casa, qui, ma occorre saperla riconoscere, così come accade in miti e fiabe quando la persona amata, per scelta o per condanna, mette alla prova l’amore assumendo tratti aspri, sembianze acri, mimetizzando la maestosità, dissimulando la dolcezza. La bellezza è qui, anche quando questa è «bigia», quando ha la luce cruda e crudele della partenza pressante, dell’inverno inclemente, quello stesso al quale Ingeborg Bachmann conferì valenza universale nei versi de Il tempo prorogato («ché le interiora dei pesci si sono raffreddate al vento./ Arde misera la luce dei lupini/ il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia»).

È la prima delle nove sezioni che compongono la raccolta, Invernata toscana, a introdurre chi legge a questa peculiare bellezza, che non si potrebbe concepire separata da un paesaggio particolare, quello regionale indicato nel titolo, paesaggio che allo stesso tempo diventa allegorico, esattamente come avviene in Exposure (“Allo scoperto”) di Seamus Heaney, il quale è peraltro, insieme a Eliot, Montale, Amelia Rosselli, destinatario di uno dei Quattro omaggidell’omonima sezione. Allora è la gora, luogo e termine ricorrente in questa prima parte, la gora di dantesca, così come di luziana memoria, a farsi lume al procedere: «Alibi di fine inverno/ presidiano gore e/ boschivi intermezzi» (Winter Line).

 Leggo Biancazita, la poesia che conclude Tornare all’acqua, la terza sezione, come il centro di una raccolta che non perde mai il ritmo, anche quando lo cambia, anche quando passa dall’affresco-metafora dell’inverno permanente della prima sezione alle forme stringate della seconda, che porta il nome del sottotitolo del volume, Cronologia inversa di un andare, all’epica amorosa dei Quattro omaggi, la quarta sezione, alla memoria intrecciata di nonna e nipote nell’ottava, sezione che porta lo stesso titolo della raccolta, Verdemare. La consuetudine con il dialetto pugliese della mia “nonna Anna” mi fa leggere Biancazita come “Biancasposa”, alla quale brinda la «Musa in carne e fole», quella «Vite rubra, fulva/ di operosi compromessi» che ne apre la seconda strofa. Bianca come l’alba (e Alba è il nome dell’autrice) che si schiude nell’incipit, Biancazita pare davvero alludere a una manifestazione antropomorfa del rinnovarsi quotidiano delle promesse della natura: «Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri/ a valico tra i profili dei monti; sul paese/ con le mani ai fianchi;/ rassetta a oriente i malintesi/ stretti con l’eterno,/ coprendoli di nebbie.».

Alla promessa di luce di Biancazita risponde la complessità di Luce migra, altra poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale: «Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,/ la sciarada di luminarie che riluce/ dove passa il tuo silenzio;/ intendi il riflesso che vibra/ in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,/ la lanterna;/ luce migra e tu sii migrazione,/ sii mappa, sii sudor di lucerna». Sarà allora l’accoglimento della complessità in un rinnovarsi di concepimento e gestazione a dare sostanza plurisensoriale e, insieme, spirituale alla poesia.

 

Alba Gnazi, Verdemare. Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018

 

© Anna Maria Curci

 

 

 

Winter line

 

Alibi di fine inverno

presidiano gore e

boschivi intermezzi.

 

Inconsumabile la verità

di ogni piccolo fiore

lasciato a sovrintender

la libertà della pietraia.

 

Il calanco tra i rivi riscuote

il canto sommesso del porcospino

innamorato degli anemoni di aprile.

 

 

 

Invernata toscana

 

Verso i bordi la gora

spolpata dal freddo

s’infitta e aggancia

i solchi a piè del muro,

nero e secco tra le carogne

dei muschi e una crosta di meriggio

innervata da querce e pini.

 

Schiva sguardi, il gheppio,

nell’aria netta che stenta calore e fruga

nell’ora media, tra i pesi eristici

di ghiaccio e fuoco-mida,

i lupanari spalancati del tramonto;

schiocca un alito, il rapace,

sfronda le ali; fischia: e di ombre

s’imbruma la macchia che nel verde

lo aspetta, tra le cime lo risputa, poi

del tutto scompare.

 

Così certi tempi e certi volti, così

il muro sulla gora e la meriggiata,

il calore dei nostri fiati, il silenzio che

un pensiero zittì, noi:

ultimi e compiuti

nell’invernata toscana.

 

 

 

*

 

Radico nei pollini

mi poto come quercia

dalla rotta millenaria

 

*

 

Biancazita

 

Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri

a valico tra i profili dei monti; sul paese

con le mani ai fianchi;

rassetta a oriente i malintesi

stretti con l’eterno,

coprendoli di nebbie.

 

Vite rubra, fulva

di operosi compromessi;

Musa in carne e fole che

a Biancazita brinda, e a rimorsi

svecchiati dal libeccio,

tali ai passi del fattore a lato via,

che urge al tempo e al mestiere

con le falde sospese sugli occhi

per meglio vedere.

 

Ma da venute che scuotono illusioni

ad andate che altrettante ne cancellano,

più accosto, più largo s’insedia il cuore, arroccato

ove i pendii fanno spalla

ai tramonti, o su uno sterro sfregato

da perseidi innamorate del proprio lampo,

dirimpetto al mare.

 

 

 

Luce migra

 

Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,

la sciarada di luminarie che riluce

dove passa il tuo silenzio;

intendi il riflesso che vibra

in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,

la lanterna;

luce migra e tu sii migrazione,

sii mappa, sii sudor di lucerna;

estendi raggi e prosegui,

riposa nella luccicanza.

 

 

 

Verdemare – I

(Carteggio postumo, memoria, dialogo e visione – a nonna Anna)

 

I.

 

Assumo il limite, l’orlo

di un lembo d’aria che portavi

tra le mani annodate a far lanugini

di coraggio e baci in fil di pena: quel vedermi

crescere perfetta e mite, a te troppo

simile.

 

T’ho portato margherite e sogni sicuri,

il calendario non osservava contraddizioni:

così sarebbe rimasto – t’illudevi –

tutto, mentre scendevi le ripe che sconnesse

digradavano verso l’epilogo, col cappello a far

tenebra sulla fronte e gli occhi foschi

di verdemare e rimpianti.

 

Venisti via dai tuoi vent’anni senza invocar requie;

venisti dove nulla era pronto

a farsi per te casa e nido: immune al

bisogno di certezze, affamata, eppure

pronta ad amare in solitudine quel che

sempre ti sarebbe sfuggito, quel che

sempre

t’avrebbe umiliato.

 

Il sole fantasticava tinte

ed era un avvenire

arato tra i mezzogiorni

sottratti alle congestioni dell’estate;

noi sedute al fresco

sbaccellavamo incanti

trasognati di madri reclutate da

bui invisibili; la tua voce

si perdeva nel frastuono di cicale e

nostalgie. Avevo sempre i palmi freschi

e ti toccavo la fronte

per ricondurti da dove

t’eri smarrita.

Tu chiudevi gli occhi, e continuavi

a sbaccellare con soffi spenti.

 

 

 

Alba Gnazi è nata nel 1974 e risiede nella provincia di Roma, dove esercita la professione di insegnante. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica: Luccicanze (Cicorivolta Edizioni).

 

 

Pubblicato il 2 marzo 2018