Cercanno leggerezza, poesie romanesche di Maurizio Rossi


Recensione di Laura Rainieri e una scelta di poesie

E’ un piccolo libro prezioso di poesie romanesche Cercanno leggerezza di Maurizio Rossi. Conosco, per averle sentite in una lettura e lette in antologie, le poesie in italiano ma non sapevo della sua produzione in volgare.

Dico “prezioso” intanto per la copertina bianco-lucido, elegante, dove nel riquadro a sfumature grigie spicca un cespo di fiori rosati di pianta grassa. Il titolo Cercanno leggerezza e la copertina predispongono ad assaporare il testo con un senso di serenità. Le fotografie, scattate dall’autore, con gran cura della luce e del colore, ci dicono dell’amore per la natura, animali e fiori, per le marine, e per gli oggetti antichi come la suggestiva porta con scritto “barbiere”. Dunque abbiamo dinanzi un autore che osserva il mondo che lo circonda, anzi va a cercarvi ciò che lo interessa e gli dà rilievo.

La realtà dunque non è qui una metafora, ma è palpabile al punto che sollecita i sensi e li acuisce.

Lo stesso dicasi, per quanto concerne l’osservazione della realtà, per queste poesie in dialetto romanesco, che, come nei testi classici di Belli e di Trilussa, pongono l’osservazione dell’agire umano in primo piano con pensieri e risvolti poetici tutti personali. Quando non siano come in Trilussa favole “animali” cariche di ilarità e vizi, che adombrano quelli dell’uomo, e che nello stile vivace, incarnato nella costruzione del testo, divertono il lettore e suscitano comprensione per “quello che siamo”.

Infatti vi si ritrovano echi del testo trilussiano. Come per esempio una certa filosofia del vivere, e un’accettazione non passiva, ma saggia, delle azioni umane non sempre ortodosse, poi l’accentuazione dei sentimenti più puri, come l’amore, il dolore, la gioia, e infine l’ironia nel mettere in rima la quotidianità, dimostrando che il verso si può ampliare, dal lirismo della tradizione italiana in lingua, fino ad accogliere le verità di tutti i giorni in questo volgare dove la mediocrità del vivere assurge a status poetico.

È capacità non trascurabile dell’autore segnalare attraverso favole di animali o battute ironiche o conclusioni poetiche inattese i più gravi problemi della società odierna. Uno dunque che sa apprezzare gli antichi valori senza cullarsi in essi e che sa guardare a fondo l’oggi.

Così viene alla ribalta la tematica del traffico allucinante, in “Er nocchiere del 19” dove, su quel tram, la testa non riposa mai, nemmeno allo stop dei semafori perché la gente strilla e così i cellulari. E il trambus dalle rotaie lisce e dritte, così le vede l’autore  anche quando curva con il suo peso umano, diventa alla fine la metafora della vita che corre instancabile per accedere a “l’ultima fermata”. Ne “La cicala e la formica”, il tema classico per eccellenza viene completamente reinventato per toccare gli argomenti di oggi: la pensione; le necessità dei vecchi ignorate da chi comanda che non pensa ai loro bisogni (attribuiti naturalmente nel testo ai due animali in questione, “due antenne nove /pe’ sentì mejo, un par d’occhiali da ‘venti diottrie”) senza trascurare altri temi scottanti, come l’integrazione e il tempo libero nella vecchiaia.

Alcune poesie riflettono su come gira il mondo. “Strano mestiere” è quello del becchino, a braccetto con la morte per una vita intera che deve anche ringraziarla, la megera, che gli dà il pane termina così: il becchino sa “che dietro /la bara, er pianto/nun viene dar core,/ma dalla spesa/der funerale.”

La bella poesia “De nome e de fatto” in memoria di Alberto Gentile, scritta, come si dice, col cuore, implora l’amico che dall’alto sa le cose, perché lo induca a credere che non è inutile essere in prima linea con il malato “dannasse l’anima, buttanno er fiato, mentre “li generali” pensano al bilancio e a segarti le ali. È bene ricordare al proposito che Maurizio Rossi è di professione medico.

Come si vede, da questi pochi esempi, le suggestioni e le tematiche sono diverse ma tutte sottintendono, nell’ironia o nel ripiegamento malinconico, un desiderio di verità, di onestà nel fare e nel pensare, concetto spesso ribadito ma “con leggerezza” come recita il titolo.

Simpatiche infine e divertenti, sempre nell’espressione della ricerca della verità, le ultime brevi poesie “Calura estiva” e “Stornellincucina”. Si legga, per avere un’idea, “Anniversario”: Fior de limone/trentacinqu’anni so’ che stamo inzieme:/ si cinque ne riscatto…vò in penzione!  

   E “Animalisti pasquali”. “Coscio d’abbacchio/so tutti animalisti, detto fatto

So tutti animalisti, detto fatto/porchetti e polli graziano, cor cacchio!”

Dunque in questa lingua volgare classica romanesca, il Nostro è riuscito a esprimere con acume e sentimento il mondo come si presenta oggi con le sue bellezze e le sue crepe.

 Maurizio Rossi, Cercanno leggerezza,  poesie romanesche, Youcantprint 2015

 Laura Rainieri 

Pubblicato l’8 dicembre 2017

 

Ma è si...cura?

 

Ier sera so' ito dar dottore,

mica uno così...l'omeopatico!

che m'ha studiato pe' due ore

e  dato la sentenza: "Fosforico!"

 

"Caro signore prenda tre granetti

de fosforus a sera e tre a matina,

venti giorni se curi.."  "E poi ?"  "Aspetti...

ripeta pe' tre volte' sta manfrina."

 

Ninetta mia, me so' fatto coraggio

"Scusi Dotto', la cura, sarvognuno,

 similia cum similibus curantur,

....lei m'impara...."

 

"Si!...E allora?"

 

" Le pasticche nun sortono l'effetto

d'appicciamme lo stomaco,  er petto,

e foco fatuo, come d'incanto,

m'aritrovo fiammella, ar camposanto?"

 

 

 

De nome e de fatto

(ad Alberto Gentile)

 

Alberto caro, mo' che

te fumi er vento e

fai l'artalena

su' na nuvola contento,

butta 'n'occhio quaggiù, sur monno 

sanitario, povero pe' li sprechi, 

ma ricco de volontà

pazziente e bbona

che sarvognuno, te cojona!

 

Dicce ­ ora che sai, ora

lontano da li guai ­ di'

che nunn'è tempo sprecato, dannasse

l'anima, buttanno er fiato

 in prima linea cor malato,

 mentre li generali

dietro le spalle te fanno li piani

pe' fa' quadrà er bilancio

e ner mentre, segatte le ali!

 

Amico caro

noi se capimo

chi nasce dritto, nun se

infila dappertutto

ché nunn'è avvezzo alle contorsioni,

né svenne la gentilezza pe'

potè cambià giacchetta.

 

Amico mio, che spesso vedi

Caterina – no' quella della Rosa, 

quella Santa­ fa' n'antra bbona azzione

di' che ce stia vicina, 

ce dia pazzienza a josa

no' pe' cambià er monno, che tanto

arimane 'ndove sta; pe' fasse

prossimo, sape' ascortà,

 misurà l'omo

co' la tacca dell'umanità.

 

 

 

Stornellata de Marzo

 

Sera de Marzo,

cor cane sòrto fora a tempo perzo,

m’infascio, ché ‘sto tempo è proprio farzo!

 

Si guardo er mare,

m’amanca l’annatura drento ar còre

pe’ chi ce mòre e chi ce fa ‘n’affare!

 

Fior de mimosa,

ne vojo ‘n monte pe’ smorzà l’offesa

e la brutalità che nun se posa!

 

 

 

Maurizio Rossi Vive a Roma, dove è nato nel 1952. Ha esercitato come medico specialista. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. E' iscritto all'Associazione Culturale "In tempo"; è socio de "La Primula", Associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli messi in scena.

E' tra i promotori dell'Associazione “Casa delle Poesie Centocelle” nel territorio del V Municipio; da qualche anno collabora, con scritti e recensioni, alla Rivista Online dell’Associazione “Poeti del Parco”; è nella redazione della Rivista “Periferie” diretta da V. Luciani e Manuel Cohen.

Finalista al premio "Laurentum" 2009; classificato nella sezione "Laurentum on line"; classificato nel concorso "Club Autori" 2010; selezionato per la Biennale di Poesia di Roma 2012; selezionato per i Premio Naz. “Io racconto 2010” e “Verba agrestia 2010”; finalista al “Verba agrestia”2011 e al premio “Arborpoetica” 2011 (Lietocolle); finalista al premio "Le Gemme" 2012 (Ed. Progetto Cultura); menzione di merito al Premio "Poesia in omeopatia" 2013.

Nel 2017 II Classificato per la sezione “Stornelli” al Premio “Vincenzo Scarpellino” per i dialetti del Lazio.

Ha pubblicato: "Dal pozzo al cielo “(2008); "Tempo di tulipani" (2009);“Sono aratro le parole”(2011); “Che resta da fare” (2014);“Cercanno leggerezza” (in dialetto romanesco) (2015).